
Silenzio, un amico dimenticato?
Il silenzio mi ha sempre affascinato. Lo considero un amico prezioso, un compagno fedele che non giudica, non pretende, non occupa spazio. È lì, sempre disponibile, eppure così difficile da incontrare davvero.
Nella vita quotidiana siamo immersi in un flusso ininterrotto di rumori: il traffico che ci avvolge, il ronzio degli aerei, le notifiche che vibrano, il sottofondo dei bar o delle televisioni accese. Persino quando siamo soli tendiamo a colmare ogni vuoto con la musica nelle cuffie, con un podcast, con lo scorrere incessante di notizie e immagini. Ci è diventato quasi intollerabile rimanere senza stimoli, senza suoni, senza distrazioni.
E quando siamo in compagnia, ci sentiamo in dovere di sostenere conversazioni. Una cena in silenzio può sembrare imbarazzante, durante la quale un momento di sospensione può apparire quasi “maleducato”. È come se la società ci avesse insegnato che tacere equivale a non avere nulla da offrire.
Ma siamo sicuri che sia così?
È davvero necessario avere sempre un’opinione, un pensiero da condividere, una parola da aggiungere al brusio già esistente?
Nei seminari che ho avuto la fortuna di condurre, ho sempre provato ad introdurre momenti di silenzio collettivo. Può sembrare semplice, me per molti è un’esperienza sorprendentemente nuova e intensa, addirittura sfidante. Restare in silenzio insieme, senza parole né distrazioni, crea uno spazio quasi tangibile: le energie si trasformano, lo sguardo si addolcisce, l’ascolto si affina. Ci si accorge di quanto la parola sia spesso un riempitivo, un modo per fuggire dalla presenza, propria o altrui.
Non a caso, diverse tradizioni spirituali hanno fatto del silenzio una pratica essenziale. I monaci, gli eremiti, i mistici di ogni cultura hanno cercato il silenzio non come vuoto, ma come pienezza perché è nel silenzio che si può ascoltare l’invisibile, si può accogliere ciò che il frastuono del mondo tende a coprire.
Negli ultimi anni, anche la cultura contemporanea ha riscoperto il valore di questo tema. Mimesis Edizioni, ad esempio, ha dedicato una collana intera, Accademia del silenzio, a piccole opere che esplorano il silenzio da prospettive diverse: filosofiche, artistiche, esperienziali. È come se ci fosse un bisogno diffuso di tornare a frequentare questo amico dimenticato.
E per i più piccoli (e non solo) c’è un albo illustrato che custodisce una verità universale: Un posto silenzioso di Luigi Ballerini e Simona Mulazzani (Edizioni Lapis, 2016). Il libro si apre con un dialogo semplice ma disarmante:
Ma tu ce l’hai un posto silenzioso?
Un posto come?
Silenzioso
Silenzioso?
Sì, un posto silenzioso
Cosa sarebbe un posto silenzioso?
Prova a immaginarlo
Un posto dove non si sente niente?
Non esattamente
È una domanda che non riguarda solo i bambini, ma che ognuno di noi dovrebbe farsi senza dare per scontata la risposta. Perché avere un posto silenzioso, dentro o fuori di sé, è oggi un atto di resistenza.
Carlos Castaneda, attraverso gli insegnamenti dello sciamano Don Juan, ci offre una prospettiva ancora più radicale, raccontandoci come per lui il silenzio non sia soltanto assenza di suono, bensì blocco del dialogo interiore: l’interruzione del flusso ininterrotto di pensieri che ci tiene prigionieri nella mente.
Don Juan parlava di conoscenza silenziosa: un sapere senza parole, un accesso diretto all’intento e allo spirito, un “lago di conoscenza” sempre presente in noi, ma dimenticato. Questo tipo di conoscenza non si spiega, non si trasmette con i libri: si sperimenta. È un ritorno a una sapienza primordiale che precede il linguaggio, come se la perdita del silenzio fosse la vera “cacciata dall’Eden”.
Il silenzio interiore, allora, non è solo una pratica, ma una soglia che ci permetterebbe di toccare una percezione più ampia, di spostare il nostro punto di unione, di guardare oltre i limiti abituali della ragione e del sapere.
Oltre alla dimensione spirituale, il silenzio ha anche un impatto psicologico e fisiologico: la scienza ha dimostrato che brevi momenti di silenzio possono ridurre lo stress, abbassare la pressione sanguigna, favorire la concentrazione e la creatività.
In un mondo che ci chiede sempre di “produrre”, il silenzio è un atto rivoluzionario di cura verso noi stessi.
Ma c’è un altro livello ancora: il silenzio come forma di ascolto dove tacere non significa non comunicare, ma al contrario aprirsi a un sentire più profondo. Quando non percepiamo il bisogno di riempire gli spazi con le nostre parole, diventiamo capaci di accogliere davvero l’altro, senza filtri, senza giudizi, senza distrazioni.
Forse allora il silenzio non è un lusso, ma una necessità. Non è un vuoto da temere, ma un luogo in cui ritrovarci. Non è assenza, ma presenza. Non è mancanza, ma creatività. Non è chiusura, ma riposo.
La domanda che l’albo illustrato pone resta la più autentica, ad ogni età:
“Tu ce l’hai un posto silenzioso?”
Se la risposta è sì, custodiscilo.
Se la risposta è no, inizia a cercarlo.
Potrebbe essere un bosco, una stanza, il respiro, o semplicemente un attimo in cui scegli di non parlare.
Il silenzio è un amico che non chiede nulla, ma dona moltissimo.
Forse oggi, più che mai, abbiamo bisogno di lui.


