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La Sicilia, dai viceré alla mafia, non cambia mai

Tempo di lettura: 3 minuti

La Sicilia non si smentisce mai. La nube di un nuovo scandalo si addensa su Palermo la cui magistratura ha aperto un’inchiesta su un “comitato d’affari” che avrebbe condizionato la vita politica e amministrativa dell’Isola. Gli indagati sono 18 e tra questi spiccano l’ex presidente della regione Salvatore Cuffaro e il deputato di “Noi moderati” Saverio Romano. Sono sospettati di concussione, associazione a delinquere e turbativa d’asta. Il 14 saranno interrogati dal Gip (il giudice per le istanze preliminari) che dovrà decidere sulla carcerazione richiesta dal Pubblico ministero.

Tra le torte da spartirsi la più ricca sarebbe stata la Sanità attraverso le nomine dei vertici delle aziende ospedaliere, condizionando i concorsi pubblici e la gestione degli appalti. Insomma il solito copione che circola in tutta Italia e soprattutto in Sicilia dall’Unità. Ma nell’inchiesta sembra sia apparso anche un capitolo su interessi per il ponte dello Stretto: incominciamo bene!

Ad attirare maggiormente l’attenzione verso la partecipazione al presunto comitato d’affari, risulta Cuffaro uscito di prigione nel 2015 – dove aveva scontato cinque anni con l’accusa di aver avuto legami con la mafia – e riemerso improvvisamente nella vita politica pur non avendo incarichi ufficiali.

Insomma in Sicilia domina ancora il detto gattopardiano “cambiare tutto perché non cambi niente”: è rimasto uguale dai Viceré del romanzo di De Roberto, all’opera di Tomasi di Lampedusa; dai Malavoglia e Mastro don Gesualdo di Verga, agli scritti di Sciascia sulla mafia che aveva preso il posto dei viceré e si estendeva su tutta l’’Italia. «Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… E sale come l’ago di mercurio di un termometro questa linea degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…», diceva lo scrittore. E così è stato.

E se la Sicilia non si smentisce per gli scandali, non si smentiscono anche i siciliani che continuano a rendere omaggio a quei politici molto attratti dalla disonestà che un tempo potevano agire ben coperti dalla Democrazia Cristiana locale insieme a quella di Roma e oggi continuano con altri protettori.

Non mancano i movimenti che lottano per la legalità: Addiopizzo, noto per il suo sostegno agli imprenditori che denunciano il racket; Libera, che si occupa della memoria delle vittime e del riuso sociale dei beni confiscati. Altre realtà importanti sonoSoS Impresa (per la difesa degli imprenditori), la Rete per la legalità, laCasa memoria per Peppino Impastato.

Le guidano coraggiose persone di ogni età, laici e sacerdoti, che rischiano la vita. Ma non godono dell’appoggio di quella opinione pubblica siciliana abituata ai compromessi, cioè la grande maggioranza, che li definisce I babbi (gli ingenui).

Eppure tempi addietro il popolo siciliano si era svegliato accogliendo con slancio Garibaldi e partecipando alla guerra contro i Borboni. Il generale aveva promesso loro le terre dei grandi feudi, ma non poté mantenere la promessa, anzi ordinò a Nino Bixio di reprimere con la forza le rivolte dei contadini disillusi. A Bronte i garibaldini ne ammazzarono alcune decine.

L’illusione della distribuzione delle terre si ripeté nel secondo dopoguerra con la rinascita del sindacalismo e la vittoria del Partito comunista che alle elezioni del 1946 per la Costituente, ottenne in Sicilia il maggior numero di voti. Ma la risposta dei feudatari non si fece attendere: l’anno dopo, nel giorno del Primo Maggio un corteo di braccianti in festa con le loro famiglie a Portella della Ginestra, venne attaccato a colpi di mitragliatrice. I morti furono 14 e i feriti decine: a sparare furono gli scagnozzi del bandito Giuliano, ma dietro di loro c’erano gli “omini di panza” di Palermo e certi personaggi dello Stato democratico. Pochi mesi prima, PCI e PSI erano stati cacciati dal governo De Gasperi.

La verità certa non si è mai saputa, ma è vero che Giuliano poi venne ammazzato non dai carabinieri, ma dal cugino Gaspare Pisciotta il quale, nel corso del processo, dopo aver minacciato di rivelare tutto sui mandanti della strage di Portella, morì in carcere per aver bevuto del “caffè al cianuro”.

Ormai i siciliani terrorizzati dalla mafia che agiva per conto del potere politico, si arresero allo stato di fatto per paura e per opportunismo. Anni dopo non è servita la battaglia compiuta contro Cosa nostra e i suoi legami politici da alcuni magistrati come Chinnici, Falcone, Borsellino; dal generale Dalla Chiesa; dal presidente della Regione Piersanti Mattarella, e Pio La Torre; da tanti giornalisti e sindacalisti. Vennero tutti assassinati dalla mafia per ordini provenienti da lontano, forse… da Roma.

Nonostante si viva da decenni in democrazia, la maggior parte dei siciliani continua a votare per i moderni viceré accontentandosi delle loro promesse di un posto di lavoro e di altri favori. Ormai la Sicilia è irrecuperabile: dietro le sue bellezze naturali, peraltro rovinate dai danni edilizi, nasconde l’inferno. Sarà un caso, ma una compagnia di traghetti dello Stretto si chiama Caronte, nome del traghettatore verso l’inferno di Dante.

Confesso che le mie origini sono siciliane anche se sono nato in Continente. Ma mio padre Ugo e i fratelli Elio e Aldo, “fuggirono” dalla Sicilia negli Anni trenta del ‘900. I figli e i nipoti gliene sono stati grati.

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