
La grande guerra tra bande criminali
Negli ultimi giorni il conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha compiuto un salto verso la catastrofe che rischia di trascinare il Medio Oriente in una guerra molto più ampia e prolungata. A partire dal 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti, insieme all’alleato israeliano, hanno lanciato attacchi militari su diverse installazioni iraniane e ucciso la Guida Suprema di Teheran, Ali Khamenei, segnando così un’escalation senza precedenti dal dopo “guerra fredda”.
Mi è stato difficile trovare parole adatte per raccontare questo conflitto. È forse un grande Risiko? Poi ho deciso di paragonarlo a una feroce guerra tra bande criminali. Due fazioni alleate contro un’altra per conquistare il territorio. Il capo di quest’ultima è stato “fatto fuori il primo giorno”, ma i suoi accoliti hanno deciso di “non mollare”. Trump e Netanyahu si considerano già vincitori.
Questa non è una guerra “tradizionale” come quelle narrate nei manuali di storia: qui non ci sono fronti stabili, eserciti che si affrontano in linee chiare, né obiettivi di una parte di popolazioni “liberatrici” contro un nemico inequivocabile. L’Iran e gli Stati Uniti con Israele non combattono per valori universalmente condivisi, ma per interessi geopolitici, pressioni interne e dinamiche regionali estremamente complesse.
Da parte statunitense l’obiettivo dichiarato è fermare un programma nucleare percepito come una minaccia all’egemonia occidentale nella regione, indebolire l’influenza iraniana e limitare il sostegno di Teheran a gruppi armati come Hezbollah o le milizie sciite in Iraq e Siria. Ma dietro queste posizioni di facciata si intrecciano anche obiettivi politici interni: l’amministrazione americana, guidata da Donald Trump, si trova sotto pressione per giustificare un’azione militare costosa e controversa mentre l’opinione pubblica negli USA è spaccata e le elezioni di medio termine si avvicinano. Gli israeliani, come sempre, si sono compattati.
Sul versante iraniano, la leadership non risponde a un “popolo unito” con un progetto condiviso, ma piuttosto a un complesso mosaico di élite religiose, istituzionali e militari che hanno beneficiato del potere rivoluzionario dal 1979. Le sanzioni e l’isolamento economico imposti dagli Stati Uniti per decenni hanno impoverito la popolazione e mandato in crisi le istituzioni; ciò alimenta un sentimento di assedio più che di ideali nazionalisti o di emancipazione democratico-umanitaria.
Il risultato è una guerra che non ha un vero “ideale politico” condiviso: da una parte un governo percepito da molti iraniani come repressivo e distante, dall’altra una superpotenza che dichiara valori di libertà ma agisce per interessi strategici e economici propri. Anche le ragioni geopolitiche si intrecciano a questioni economiche globali: il conflitto ha già interrotto il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, un passaggio cruciale per il petrolio mondiale, e ha fatto impennare i prezzi dell’energia, con effetti che si ripercuotono ben oltre i confini della regione.
Oltre alle dinamiche militari, la guerra ha gravissime conseguenze umanitarie: civili iraniani, cittadini di Stati arabi del Golfo e personale diplomatico vengono colpiti direttamente o indirettamente dai combattimenti, mentre organizzazioni internazionali chiedono, ma con toni molto bassi, a tutte le parti di rispettare il diritto internazionale umanitario e di proteggere le popolazioni civili.
Il conflitto non è nemmeno un semplice scontro bilaterale: l’Iran ha lanciato missili e droni contro Paesi del Golfo come gli Emirati, provocando una reazione unitaria di Stati che fino a poco tempo fa cercavano di mediare oppure di mantenere una certa autonomia rispetto a Washington.
La narrazione di una guerra tra “buoni” e “cattivi” non regge davanti alla realtà di questo conflitto. Nessuno dei principali attori sembra guidato da un ideale umanitario o da una visione di giustizia condivisa: gli Stati Uniti cercano di mantenere la propria influenza globale e difendere alleati come Israele; quest’ultimo giustifica le sue guerre di fronte agli attacchi decennali che subisce dal terrorismo finanziato dall’Iran, come l’ultimo compiuto da Hamas. Ma ciò non giustifica le stragi di Gaza, i bombardamenti in Libano, l’invadenza dei coloni nella Cisgiordania. Le mire del governo Netanyahu sono quelle di allargarsi su tutta la Palestina e divenire il “guardiano” del Medio Oriente.
L’Iran reagisce per preservare il proprio regime e la propria influenza regionale; e le popolazioni civili pagano il prezzo più alto, senza avere alcun ruolo nelle decisioni che determinano la loro vita o la loro morte.
In questo senso la guerra appare più simile a uno scontro tra “bande geopolitiche” — ciascuna con motivazioni multiple, contraddittorie e spesso profondamente legate a interessi di potere più che a ideali universali — piuttosto che a un confronto tra bene e male come quelli evocati nei racconti tradizionali di guerra.

Ciò che rende questo conflitto ancora più difficile da interpretare è la sua natura ibrida. Non si tratta soltanto di bombardamenti e operazioni militari convenzionali, ma di una guerra che si combatte su più livelli: cyberattacchi, sanzioni economiche, propaganda, operazioni coperte e uso di milizie alleate in Paesi terzi. È una guerra diffusa, frammentata, che non ha un unico campo di battaglia ma una costellazione di teatri indiretti.
Dopo il ritiro degli Stati Uniti sotto la prima presidenza di Trump dall’accordo sul nucleare del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action, la fiducia tra Washington e Teheran si è progressivamente erosa. Le sanzioni economiche sono state rafforzate, colpendo il sistema bancario e il settore petrolifero iraniano. L’Iran, da parte sua, ha gradualmente ridotto il rispetto degli impegni nucleari, aumentando l’arricchimento dell’uranio e intensificando la cooperazione militare con movimenti regionali ostili agli interessi americani.
In questo scenario, il confine tra guerra e “non guerra” è diventato sempre più sottile. Gli attacchi contro basi americane in Iraq, le operazioni israeliane contro il Libano, gli obiettivi iraniani in Siria, le tensioni nel Golfo Persico: tutto rientra in una strategia di pressione continua, dove ogni attore cerca di logorare l’altro senza arrivare – almeno formalmente – a una dichiarazione di guerra totale.
È qui che la percezione di una “guerra tra bande” prende forma. Le leadership coinvolte sembrano muoversi secondo logiche di sopravvivenza del potere più che secondo un progetto politico universale. Negli Stati Uniti, la politica mediorientale è spesso influenzata da equilibri interni, lobby, cicli elettorali e strategie di deterrenza globale. In Iran, il sistema politico ruota attorno alla tutela del regime nato dalla rivoluzione del 1979, con un intreccio di autorità religiosa e apparato militare che privilegia la stabilità interna rispetto a riforme sostanziali.
Ma dietro le decisioni dei governi esistono società civili complesse. Negli Stati Uniti, una parte consistente dell’opinione pubblica è contraria a nuove guerre in Medio Oriente. In Iran, milioni di cittadini chiedono maggiore apertura, meno repressione e migliori condizioni economiche. Le popolazioni non coincidono con i loro governi, e spesso ne sono le prime vittime.
Un altro elemento che allontana questo conflitto dallo schema “buoni contro cattivi” è l’intreccio delle alleanze. L’Iran sostiene gruppi armati come Hezbollah in Libano e milizie sciite in Iraq; gli Stati Uniti sostengono Israele e le monarchie del Golfo. Ogni attore giustifica le proprie azioni come difensive, mentre considera aggressive quelle dell’avversario. La legittimità diventa una questione secondaria.
Inoltre, la dimensione economica è centrale. Il controllo delle rotte energetiche, la stabilità dei mercati petroliferi, le sanzioni finanziarie e il sistema del dollaro come valuta dominante sono strumenti di potere tanto quanto i missili. La guerra si combatte anche nei mercati, nelle banche centrali, nelle catene di approvvigionamento globale. Questo rende il conflitto meno visibile ma non meno incisivo.
L’assenza di un ideale chiaramente dichiarato – come poteva essere, ad esempio, la lotta contro il nazifascismo nella Seconda guerra mondiale o la contrapposizione ideologica tra capitalismo e comunismo durante la Guerra fredda – lascia spazio a una narrazione più cinica. Si parla di deterrenza, sicurezza nazionale, equilibrio regionale. Parole tecniche che spesso nascondono una realtà fatta di calcoli strategici e interessi materiali.
Forse la vera differenza rispetto alle guerre del passato sta proprio qui: non siamo di fronte a uno scontro tra sistemi che promettono visioni opposte del mondo, ma a una competizione per influenza e sicurezza in un ordine internazionale frammentato. Un mondo multipolare, instabile, in cui la forza torna a essere uno strumento ordinario di negoziazione.
In conclusione, definire la guerra di Usa e Israele contro l’Iran come una “guerra tra bande” esprime un sentimento diffuso di disillusione verso la politica internazionale contemporanea. Tuttavia, dietro questa immagine provocatoria si nasconde una realtà più complessa: una guerra del nostro tempo, meno epica, meno dichiarata, più ambigua.
E l’Unione Europea, l’Italia come hanno reagito? Si sono mossi in ordine sparso e il Parlamento europeo ha respinto la proposta dei socialisti di aprire un dibattito sul conflitto. Ma la Spagna è stata la prima a reagire attraverso il premier Pedro Sanchez il quale oltre a definire l’attacco un atto di prepotenza e sopraffazione, ha negato le basi agli aerei USA; è stato anche il primo a prendersi gli insulti di Trump. Poche ore dopo sono arrivate le critiche durissime verso Washington da parte del premier britannico Starmer e il presidente francese Macron. Quest’ultimo ha inviato verso Cipro (attaccata da droni iraniani), la portaerei Charles De Gaulle. Anche loro si sono presi gli insulti del palazzinaro della Casa Bianca.
E l’Italia? L’unica voce “autorevole” è stata quella del ministro Tajani che nel suo primo commento sulla tragedia mediorientale ha detto: «Valuteremo». La Meloni invece ha taciuto completamente; non ha spiegato agli italiani cosa potrebbe accadere al Paese. «Forse non sapeva cosa dire», ha commentato Massimo Cacciari. Oppure non vuole dispiacere al suo caro amico Trump anche se l’ha ignorata.
Morale: l’Italia che un tempo produceva una politica di grande rilievo e di mediazione verso il Medio Oriente e contava molto tra i fondatori dell’Unione Europea, oggi viene lasciata fuori dalle decisioni importanti. A questo ci ha portati un governo composto da personaggi mediocri e arroganti.


