Skip links

L’Italia e i suoi primi briganti

Tempo di lettura: 4 minuti

L’Italia di questi tempi si è ridotta a essere un Paese avvolto da una grave crisi politica che si ripercuote sull’economia e sulla società. È mal governata da “politici” improvvisati, carichi di frustrazioni provocate da decenni di lontananza dal potere, appartenenti a una estrema destra inefficiente, priva di senso dello Stato e attaccata a una assurda nostalgia per un regime voluto dai loro nonni e finito male con la conclusione della seconda guerra mondiale. E ora che hanno il potere lo gestiscono in modo inadeguato, prendendo decisioni che danneggiano il bene comune e causano il declino delle istituzioni.

Questa situazione è il punto di arrivo del cammino nella Storia intrapreso sin dal 1861 da una nazione nata male che ignorò sin dall’inizio i principi del Risorgimento conclamati da Mazzini, Garibaldi, Cattaneo, D’Azeglio e da tanti altri protagonisti di quel lungo periodo molti dei quali sacrificarono le proprie vite. Sfortunatamente ci fu anche l’improvvisa morte di Cavour, intelligente e avveduto presidente del Consiglio, avvenuta appena tre mesi dopo la proclamazione del nuovo Stato.

Il conte di Cavour

Il primo errore di quel cammino fu la proclamazione di “Vittorio Emanuele Secondo, re d’Italia”. Perché non Primo, visto che diventava il sovrano di una nuova nazione? «Il mantenimento della numerazione dinastica sabauda è la spia del carattere annessionistico dell’unificazione nazionale», scrive Gianni Oliva in La prima guerra civile (Mondadori), un saggio sulle rivolte e repressioni nel Mezzogiorno dopo che il Regno di Sardegna si estese su tutta la penisola, salvo lo Stato della Chiesa, limitato al Lazio, che rimase indipendente ancora per un decennio.

Nel suo libro Oliva rompe i silenzi autoassolutori della storiografia ufficiale documentando un ritratto veritiero della nascita del nostro Paese, fondamentale per comprendere le origini delle diseguaglianze e fratture sociali che lo percorrono ancora oggi.

Quella “guerra civile” non fu uno “sparuto banditismo”, come ci veniva raccontato a scuola, ma una vera rivolta contadina, priva di una guida carismatica, diffusa in tutto il Mezzogiorno d’Italia che Garibaldi liberò dall’oppressione borbonica per consegnarlo ai piemontesi i quali a loro volta lo “occuparono”, come si faceva con le colonie.

Un primo segnale della rivolta si ebbe con i fatti di Bronte, avvenuti prima dell’unità d’Italia quando la Sicilia era stata tolta ai Borboni e Garibaldi con le sue truppe risaliva la Calabria diretto a Napoli.  Quell’episodio viene raccontato da Verga nella novella Libertà: l’autore si ispira ai fatti realmente accaduti tra luglio e agosto del 1860 quando i contadini di quel paese, interpretando la libertà garibaldina come anarchia e redistribuzione delle terre, insorsero contro i “galantuomini”. Così venivano chiamati i proprietari terrieri, borghesi e nobili.

La popolazione di Bronte, in preda a un odio cieco represso per secoli, compì atrocità massacrando i proprietari terrieri e distruggendo le loro proprietà. Per sedarla e punirne gli autori, Garibaldi mandò Bixio il quale usò metodi brutali facendo fucilare decine di rivoltosi.

Il titolo della novella è amaramente ironico: i contadini non ottennero né terre, né libertà finendo uccisi o andando in galera. Secondo Verga, le strutture gerarchiche della società non erano cambiate e le rivolte popolari erano inutili carneficine. Il racconto termina con la frase di un condannato a morte: «Ma se mi avevano detto che c’era la libertà».

Con l’Unità d’Italia episodi come quelli di Bronte si moltiplicarono in tutto il Mezzogiorno, a partire dall’Abruzzo trasformandosi in una guerra civile non organizzata da un centro politico, ma divisa per bande criminali che agivano separatamente, fomentate da agenti borbonici (il re deposto Francesco II era stato accolto dal Vaticano) e papalini che li rifornivano di armi. I ribelli agivano con ferocia contro coloro che accettavano il governo italiano: abitazioni date alle fiamme, teste mozzate esposte come trofei, soldati evirati. Lo scopo era quello di destabilizzare il neonato Stato che a sua volta aveva risposto in modo completamente sbagliato.

La classe dirigente liberale del Nord e del centro Italia – dove l’annessione al Regno di Sardegna era stata ben accolta – volle ignorare i problemi sociali del Mezzogiorno e rispose inviando l’esercito che cercò di opporsi ai rivoltosi con rastrellamenti, incendi di interi paesi e fucilazioni sommarie. Un comportamento che alimentò di uomini le bande ribelli che godevano dell’appoggio della popolazione, soprattutto dei contadini delusi dalla mancata promessa della redistribuzione delle terre e oltretutto vessati dalle leggi imposte dal governo di Torino che aggravarono l’impoverimento della plebe e l’instabilità sociale.

Al servizio militare obbligatorio – nel regno borbonico non esisteva – che depauperava i contadini del lavoro  sulla terra dei propri figli, seguirono forti tassazioni sui beni di consumo, vennero inviati funzionari dello Stato del Nord inflessibili e carichi di pregiudizi. Il governo non impedì invece la nascita di una borghesia predatoria e “liberale” solo per opportunismo, che si arricchì alle spalle della plebe acquistando, per esempio, i latifondi espropriati alla Chiesa. In questo modo venne tolto ai contadini il diritto al legnatico e alla caccia che serviva per approvvigionarsi di cibo.

Eppure nel Parlamento non mancarono parlamentari provenienti dal Sud, ma erano quasi tutti liberali di destra, rappresentanti della borghesia e della nobiltà. Per esempio Antonio Starabba, marchese di Rudinì, grande latifondista siciliano e per cinque volte presidente del Consiglio sino al 1898, quando si recava a Pachino dove possedeva gran parte delle sue terre, era solito dire: «Vado in Sicilia per controllare i miei selvaggi».

Tra parentesi: questo personaggio governava durante la strage di Milano compiuta nel ’98 dal generale Bava Beccaris e tentò un colpo di Stato con l’assenso del Re Umberto Primo. Certamente rispetto a quei tempi l’Italia è cambiata molto ma si è portata dietro i mali contratti nell’infanzia: i di Rudinì non sono mai scomparsi e spesso i suoi emuli occupano il potere.

Explore
Drag