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L’ amore tardivo tra la nonna e il conte

Tempo di lettura: 3 minuti

Mia nonna e il Conte è un poetico romanzo di Emanuele Trevi che parla di un amore tardivo (dagli 87 ai 92 anni), riflette sul tempo, su un mondo scomparso con pudore. Siamo nella Calabria tirrenica dove lo scrittore da bambino e adolescente trascorreva le estati. Era ospite della nonna, a cui è dedicato il libro. La nonna calabrese, mediterranea, è una che sa, che governa le giornate con la ritualità. È insediata come una regina nel suo giardino al centro del paese e domina i movimenti dei passanti che la salutano e si informano ad esempio sulla sua pressione giornaliera (ma, anziché continuare a ripetere la stessa cosa alle varie comari, si chiede Trevi non poteva mettere un cartello tipo: “Oggi 80-100”?
Come l’autore ha dichiarato in una recente presentazione, questo è anche un libro sul “nonnarcato” ovvero sul vero fine del matriarcato meridionale tanto studiato da analisti e antropologi.

Nella Calabria della memoria di Trevi la nonna è chi comanda davvero. Regale, seduta sulla sua poltrona-trono con le sue calze opache, gestisce la vita della famiglia (“non leggere troppo che fa male”, “vai al bar luogo dei maschi”, “saluta le zie” e l’autore ricorda la transumanza dei parenti che invadevano casa e che andavano salutati). La nonna che amava nascondersi dietro a umilissime apparenze non disdegnava: «le più triviali stoffe a fiori, le vene varicose, i lavori in cucina, le offerte speciali del supermercato, i soprammobili di peltro»; apparteneva a un tipo di aristocrazia indipendente dal censo, semplicemente «frutto di tradizioni ancestrali come istinti».

La nonna Peppinella (Giuseppina all’anagrafe) è diventata «bellissima dopo gli ottanta», era dotata di due dame da compagnia: Delia, una zia sferica dagli abiti attillati, e Carmelina che giunta da ragazzina a servizio era diventata l’ombra della stessa Peppinella. Insieme, indipendentemente dai ruoli, si godevano quotidianamente la puntata di Beautiful.

Nel giardino, regno assoluto della nonna, un giorno entra un estraneo, un Conte, che le porge un mazzo di fiori e le fa un inchino. Si trattava di un nobile vero, con un bagaglio infinito di cognomi, uno stemma e un albero genealogico che sconfinava persino in Inghilterra.

L’uomo si presentava come studioso della storia dei Borboni capitato per caso in paese, ma poi deciso a restarvi trovando casa. Il conte chiede a Peppinella il permesso di attraversare il giardino per accorciare la strada di casa. Con la sua grazia il Conte ha fatto breccia e ottenuto il permesso di fare come fosse casa sua.

Passaggio dopo passaggio tra un omaggio di fiori e pasterelle il Conte venne invitato ad accomodarsi e a prolungare indefinitamente quelle visite. Fu un fatto anomalo, di solito Peppinella esigeva che i passanti si togliessero in fretta dai piedi.

«Dopo qualche tempo visto che in casa c’erano più fiori che al cimitero e più dolcetti che al bar», l’ospite venne invitato a presentarsi a mani vuote, ormai era di famiglia.

Tra la nonna e il conte nasce un amore tardivo, privo di ansie, gratuito come un bel paesaggio, che si esercita nel sentirsi complementari, nello stare seduti vicini come «due fuochi di un’ellisse». Accanto a loro le due corti quella di Peppinella composta da Delia e Carmelina e quella del Conte composta da un fratello cadetto, un monaco benedettino svanito e in stato di quieto torpore e un raffinato autista tuttofare Oliviero, esperto di musica lirica e acuto osservatore del prossimo.

C’era solo un problema con quelle visite tanto gradite: avvenivano dopopranzo, giusto all’ora in cui era trasmesso Beautiful, per di più in quei giorni si era a una svolta: Brooke era incinta ma di chi? Del bel Ridge o del padre?

Per qualche giorno le donne tennero spento il televisore, poi divenne loro impossibile rinunciare alla soap e con un gesto gradevole invitarono il Conte a condividere con loro quella sciocchezza a cui si erano abituate. Il risultato è che sia il nobiluomo sia Oliviero si ritrovarono a discutere delle gesta dei Forrester anziché di quelle dei Borboni.

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