
Musica? Quanta nostalgia
In un pomeriggio d’inverno buio e piovoso, colto da momenti di tristezza, ho scelto a caso tra i tanti “cd” – quelli che le ultime tecnologie considerano superati – un disco dal titolo Jazz after dark che conteneva pezzi degli americani Stan Getz, Miles Davis, Sarah Vaughan, George Shearing, la brasiliana Astrud Gilberto e tanti altri. Poi sono passato alla musica swing di Glenn Miller che portò ottimismo durante la guerra e anche dopo, conil Boogie Woogie (il bughi vughi italianizzato). Scomparve con l’aereo che lo riportava a Londra dopo aver tenuto concerti nella Francia appena liberata.
Ascoltata quella bellissima musica, la tristezza se n’è andata per lasciar posto alla nostalgia. Una nostalgia che andava al di là di un limite astratto, per condurmi a un mondo che non esiste più per aver ceduto a un contesto generale di alienazione umana.
Di fronte al caos sociale, politico e alle tragedie dei nostri giorni, nasce spontanea una nostalgia che non è semplice rimpianto, ma certezza dei ricordi. Uno sguardo che torna al dopoguerra, agli anni Cinquanta e Sessanta, quando dalle macerie materiali e morali del conflitto mondiale si levò una spinta collettiva verso la ricostruzione e il futuro. Era un tempo di ferite ancora aperte, eppure animato da un’energia vitale che oggi sembra smarrita.
La musica racconta bene quello spirito. Il Jazz (che nell’Italia fascista era proibito), le grandi orchestre swing di Glenn Miller, con il loro ritmo ordinato e trascinante, restituivano allegria, fiducia e voglia di stare insieme. Più tardi, con il Rock, i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan, Joan Baez, la musica pop divenne linguaggio universale di una generazione che credeva nel cambiamento, nella libertà, nella possibilità di reinventare il mondo con poche note e parole semplici. C’era leggerezza, ma anche profondità, entusiasmo, non cinismo.
La letteratura del dopoguerra seppe affrontare la realtà senza illusioni, ma senza disperazione. Negli Stati Uniti, autori come Steinbeck o Hemingway raccontavano la dignità dell’uomo comune, la fatica e la speranza, il dolore e la resistenza morale. In Italia, il neorealismo di Pavese, Vittorini, Calvino e Fenoglio diede voce a un Paese che cercava sé stesso, trasformando la memoria della guerra in coscienza civile. Scrivere era un atto di responsabilità, un modo per costruire.
Anche l’arte e l’architettura partecipavano a questo slancio. Le città crescevano con un’idea di futuro condiviso: quartieri popolari, scuole, spazi pubblici pensati per durare e accogliere. Il design italiano univa funzionalità ed eleganza, convinto che la bellezza fosse un diritto quotidiano. Nell’arte, tra astrattismo e nuove forme espressive, si cercava un linguaggio capace di esprimere il nuovo senza negare il passato.
Ciò che colpisce, a distanza di decenni, è l’ottimismo di fondo di allora. Non un ottimismo ingenuo, ma una fiducia concreta nel progresso, nella cultura, nella politica come strumento di miglioramento collettivo. Oggi, immersi in un presente frammentato, rumoroso e tragico, quella stagione appare lontana e quasi irreale. Eppure, ricordarla non significa fuggire dal presente, ma interrogarsi su ciò che abbiamo perso: la capacità di immaginare insieme un domani migliore, e il coraggio di crederci davvero.
Prima ho citato la musica di Glenn Miller perché mi ricordava un’estate del dopoguerra quando i miei mi portavano al Lido, su una spiaggia dell’Adriatico dove sorgeva anche un edificio occupato da una guarnigione americana. Da quel posto gli altoparlanti diffondevano proprio pezzi di Glen Miller. I teenager di allora, tra i quali mia sorella, mio fratello e i loro amici, sembravano affascinati da quei motivi mai sentiti prima. Io, forse inconsciamente, venni contagiato e lo sono rimasto.

Qualche anno dopo cercavo alle stazioni radio straniere musica jazz e simili che in Italia non veniva ancora diffusa. Le canzoni in voga erano piene di amor, cor, tesor, mamme e madonne. Finalmente, credo nel ’53, la Rai dette spazio a Piero Umiliani, a cui si deve la diffusione del jazz nel dopoguerra, con un’ora di quella musica trasmessa il venerdì alle 21. Mio fratello ed io la ascoltavamo con grande interesse tenendo le orecchie quasi attaccate all’apparecchio. Ricordo che nostro padre ci prendeva in giro dicendo: «Sembrate membri della Resistenza che ascoltano Radio Londra». Lui da partigiano lo aveva fatto realmente.
Poi incominciarono ad arrivare dagli Stati Uniti le notizie sul rock and rolle di “quei pazzi che la suonavano”. Nel ’55 il bel film americano Il seme della violenza fu reso celebre tra i giovani soprattutto per la colonna sonora con il brano Rock around the clock di Billy Haley. Poco dopo seguì il film “Senza tregua il rock and roll” che scatenò in tutta Europa e in Italia l’entusiasmo e anche l’isteria dei giovani. Durante la proiezione, tanti cinema si trasformavano in caotiche sale da ballo.
Per i giovani europei si aprirono le porte di un mondo nuovo: quella musica concesse loro un appiglio per fare delle scelte diverse da una tradizione antiquata; di uscire dagli schemi tradizionali delle famiglie, quelle che ascoltavano Claudio Villa e Nilla Pizzi e le più impegnate i grandi cantanti francesi come Ives Montand, Juliette Greco, Edith Piaf. Con la nuova musica arrivarono anche i 45 giri e i long playing; dal nulla nacquero tanti gruppi di giovani musicisti improvvisati, molti dei quali ebbero successo.
Nacque anche il consumismo giovanile: i nuovi dischi costavano meno e le vendite salirono vertiginosamente; diminuirono anche i prezzi dei grammofoni, ribattezzati giradischi, come quelli della “Geloso” che erano molto accessibili.
Oggi abbiamo il Rap che non è musica ma parole che riflettono il cinismo e la strafottenza dei tempi. Ma gli altri tempi non sono stati dimenticati: ai concerti attuali dei Rolling Stones, di Bruce Springsteen e altri “vecchi”, partecipano sempre migliaia di giovani. Durante l’ultimo tenuto da Springsteen, Joan Baez ha pianto pensando alla differenza tra l’America di ieri e quella di oggi.“
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