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Teheran e il Bazaar delle rivoluzioni

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La miccia che ha acceso le rivolte scoppiate in Iran è stata sempre il bazaar di Teheran, considerato sin da secoli il cuore del commercio e della vita sociale della capitale, ma anche il custode degli umori e degli orientamenti politici della popolazione. È considerato il più grande e più antico mercato del mondo musulmano: la sua struttura si estende per dieci chilometri di corridoi coperti che comprendono oltre ai negozi, anche moschee, banche e alberghi.

Raramente chiude i battenti e quando lo fa significa che le proteste socio-economiche sono degenerate in una sfida politica contro il potere, che a sua volta teme la mobilitazione di questa rete sociale importante per la stabilità interna.

Nel 1951 chiuse per convincere il parlamento iraniano a eleggere come premier il nazionalista e progressista Mahammed Mossadeq che aveva promesso di non rinnovare la concessione per lo sfruttamento del petrolio alla Anglo-Iranian Oil Company che lo scià Reza Pahlevi aveva quasi “regalato” agli inglesi nel 1933.

Venne eletto e mantenne la promessa; lo scià andò in esilio. Mossadeq inoltre varò una riforma agraria che distribuiva ai contadini le terre appartenenti a poche famiglie e al clero musulmano sciita. La Gran Bretagna e gli USA risposero con il blocco alle esportazioni del petrolio iraniano. Nel 1953 il primo ministro venne deposto da un colpo di stato militare, organizzato dai servizi segreti britannici e dalla Cia americana d’accordo con lo Scià. Il clero lo aveva già abbandonato perché contrario alla laicizzazione e alla modernizzazione del Paese.

Lo scià riprese il potere, le concessioni per il petrolio tornarono agli inglesi ed estese anche agli americani. Anni dopo ci fu l’accordo con la italiana Eni di Enrico Mattei che raddoppiò al 50 % le royalty che gli angloamericani pagavano all’Iran. Sappiamo che Mattei morì nel 1962 in un misterioso incidente aereo.

Fiori ai soldati durante la rivolta del 1978

Reza Pahlevi limitò le garanzie democratiche, accentuando il sistema autocratico del suo regno e alternando alla moderazione la repressione. Ma come aveva tentato di fare Mossadeq, proseguì nella modernizzazione del Paese attraverso la “rivoluzione bianca” che consisteva nel creare un esercito potente e ben armato e nell’occidentalizzare il Paese.

Ma fu una “rivoluzione” piena di contraddizioni: lo scià impegnò grandi risorse per rinnovare l’esercito acquistando dagli Stati Uniti le armi più moderne; obbligò le donne a togliersi il velo, ma non concesse loro il diritto di voto e non abolì i privilegi maschili nel diritto matrimoniale e familiare; aprì loro le Università e creò le scuole laiche senza però eliminare le madrasse, scuole del Corano.

La sua politica portò una modernizzazione limitata che favorì le grandi città e la classe media, mentre cresceva il malcontento del resto della popolazione accentuato anche dall’aver posto molte limitazioni alla riforma agraria di Mossadeq. Inoltre la laicizzazione dello Stato e la maggior libertà concessa alle donne gli inimicarono il clero.

In risposta alle proteste, causate anche dall’aumento della povertà, usò le maniere forti, facendo arrestare alcuni ayatollah e mandando in esilio Khomeini. Nel 1970 servendosi della crudele Savak, la polizia segreta, ordinò arresti di massa, l’uccisione di migliaia di cittadini. Nel 1975 pose fuorilegge tutti i partiti politici cancellando ogni tipo di opposizione legale. In politica estera ottenne l’appoggio degli Stati Uniti che promossero l’Iran a “poliziotto del Medio Oriente”.

Nel gennaio del ’78 il bazaar chiuse di nuovo i battenti e iniziarono le manifestazioni di massa contro lo scià e il suo governo. Le opposizioni, religiose, liberali e marxiste si riunirono compatte intorno alla figura dell’ayatollah Khomeini, in esilio a Parigi. Nacque la guerriglia dei fedayn del popolo di tendenze marxiste che si unirono ai mujaheddin islamici rafforzando così le basi della protesta. Le sinistre ritennero di poter guidare la rivolta, certe che la sharia, la legge islamica, fosse ormai superata, ma furono sopraffatte e il clero musulmano con a capo Khomeini divenne l’unico riferimento politico della rivolta.

Il primo febbraio del ’79, in un Paese bloccato, e con l’esercito che si era proclamato neutrale, lo scià fuggì negli Stati Uniti e pochi giorni dopo l’ayatollah ritornò a Teheran acclamato dalla popolazione. Dopo pochi mesi di un governo “civile” il potere passò ai religiosi e così nacque la Repubblica islamica che conosciamo. Gli assassinii degli oppositori incominciarono sin da allora.

E in questi giorni il bazaar ha chiuso ancora una volta: a manifestare contro il potere degli ayatollah, oggi sono i figli e i nipoti di quei rivoltosi degli anni Settanta. In pochi giorni ne sono stati uccisi a migliaia da una polizia peggiore della Savak, e non si sa come andrà a finire.

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