
La voce “grossa” della Meloni
“Finalmente la premier Meloni ha mostrato la grinta in politica estera”, verrebbe da dire. Dopo i continui silenzi sul bullismo di Trump e la distruzione di Gaza, si è decisa ad agire duramente nei confronti della Svizzera riguardo alla tragedia di Crans; ha “rimproverato” Trump per aver offeso l’operato dei militari della Nato in Afghanistan, dove morirono 59 italiani; poi c’è la protesta contro Israele per l’affronto subìto da due carabinieri dell’ambasciata italiana che circolavano in Cisgiordania a bordo di un’auto con targa “Corpo diplomatico”.
Ma ciò che emerge da questi tre interventi è la assurda (o ridicola?) severità manifestata dalla presidente del Consiglio nel primo caso, col richiamo dell’ambasciatore italiano a Berna, mentre per gli altri due è stata prudente usando toni molto cauti e deboli.
L’ incidente diplomatico – chiamiamolo così – creato dalla Meloni e dal ministro degli Esteri Tajani con la Svizzera, è legato alla morte di sei giovani italiani e dal ferimento di altri nell’incendio. Pertanto il governo italiano aveva preteso «l’immediata costituzione di una squadra investigativa comune affinché venissero accertate senza ulteriori ritardi le responsabilità della strage di Crans Montana».
È stata una pretesa che esprime da parte del governo italiano grande arroganza e assoluta ignoranza delle leggi internazionali. La risposta del Presidente svizzero Guy Parmelin è stata molto pacata: «Possiamo capire l’indignazione italiana ma la politica non può interferire nel lavoro della magistratura». Ha voluto sottolineare l’indipendenza della Giustizia elvetica. È un sistema costituzionale che esiste anche in Italia e che dà molto fastidio alla nostra premier che vuole eliminare attraverso la nuova legge sulla quale dovranno decidere gli italiani col prossimo referendum.
Il richiamo dell’ambasciatore è stato un atto formalmente forte ma resta unico e ridicolo se confrontato con gli altri due episodi. Sul fronte Trump/Nato la critica al presidente USA, molto prudente e quasi timida, è da considerare molto debole rispetto alla gravità dell’offesa fatta ai militari italiani. Di fronte a una missione come quella in Afghanistan che ha segnato anni di impegno e decine di caduti, ci si sarebbe aspettata una posizione più netta da un governo che fa spesso leva sul patriottismo retorico. Lo stesso ragionamento vale per la flebile reazione sul trattamento riservato ai due carabinieri dell’ambasciata in Israele.
La sensazione che appare è quella di una politica estera attenta a non disturbare gli equilibri con gli “amici” (Trump e Netanyahu), più orientata a rassicurare gli alleati che a rivendicare una voce autonoma. Molto atlantismo, molta cautela verso figure ingombranti, ma poca capacità di incidere davvero nel dibattito internazionale. Ormai questa prudenza è diventata l’immagine permanente della politica estera italiana.
Anche l’immagine della premier lascia molto a desiderare: non sopporta le critiche, tratta male i giornalisti che non si adeguano alla sua politica; usa toni volgari nei confronti delle opposizioni; spesso i suoi interventi di oggi contraddicono quelli fatti in passato. Insomma il suo comportamento appare ben lontano da quello di una vera statista.
Per quanto riguarda la tragedia di Crans soggetta a molte critiche verso la magistratura elvetica da parte del governo italiano, è bene ricordare che la storia d’Italia del dopoguerra è ricca di tragedie dovute alla superficialità e all’incoscienza di coloro che le hanno provocate.
Vogliamo ricordare la diga del Vajont le cui acque nel 1963 tracimarono a valle uccidendo quasi 3000 persone? Al processo i dirigenti della società elettrica Sade, proprietaria della diga, vennero tutti assolti. Eppure da anni venivano avvisati del pericolo.
L’elenco delle tragedie “all’italiana” sarebbe lunghissimo e quasi sempre gli imputati non hanno mai fatto un giorno di carcere. Arriviamo al ponte Morandi crollato il 14 agosto del 2018 provocando la morte di 43 persone. Il processo, con 50 imputati, è ancora in corso e dovrebbe concludersi tra alcuni mesi. Come andrà a finire?
Tra pochi giorni ci sarà la conclusione del processo di Appello per la tragedia di Rigopiano, in Abruzzo, dove il 18 gennaio del 2017 una valanga distrusse un albergo uccidendo 29 persone. In Assise, su 30 imputati ne vennero condannati soltanto cinque. Fu assolta una funzionaria della prefettura di Pescara che ignorò le prime telefonate d’allarme riguardanti la tragedia, mostrando scetticismo e definendo la notizia una “bufala”.
Tornando alla politica estera italiana, questa venne gestita molto saggiamente dai governi democristiani. Per esempio il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi nel febbraio del 1960 si recò in visita ufficiale in Unione Sovietica, ignorando le proteste degli Stati Uniti. Fu il primo capo di Stato occidentale a visitare l’URSS, segnando una storica apertura diplomatica durante la Guerra fredda e evidenziando l’indipendenza della politica estera del governo.
Gli americani si irritarono ancora quando il democristiano Giorgio La Pira, ex sindaco di Firenze, si recò ad Hanoi nel novembre del 1965, durante la guerra del Vietnam per una storica missione di pace. Incontrò il presidente Ho Chi Minh riportando spiragli di pace poi vanificati.
Purtroppo oggi siamo costretti a ricordare con nostalgia quel passato.


