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Primavere silenziose nel nostro futuro?

Tempo di lettura: 4 minuti

Quando si scrive di guerra, per darne le dimensioni tragiche, si citano i numeri delle persone uccise dai combattimenti e soprattutto – e qui i numeri si moltiplicano – dai danni collaterali: le vittime civili, le donne, i bambini residenti nelle città fatte oggetto di attacchi finalizzati a seminare dolore e terrore.
Molto raramente si trattano le morti degli animali nelle zone di guerra. Eppure sono morti che allargano e approfondiscono la visione tragica della maledizione bellica.
Ho letto un rapporto sulla guerra di Gaza dove si sommano gli umani e tutte le altre specie assassinate in quel conflitto. Il rapporto titolava così: «A Gaza sono morte il 97% delle creature viventi» poi faceva una descrizione analitica di tutti gli animali morti ‘in guerra’… nonostante il loro involontario coinvolgimento.

Facile obiettare che sia una forzatura trattare le morti animali i cani, i gatti, gli asini, le pecore, quelli da cortile e i selvatici, con pari valore numerico delle morti umane… ma perché no, se ci poniamo in una visione dove tutti siamo in relazione, senza soluzione di continuità visto che la guerra non fa eccezioni per nessuno.

ll Kyiv Independent di qualche giorno fa ha pubblicato questa foto con due personaggi: il direttore dello zoo di Kyiv, Kyrylo Trantin, 53 anni, e l’elefante Orazio, 20 anni. Nel servizio del giornale Ucraino si narrano le difficoltà per tenere in vita i 600 animali di varie specie nel bel mezzo del quarto gelido inverno bellico senza energia elettrica e risorse.

Includere gli animali nei conteggi macabri, come nel caso di Gaza, aiuta a rendere consapevolezza della reale distruzione vitale di un luogo che è, appunto, fatto di vita nel senso più lato.
Questo vale anche quando non si tratta di guerra. Qui cito un altro rapporto pubblicato in questi giorni, particolarmente significativo; questo attiene all’ultimo monitoraggio condotto dalla Lipu nell’ambito del progetto europeo del Farmland Bird Index (Fbi), che descrive l’andamento delle popolazioni degli uccelli delle aree agricole italiane. Gli studi sono stati finanziati dal Ministero dell’Agricoltura nell’ambito della Rete nazionale della PAC (Politica Agricola Comune. Si tratta della politica fondamentale dell’Unione europea nata nel 1962, che disciplina le regole, i sostegni economici e le strategie per il settore agricolo, lo sviluppo rurale e la sicurezza alimentare negli Stati membri).

Cosa c’entrano gli uccelli con il lavoro degli uomini? C’entrano, eccome, come gli asini morti tra le macerie di Gaza. Gli uccelli agricoli in particolare non sono solo simboli naturalistici, sono soprattutto sentinelle ecologiche, precisi bioindicatori. Dove calano, si interpreta che diminuiscono gli insetti utili, peggiora la qualità del suolo, aumenta la dipendenza da prodotti chimici, si riduce la resilienza delle colture. In altre parole, l’agricoltura peggiora con un impoverimento non solo di un settore fondamentale, ma anche della alimentazione dell’intero contesto sociale.

Il rapporto della Rete PAC & LIPU (2025) dal titolo “Uccelli comuni delle zone agricole in Italia – Aggiornamento degli andamenti di popolazione” fornisce informazioni sulla popolazione delle specie nel periodo 2000-2025. I risultati dello studio sono chiarissimi e incontrovertibili. Eccone alcuni.
Dal 2000 al 2025 gli uccelli tipici degli ambienti agricoli sono diminuiti del 33,5%. Di fatto, un individuo su tre è scomparso in poco più di vent’anni. In alcune aree di pianura alluvionale il crollo arriva al 50%.
Il 71% delle specie è in declino significativo a causa dell’impoverimento degli habitat. Non sono in pericolo solo le specie rare: diminuiscono anche gli uccelli più comuni, quelli che definivano il paesaggio sonoro delle campagne, come l’allodola, la passera mattugia e la passera d’Italia. Ed è proprio questo il segnale più preoccupante. Quando calano le specie comuni, significa che tutto l’ecosistema è in sofferenza.

Le cause secondo la LIPU sono di tutta evidenza: «La scomparsa degli elementi naturali, come siepi e filari, e l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti. L’intensificazione delle colture, con la conseguente banalizzazione del paesaggio, sta progressivamente colpendo anche le zone collinari e pedemontane dove, negli ultimi anni, gli indici risultano in discesa più rapida». Per la Lega Italiana Protezione Uccelli «le soluzioni sono note e già sperimentate. Occorre ripiantare siepi e filari, mantenere fasce fiorite e prati stabili, ridurre i pesticidi, diversificare le colture, sostenere l’agricoltura biologica e agroecologica».

Un cartello riassuntivo contenuto nel rapporto LIPU

In fondo… nulla di nuovo se pensiamo che nel settembre del 1962, negli Stati Uniti, Rachel Carson ha pubblicato un libro con un titolo poetico e terrificante “Silent Spring”, tradotto poi in italiano “Primavera silenziosa” disponibile dal 1966 anche nel nostro Paese. Più di sessant’anni fa!
Rachel Carson è stata forse la madrina più autorevole dell’ambientalismo mondiale. Tra il resto, ha combattuto e vinto la battaglia per la messa al bando del DDT.
“Primavera silenziosa” deriva dalle sue osservazioni e constatazioni del maggior silenzio nei campi primaverili rispetto ai decenni passati, dovuto alla diminuzione del numero di animali (principalmente uccelli canori), provocato dall’utilizzo sconsiderato di insetticidi, erbicidi e pesticidi che poi avranno gravi ripercussioni anche sull’uomo.

“Primavera silenziosa” apre le sue pagine con una dedica e una citazione, come tributo a Albert Schweitzer (1875 – 1965) medico e filantropo, musicista e musicologo, teologo, filosofo, biblista, pastore e missionario luterano che disse:
«L’uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere.
Andrà a finire che distruggerà la Terra»
.

Rapporto PAC/Lipu in link:
https://www.reterurale.it/downloads/ITA_Brochure_Farmland_Bird_Index.pdf

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