
Milano olimpica e le colpe di Sant’Ambrogio
Milano in questi giorni è un tripudio di capi di stato, di sovrani, di Super-Suv neri zeppi di angeli custodi armati fino ai denti, di potenti di ogni risma felici di mostrare quanto lo sono, mentre le loro mogli sono altrettanto felici di fare shopping in via della Spiga e Montenapoleone, anch’esse forti in virtù delle loro American Express Platinum. Evviva le Olimpiadi!
In questo contesto luccicante che illumina anche nuvole di giornalisti che inondano il mondo di immagini e parole sportive, quelle di Sergio Mattarella sembrano ingenue, come espressioni di un’anima bella: «Il motto olimpico “Citius, altius, fortius, communiter”, (più veloce, più in alto, più forte, insieme) si rappresenta con parole che non sono soltanto un programma sportivo: dovrebbero essere – sono – un programma cui dovrebbero ispirarsi tutti i governi del mondo nelle relazioni tra di loro. È quel che tutti i popoli desiderano e attendono».
Lo stesso vale per le espressioni di Papa Prevost «Queste grandi manifestazioni sportive costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza in un mondo in pace. È questo anche il senso della tregua olimpica, antichissima usanza che accompagna lo svolgimento dei giochi. Auspico che quanti hanno a cuore la pace tra i popoli e sono posti in autorità sappiano compiere in questa occasione gesti concreti di distensione e di dialogo».

L’atto fondativo delle moderne Olimpiadi è rappresentato dal Congresso Internazionale di Parigi, tenutosi presso l’Università della Sorbona dal 16 al 23 giugno 1894. Il barone francese Pierre de Coubertin è considerato il padre delle Olimpiadi moderne. De Coubertin propose di ripristinare i Giochi antichi per promuovere l’educazione, lo sport e la pace tra le nazioni. Poi disegnò, nel 1913, il simbolo dei cinque cerchi rappresentanti i continenti, realizzando così un simbolo semplice e potente come la sua ispirazione.
In quell’estate del 1894 De Coubertin sostenne con passione travolgente che era giunto il momento di reintrodurre il concetto delle antiche feste atletiche greche, sostenendo che in quel momento storico, incerto e vacillante, avviando l’umanità verso il nuovo secolo, si rendeva necessario un ritorno agli ideali olimpici: «Per quanto riguarda l’atletica in generale, non so quale sarà il suo destino, ma desidero attirare l’attenzione sul fatto importante che presenta due novità, questa volta nell’ambito di queste trasformazioni secolari. È democratica e internazionale. La prima di queste caratteristiche ne garantirà il futuro: tutto ciò che non è democratico oggi non è più fattibile. La seconda invece ci apre prospettive inaspettate. Spero che mi aiuterete e che, con voi, potrò continuare e realizzare, sulla base adeguata alle condizioni della vita moderna, quest’opera grandiosa e benefica: la restaurazione dei Giochi Olimpici».

Questo discorso pronunciato all’incontro annuale dell’Union des Sociétés Françaises de Sports Athlétiques, evocava, appunto, le Olimpiadi dell’antica Grecia che erano celebrazioni atletiche e religiose fondamentali, tenute ogni quattro anni a Olimpia in onore di Zeus, dal 776 a.C. al 393 d.C. L’evento unificava il mondo greco attraverso la tregua sacra e un calendario comune. Gli eventi, che includevano corsa, lotta, pugilato, lancio del disco/giavellotto e pentathlon, vedevano la partecipazione di uomini liberi greci, con premi come la corona d’ulivo.
Interessante ricordare per quale ragione nel 393 d.C. i giochi sono stati troncati, anche perché l’interruzione ha a che fare con l’attuale sede olimpica lombarda e con il suo patrono: Sant’Ambrogio (Augusta Treverorum, ca. 339-340 d.C. – Milano, 4 aprile 397 d.C.).
Sant’Ambrogio negli anni in cui era Vescovo a Milano, dicono gli storici, aveva una grande influenza su Flavio Teodosio Augusto. Questi fu l’ultimo imperatore dell’impero romano prima della separazione tra Pars Occidentalis e Pars Orientalis. Nel 380, con l’editto di Tessalonica, fece del Cristianesimo la religione unica e obbligatoria dell’Impero; per questo fu chiamato Teodosio il Grande dagli scrittori cristiani. Nel 393 d.C. abolì i giochi olimpici ritenendoli pagani. Teodosio considerava le antiche tradizioni pagane, tra cui le Olimpiadi, incompatibili con i valori cristiani e decise quindi di vietare tutte le pratiche religiose pagane, compresi i giochi, che erano strettamente legati ai culti dell’antica Grecia. Il tutto per consolidare l’unità religiosa dell’impero sotto il cristianesimo, con l’ispirazione e la benedizione del celebre e potente Vescovo di Milano.

Se tra le righe della narrazione dei fatti storici si intravvede anche quella del nostro presente, si capisce ancor più l’importanza di chi – come Mattarella e Prevost per esempio – si ostini a richiamare i valori originali dell’idea olimpica di Pierre de Coubertin che includeva quella “tregua sacra” per tutte le guerre in atto che oggi è bellamente ignorata.
Forse dovremmo, con forza e determinazione, in un momento storico così pericoloso in cui non si dà rinnovo neppure agli accordi contro la proliferazione nucleare, come uomini e donne di buona volontà, sostenere le ragioni olimpiche che sono anche le ragioni della democrazia, della pace, del dialogo tra le nazioni. Ispirandoci alla vita di Coubertin e anche alle sue volontà in punto di morte avvenuta a Ginevra nel 1937, quando il suo cuore fu prelevato dal corpo e inviato in Grecia per essere sepolto ai piedi della collina di Crono ad Olimpia.


