Skip links

Come sopravvivere alla morte

Tempo di lettura: 3 minuti

Il tema è di quelli difficili, soprattutto quando ci si accorge di avere raggiunto un’età autorevole o si è andati a sbattere contro dolori parecchio grandi. Io rientro nel gruppo, così mi è successo, curiosando tra gli scaffali della libreria dove vado di solito, di “incrociare” un libro di Antonio Polito, che è editorialista del Corriere della Sera e che seguo soprattutto nei suoi commenti di politica internazionale.

Il libro si intitola Qualcosa di noi resterà (Mondadori Strade Blu). E sulla copertina ha la scritta “come sopravvivere alla morte”. Confesso: l’ho guardato e ho fatto un passo indietro. E poi un altro avanti. E poi l’ho aperto. «Alla ricerca di un senso, Polito conduce un’inchiesta che intreccia riflessioni, testimonianze ed esperienze con uno sguardo intimo e autobiografico. Un viaggio, il suo, nel mistero. Che diventa occasione per interrogarci non solo su cosa ci attende, ma anche su come vivere meglio da ora ad allora, finché siamo in tempo».

Cercare un senso. Già, bell’obiettivo, mi sono detta. E, tornata a casa, ho cominciato a leggere, trovando in quelle pagine tante domande e la ricerca di risposte, in una vera inchiesta giornalistica.

Si può sopravvivere alla morte si chiede Polito, che sta per compiere 70 anni “e il tempo stringe” scrive (aiuto! mi è venuto da pensare). E precisa: “Ora vorrei sapere tutto della morte: che cosa è, come avviene, e che succede dopo… E vorrei capire se la morte è la fine, o un passaggio… Se esistono, e quali sono, dei modi per sopravviverle”.

Domande con la D maiuscola, verrebbe da dire. Eppure di morte si parla pochissimo, o non si parla affatto. Polito ritiene che esista “una cospirazione del silenzio sul morire e sul dopo. Facciamo di tutto per rivolgere lo sguardo altrove perché la perdita della vita ci fa paura, ci priva del bene più prezioso, e dunque è il peggiore dei mali. Ma forse è ora di strappare quel velo. C’è un modo per non farsi cogliere di sorpresa”.

Ora, non so se il saggio di Polito permetta di arrivare alla morte preparati. So però che il libro racconta di religioni, filosofie, neuroscienze senza provocare quell’angoscia che non fa dormire. Un libro che parla di come l’umanità abbia sempre cercato di dare un senso alla fine (con la resurrezione, l’aldilà, la reincarnazione, il culto dei morti, la loro “presenza” tra i vivi, l’anima…) senza considerarla un sipario, ma un passaggio, una trasformazione, una possibile rinascita.

Da giornalista qual è, Polito ha intervistato chi è arrivato a un passo dal dire addio alla vita. Da chi è “quasi morto”, questa la definizione che, mi rendo conto, può sembrare un po’ bizzarra.

A me ha fatto sorridere (ma anche tenerezza) la testimonianza di Pier Luigi Bersani. Una domenica di gennaio del 2014, a Piacenza, Bersani sta andando a comprare i giornali quando sente “una coltellata alla testa”. Al Pronto Soccorso gli fanno una Tac che rivela un aneurisma all’arteria cerebrale. Bisogna operare. E per farlo occorre portarlo a Parma. «Ricordo che nel tragitto pensavo: se tiro le cuoia adesso faccio proprio la figura del coglione. Ero stato io, infatti, da presidente della Regione Emilia Romagna, a dire no a un reparto di neurochirurgia a Piacenza. Avevo preferito concentrare le risorse sui centri di eccellenza, e Parma lo era. Quel giorno ho pensato che, come cantava Battisti, non è così difficile morire. Che morire non è un trauma. Piuttosto è un abbandono».

Ci sono poi persone che hanno ricordi di momenti “di mezzo”.

Vittorio Emanuele Parsi, docente universitario e politologo, è stato “praticamente morto” per un po’ di tempo nel 2023, mentre intervenivano i medici che l’hanno salvato dalla dissezione dell’aorta. Il ricordo di Parsi e quelli di molti altri come lui, scrive Polito, riguardano con nettezza cose che non sarebbe possibile ricordare. L’ipotesi, sostiene ancora il giornalista, è che l’interruzione delle funzioni cerebrali, almeno per un periodo più o meno breve, potrebbe non uccidere la coscienza. In sostanza, potrebbe esistere una coscienza anche mentre il cervello non funziona secondo le normali condizioni della vita.

E ancora, nei racconti di coloro che hanno “varcato la soglia” e sono tornati, si parla di tunnel di luce, di distacco dal corpo, di pace, di incontri con persone care defunte. La fisica quantistica – si dice nel libro – e le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale aprono alla speranza che la coscienza non muoia insieme con il cervello, ma che ci sia un luogo, un cloud, dove possa continuare a vivere in un’altra dimensione.

Qualcosa di noi resterà è questo e molto di più. Mi piace riportare le ultime righe. “Ho scritto questo libro per dimostrare che qualcosa resterà di noi. Che non finiremo per l’essere solo polvere. E ci credo. Ma per riuscirci, per sconfiggere davvero la morte, dobbiamo accettarla. Solo se lasceremo qualcosa dietro di noi, qualcosa resterà di noi. La vera morte è il vuoto. Riempiamolo adesso, finché siamo ancora in tempo”.

Articolo pubblicato anche su https://www.allonsanfan.it/

Explore
Drag