
Gli Stati Uniti e l’imperialismo “democratico”
Se il presidente venezuelano Maduro fosse stato deposto da un colpo di stato compiuto dall’esercito o da una rivolta popolare, ne sarei stato molto compiaciuto. Ma non è andata così: è stato “arrestato” a casa sua, o meglio rapito, con un blitz di militari statunitensi ordinato da Trump e trasferito in catene assieme alla moglie a New York dove è sotto processo. È vero che adesso nel mondo c’è un dittatore in meno, ma sono stati violati il diritto internazionale e la Carta dell’ONU.
E così il presidente palazzinaro ha attuato una delle sue tante minacce e continuerà a farlo anche con le altre? Sembra proprio di sì: nel suo “carnet” sono segnati anche il Messico, la Colombia, Cuba, la Groenlandia. Quest’ultima è un territorio autonomo della Danimarca, e quindi di un Paese dell’Unione Europea e della Nato cui aderiscono anche gli Stati Uniti, anzi ne sono stati sempre la guida. Se la occupasse, l’Alleanza Atlantica sarebbe costretta a intervenire creando così un paradosso internazionale, per cui gli Stati Uniti con gli alleati europei dovrebbero intervenire contro gli Stai Uniti di Trump.
Siamo alla follia, ma una pericolosa follia come un tempo veniva definita quella di Hitler quando incominciò a invadere prima la Cecoslovacchia, poi l’Austria e infine la Polonia, facendo scoppiare la guerra mondiale. Allora le potenze democratiche rimasero passive a lungo per poi intervenire troppo tardi.
Anche l’Unione Europea di fronte alle prepotenze di Trump è rimasta in silenzio, svegliandosi soltanto dopo le minacce alla Groenlandia: i capi di governo di sette Paesi hanno precisato alla Casa Bianca che la grande isola di ghiaccio “appartiene al suo popolo”, cioè a quello danese. “Se so’ sciupati”, commenterebbero i romani.
Tra i sette capi di governo che hanno protestato per la Groenlandia c’era anche la Meloni, che era stata la prima a giustificare l’intervento americano in Venezuela. Chissà come si arrabbierà “zio Trump”.
Il presidente USA ha giustificato la sua impresa dichiarando che Maduro era un dittatore e il capo di una banda di narcotrafficanti e per questo andava fermato. In realtà i veri interessi di Trump non sono la salvezza del popolo venezuelano e la lotta contro la droga, ma le enormi riserve di petrolio che possiede il Paese sudamericano.
Si tratta di una conferma dell’eterno imperialismo americano con la differenza che Trump gli ha tolto il velo dell’ipocrisia dietro il quale si coprivano le precedenti imprese made in USA. Per esempio nel marzo del 2003 il presidente Bush Junior dette il via alla Operation Iraq freedom invadendo l’Iraq con l’intento ufficiale di portare la democrazia nel Paese e distruggerne l’arsenale atomico la cui esistenza era stata inventata da Washington. Il vero obiettivo era quello del petrolio. Per non parlare dei colpi di Stato in Cile, in Argentina, ancor prima in Brasile, nel 1964 in Grecia, tutti organizzati dalla Cia.
E se andiamo ancora più indietro, ricordiamo il tentativo di invadere Cuba, nel 1961, sventato dalla resistenza delle truppe di Castro nella baia dei Porci. E ancora, l’invasione diretta dell’Honduras del 1954 “per riportarvi la democrazia” che in realtà già esisteva. Il presidente Arbenz, democraticamente eletto, aveva osato nazionalizzare la United Fruits, padrona assoluta delle coltivazioni delle banane. E questo si ripeté anche in Nicaragua. In quei Paesi, che presero il nome di Repubbliche delle banane, dalla democrazia si passò alle dittature rimaste fino ad oggi.
Un presidente USA da paragonare a Trump fu Theodore Roosevelt che nel 1903 tolse alla Colombia l’istmo di Panama dove gli Stati Uniti progettavano di realizzare il canale. Il governo colombiano pur d’accordo per quella grande impresa, si oppose al controllo totale dell’opera da parte americana. In risposta a quel rifiuto, Roosevelt inviò le navi da guerra minacciando di bombardare le città costiere. I colombiani cedettero e così l’stimo diventò una Repubblica “indipendente”, sotto controllo degli americani.
Tutto questo avvenne in nome della dottrina di Monroe, il quarto presidente degli Stati Uniti che nel 1823 col suo discorso sullo stato dell’Unione pronunciato al Congresso, dichiarò la supremazia degli Stati Uniti nel continente americano. Affermò che qualsiasi intromissione di potenze straniere negli affari politici delle Americhe sarebbe stata un atto ostile. Erano gli anni in cui le colonie spagnole si liberavano dall’oppressione spagnola in nome di Simon Bolivar e quindi le intenzioni di Monroe sarebbero state buone, se gli USA non avessero preso il posto dei vecchi colonizzatori europei.
L’imperialismo americano mi ricorda l’aforisma di Mark Twain, di cui avevo già scritto in passato, che dice: «Certo, è stato bello trovare l’America, ma perderla sarebbe stato ancora più bello». Lo scrittore, oppositore della politica estera degli Stati Uniti fondò nel 1898 la lega anti imperialista assieme ad altre personalità della cultura americana come lo scrittore Henry James, il filosofo John Dewey, il poeta Edgar Lee Master.
Sull’imperialismo USA Twain aveva scritto Incidente nelle Filippine, un saggio satirico in cui lo scrittore criticava duramente la feroce repressione americana contro la popolazione delle Filippine occupate dopo la fine della guerra contro la Spagna iniziata nel febbraio del 1898.
Quel libro uscì postumo nel 1924 dopo che tutti gli editori lo avevano respinto ed emarginato lo scrittore.



