
Scacco matto
Quella mattina l’aria era così gelida e secca da trafiggere le tempie lobotomizzando qualsiasi forma di pensiero.
Il cielo azzurrissimo delicatamente venato di bianco appariva quasi marmoreo.
La campagna intorno alla città era tempestata di cristalli di brina luccicanti al sole e perfettamente incastonati su ogni filo d’erba.
I rami nudi degli alberi svestiti dall’inverno, sembravano reti di capillari protesi verso il cielo.
È incredibile quanto un albero riesca ad esser meraviglioso anche nudo, spoglio.
La corteccia diventa finalmente protagonista.
È pelle, cicatrice, segno rugoso sfoggiato con maestria e orgoglio.
Su uno di essi, pochi ospiti, degli esili uccellini, nascondevano le loro minute testine gonfiando il piumaggio del petto, per cullarsi nel calore del loro cuore pulsante… a sprazzi qualche battito d’ala quasi impacciato, per rassicurare il mondo, per gridare sottovoce la loro resistenza.
Eppure, in un campo ricamato di piante di ulivo poco distante da una strada asfaltata, anche quel giorno, una spolverata di aironi guardabuoi , candidi come fossero stati dipinti di luccicante quarzo bianco, era già freneticamente intenta nella ricerca di cibo.
A vederli da lontano sembravano pedine in una scacchiera.
I bianchi.
Alcuni a capo chino a beccare con incredibile dedizione la terra umida, altri con il collo esteso ad assaporare il vento, qualcuno appena giunto in planata, passeggiava elegantemente apparendo e scomparendo tra i tronchi grigi degli ulivi.
Una scacchiera quasi completa…
I pedoni, la torre, il cavallo.
Le loro lunghe e finissime zampe gialle, erano una nota di colore incredibilmente caldo in quell’atmosfera così fredda.
Il loro passo lento seppur ritmico e cadenzato, sembrava scandire come un orologio silenzioso il risveglio della campagna.
Eppure sembrava ci fosse una sorta di brusio… un bisbigliarsi frenetico e misterioso tra loro.
“Ci sono pericoli? Sentite qualcosa?”
disse intimorito con un filo di voce un pedone, un giovane airone maschio impegnato a cercar lombrichi.
“No“
risposero sussurrando il cavallo e la torre.
Poi, mentre una folata di tramontana scompigliava le piume lungo la curva sinuosa del suo collo, il cavallo aggiunse:
“Siamo gregari, vigilanti della terra e del bestiame… senza un re e una regina.
Siamo così leali e saggi da non averne bisogno.
Siamo bianchi quanto la pace.
Di cosa puoi aver paura??!?”
Il giovane pedone rimase per un attimo immobile… poi aggiunse:
“Vi ricordate mai le vostre vite precedenti? Chi eravamo prima di vestire questi panni di penne e piume?!?
Io ho ancora ben vividi in me molti ricordi, albergano nel mio esile corpo… e ho paura, paura che ritornino.”
Il “pedone” aveva fatto molti salti nel tempo e nello spazio.
Era sempre stato sfortunatamente un soldato semplice.
Si era ritrovato nelle trincee o nella fitta boscaglia a difendersi da nemici arrabbiati e armati… senza ricordarne più il motivo, uomini come lui, padri come lui… con un nome da vivi e senza nome da morti.
Aveva portato con sé in ogni vita il terrore dei rumori sconosciuti e improvvisi , la diffidenza, la paura di amare ed essere amato.
Una manciata di addii mai pronunciati, affogati
in un bagno di sangue, in un dolore lancinante.
Così il “cavallo”, il saggio della brigata piumata di bianco, gli rispose ancora ma con tono più deciso:
“Io ricordo di aver usato le parole e non le armi.
Prima ho letto con attenzione quelle scritte da chi mi ha preceduto.
Ricordo di esserne rimasto così affascinato , da voler scriverne di mie… perché nella ferita o nella gioia, fossero comunque un tesoro, un modo per scoprire il mondo.
Sono stato libero, mi sono sentito forte… eppure ricordo di aver sofferto, di aver pianto.
Non ho mai ucciso nessuno.
Ma ho sentito il dolore degli altri… forse anche il tuo.
Sono stato un privilegiato, ma non l’ho scelto.
Non ho mai avuto paura, se non quella di non poter esser libero.
Libero di pensare, di dire, di amare.”
A quel punto, un airone più anziano e appesantito che muoveva pochi passi più in là in una radura tra gli alberi, si schiarì la voce emettendo un verso acuto e improvviso…
Era la “Torre”.
Il suo richiamo congelò il resto della brigata in una sorta di blocco ipnotico.
Poi, la sua voce con tono pacato, sgorgò dal suo petto, mentre il sole iniziava a riscaldare l’atmosfera mattutina.
“Io son sempre stato un umile.
Le mie mani non sono mai state lisce e morbide.
Avevo paura della fame, della miseria, della tristezza.
Ma ho sempre camminato per le strade a testa alta.
Ho sfamato i miei figli e li ho donati al mondo.
Con orgoglio, con lealtà.
Nell’ultimo scorcio di vita, prima di giungere qui, vi ho conosciuto senza incontrarvi.
Vi ho amato senza conoscervi… e ho capito di cosa bisognasse realmente aver paura.
Un’anima semplice può temere solo una cosa: un domani che non comprende.
Pensateci bene…
Perché i bambini hanno paura del buio?
Perché non vedono chiaramente cosa cela e immaginano possa esserci nascosto qualcosa di brutto.
Nonostante ogni mio giorno fosse concentrato sulla mia salvezza e quella dei miei cari, ho avuto sempre più paura del domani.
Perché non capivo.
Non capivo come e perché certe cose intorno a me potessero avvenire.
Il buio, il “non vedere”, mi ha angosciato.
E il buio è diventato sempre più grande, nonostante sembrasse il contrario…
Perché qualcuno ci ha detto cosa si celava in quell’oscurità, mentendo ogni volta.
Non abbiamo mai visto tutto, ma solo ciò che ci raccontavano.
E ci siamo fatti convincere…
Nessuno ha acceso la luce per noi.
Ha solo popolato quel buio di mostri, perché li vedessimo con i loro occhi.
E io, uomo apparentemente libero, gli ho creduto.
Ora la mia esistenza è fatta solo di luce.
Non c’è una regina, non c’è un re.
Osservo ,comprendo…“
concluse la Torre, tornando a saccheggiare la terra smossa tra le radici di un olivo.
Un silenzio incredibile scese su quell’angolo di mondo.
Il brusio era stato inghiottito dalla luce del sole ormai alto in cielo.
Era scacco matto.
E la vita, era tutta lì.


