
Muti e gli “strumenti del mare” nel carcere
Sabato 10 gennaio a Milano hanno suonato insieme gli “strumenti del mare”, realizzati dai detenuti con i legni delle barche dei migranti nei laboratori di liuteria dove hanno avuto accesso grazie all’impegno della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti e al suo progetto Metamorfosi.
Nel teatro del carcere di Opera, Riccardo Muti ha diretto l’Orchestra giovanile Luigi Cherubini, che ha utilizzano gli “strumenti del mare” per un programma che si è aperto con il Concerto in la maggiore per archi e cembalo di Vivaldi ed è proseguito con Giuseppe Verdi, dalla Sinfonia del Nabucco all’Ave Maria, da Otello con il soprano Rosa Feola fino al Va’ pensiero a cui ha partecipato il coro de La Nave di San Vittore (una delle attività del reparto terapeutico gestito dall’Azienda socio sanitaria territoriale Santi Paolo e Carlo) composto da detenuti e volontari dell’associazione Amici della Nave, a cui si sono uniti per l’occasione anche artisti lirici del gruppo Ex Scaligeri di buona volontà.

Nel corso della rappresentazione, detenuti degli istituti di pena di Opera, Milano San Vittore e Bollate hanno letto pensieri personali e poesie. Il concerto fa parte del progetto Le vie dell’amicizia del Ravenna Festival. Dal 1997, con il concerto a Sarajevo, ha toccato luoghi importanti per la storia: Beirut, Gerusalemme, Mosca, Erevan e Istanbul, New York, Il Cairo, Damasco, Nairobi, Mirandola, Redipuglia, Otranto, Tokyo, Tehran, Kiev, Atene, Paestum, Erevan, Lourdes, Loreto, Jerash, Pompei, Lampedusa.
«Anche in coloro che hanno commesso delitti efferati o hanno percorso strade sbagliate ho colto la disponibilità ad aprirsi alla bellezza» ha detto il Maestro Muti che, convinto del valore etico e sociale della musica, è impegnato da tempo in concerti nelle carceri, dalla Casa circondariale di Ravenna ai centri di detenzione giovanile dell’area di Chicago, «esperienze profonde e straordinarie dal punto di vista umano» come ha sottolineato.
Un testimone raccolto dalle formazioni da camera della Cherubini, che nell’ambito della rassegna La musica senza barriere portano la musica a coloro che non possono varcare la soglia di un auditorium o teatro: gli ospiti di Rsa, ospedali, carceri. «Gli “strumenti del mare”» ha detto ancora Muti, «mi hanno emozionato da subito: legni di morte che sono stati trasformati in messaggeri di speranza. Tenendo insieme tutti questi significati, il concerto nel carcere di Opera ha racchiuso un altissimo messaggio morale, spirituale e sociale».
Il progetto della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti da una parte dà voce, attraverso gli “strumenti del mare”, ai migranti costretti a fuggire da guerre e povertà affrontando la traversata di un mare scena di troppe tragedie; dall’altra offre opportunità di lavoro, rieducazione e reinserimento sociale e professionale alle persone detenute con la guida di esperti maestri liutai, mettendo in pratica l’articolo 27 della Costituzione italiana secondo il quale “… le pene non possono consistere in trattamenti disumani ma devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Con il concerto a Opera, la Cherubini è diventata Orchestra del Mare, per ricordare quanto sia necessario trasformare ogni carcere in uno spazio fondato sul senso di umanità e dignità, tanto per i detenuti quanto per gli agenti della Polizia penitenziaria.
«Sono grato al Maestro Muti» ha detto Arnoldo Mosca Mondadori, presidente della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti «per aver dato voce, attraverso l’Orchestra Cherubini, a ogni persona migrante e a ogni persona detenuta affinché, attraverso l’arte e la bellezza, possa crescere una cultura che si opponga a quella dello scarto e dell’indifferenza».
Secondo Rosalia Marino, direttrice del carcere di Opera: «Questo concerto si fa ponte tra la comunità penitenziarie e la società civile dimostrando come la cultura possa migliorare la qualità della vita anche in un contesto difficile, se le è riconosciuto un ruolo di primo piano ed è resa accessibile a tutti. È una preziosissima occasione per ribadire la funzione del carcere nell’educare e riabilitare, e non solo punire, chi vi è detenuto. Il personale e i detenuti hanno contribuito con grande entusiasmo alla preparazione di quest’evento, a dimostrazione di quanto cultura e bellezza siano potenti strumenti del cambiamento, capaci di riconfigurare il carcere».
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