
Hollinghurst, Le nostre serate
Alan Hollinghurst at his best. Nel prologo di maestosa mestizia di Our Evenings (Picador 2024), c’è un grand’uomo morto da poco, una moglie ghiacciata dalla vecchiaia e stremata dal cancro, e il protagonista Dave Win – un attore di mezz’età e a metà nero, il padre era from Burma (il nome coloniale per Birmania) – che si reca a farle un po’ rigidamente le condoglianze. Insieme accennano a un tempo andato, e il romanzo tornerà indietro a quel tempo, per raccontarlo anche a noi, partendo da quando tutto è cominciato.
Ora ci sono due ragazzini, Dave e Giles, che giocano (o lottano?) nei Downs dell’Oxfordshire a un passo da una gentilizia casa di campagna con annessa farm: l’ospite, il piccolo di basso censo incontra per la prima volta il grand’uomo – forse un sostituto del padre che con ogni evidenza non ha oppure ha perso – potente e misterioso.
Detto in semplicità, Alan Hollinghurst mette subito giù le carte con somma destrezza, preparando la scena per la sua solita storia – “solita” è un complimento – sfoggiando una cautela apparentemente ben educata e un atteggiamento, più che reticente, sensibile e accorto, sveglio a ogni dettaglio, così come si addice al suo protagonista, absolute beginner in società e già votato a essere un outsider.
Leggere – sintonizzarsi sul tono del romanzo – è da subito un facile piacere, poiché il lettore è quasi richiamato da ogni frase o infimo accadimento a stare all’erta, a osservare e far parte dell’incantamento o della diffidenza cui soggiace di volta in volta il ragazzo senza padre interpretando la realtà attorno a lui… Resi partecipi dall’estrema gradevolezza, cullati da una sorta di fluttuante nostalgia che Hollinghurst sparge fin dal principio nelle pagine, lo seguiremo nel disvelamento di un milieu e di un mondo, e nel confronto – altro tema caro allo scrittore britannico – tra Dave e l’altro figlio, questo però con pedigree, Giles, la cui parabola di vita ne farà un deuteragonista/antagonista.
La “solita storia”: Hollinghurst scrive da dio e quasi sempre, attento alle minuzie ma con uno sguardo che abbraccia i decenni (qui sono almeno cinque), dell’Inghilterra, dal Novecento ai giorni nostri. Da ieri arriva a oggi, frugando di preferenza nella vita e nei costumi delle classi abbienti, privilegiando il punto di vista dei suoi emotivi outsider, e sempre inquadrando o inchiodando la trama alle solide coordinate del potere e del sesso – non per niente la sua opera omnia può essere letta, “anche” ma assolutamente “non solo”, da La biblioteca della piscina a La linea della bellezza (Booker Prize 2004), fino al recente Il caso Sparsholt, come un’indagine psicologica e sociale sull’omosessualità nel Regno Unito.

Ma, fuori da queste gabbie, Hollinghurst può essere semplicemente un osservatore umanissimo e portarci in vacanza al mare tra gente umile nel Devon del Nord degli anni Sessanta. Proprio qui, nelle scene in albergo e in spiaggia – non so dire se mi ricordano più Proust o Monsieur Hulot – ci consente di vivere una timorosa educazione sentimentale e di comprendere una vocazione: il ragazzo quattordicenne, che diventerà attore, così come lo scrittore che nel raccontarlo è al suo pieno servizio, svelano un penchant per l’artefatta convenzionalità, ancorché spettacolarmente dimessa, dei comportamenti umani. Dave mieterà i primi successi imitando i personaggi di P.G. Woodhouse, rilanciati dalla televisione: più che Jeeves, replica Bertie, non a caso un aristocratico, e come lui alza il sopracciglio per divertire i compagni di scuola.
Ne Il caso Sparsholt la bravura si era fatta virtuosismo e persino civetteria, perché Hollinghurst ci negava ogni dettaglio dello scandalo del titolo. Stavolta, invece, ho immediatamente scommesso che non avrebbe narrato niente di preciso sulla sorte dell’ingombrante padre from Burma, lasciando però aleggiare sulla scena la sua assenza/presenza di spettro. La Birmania sarà a sorpresa un’acconciatura, un copricapo, un vestito, sfoggiati da una persona timida in un giorno speciale…

Comunque. Fa bene Alan Hollinghurst a svincolarsi dalle etichette e dire, riguardo omosessualità e gay life, che non si ritiene «a responsible historian of it […] of course I’m deeply interested in it and its effects on people’s lives, and the way that one’s telling a story that’s not over; it’s not a fixed thing that one’s writing about, but something that’s constantly changing» (The Guardian, 22 settembre 2017).
Infatti. La “solita storia” è un lavoro in progresso e questa volta lo scrittore britannico sceglie di legarsi saldamente alla biografia di Dave perché punta più deciso che altrove sul tema del razzismo – un doppio razzismo, poiché egli è, come lo definirebbe un tabloid, un mixed-race actor. Non è forse vero che, persino in un convivio di bianchi evoluti, tra anticonformisti studenti di Oxford che vivono il nuovo, si avverte un attimo di sospensione quando un nero entra nella stanza?
La seconda parte di Our Evening trova Dave applaudito artista d’avanguardia, passato dalla parte di Mosca nel Volpone di Ben Johnson a una nuda (fuor di metafora) rilettura di Shakespeare. Fa parte di una squattrinata compagnia che oggi si direbbe multietnica e, per una sera, è di ritorno sotto l’ala del suo influente protettore. Durante un affollato cocktail londinese, e poi nella cena che segue in una magione di Holland Park, Dave si muove per cercare soldi al suo teatro e finisce inaspettatamente, in una cabina telefonica, a fissare un incontro di sesso con uno sconosciuto…
In questa versione biografica, Hollinghurst sacrifica (purtroppo!) i rapidi tagli e gli scarti temporali da vertigine delle precedenti opere, e però avvince anche se procede non per incastri ma per espansione, per accumulo degli episodi, confermandosi come il più contemporaneo e insieme il più nobilmente antico degli scrittori. Forse perché pensa, e a ragione, che c’è qualcosa di «…inherently old fashioned in the novel [nella forma romanzo in genere, ndr] There is a subconsciously retrospective element of entering the world of a novel, even if it’s about something burningly contemporary. There’s something old-fashioned about the experience of being narrated to» (sempre The Guardian, 22 settembre 2017, qui il link). Ricordate che prima ho parlato di nostalgia?
Se dovessi indicare il tono di questa novel e riassumere in poche parole la visione dell’arte di Hollinghurst, forse potrei farmi imbeccare da lui stesso in una dichiarazione di poetica nascosta, anzi lasciata in bella vista, anzi in ascolto. Il titolo Our Evenings rimanda a un brano di un’opera di Leoš Janáček, On an Overgrown Path, che Dave ragazzo ascolta, istruito da un professore: è un frammento di musica complesso, e al giovane sembra quasi confuso, tra passaggi che comunicano quiete e improvvise frasi agitate che vi si sovrappongono d’improvviso e spariscono lasciando però la loro ombra, e infine si ripresentano, prima che il pezzo finisca senza chiasso, in una trance fatta di sadness e beauty, le quali, detto per inciso, per Hollinghurst (oltre che per Dave) sembrano sempre avere qualcosa in comune. Applausi.
A margine Aspettiamo una traduzione italiana. Per ora, non è prevista da Guanda, che aveva pubblicato Il caso Sparsholt. Altri quattro romanzi di Alan Hollinghurst sono usciti per Mondadori. Manca all’appello anche The Spell del 1998.

Articolo pubblicato anche su https://www.allonsanfan.it/


