
Gli anni passano i crimini di guerra restano
Alcuni giorni fa Rai Storia ha trasmesso un filmato in cui era apparso un giornalista americano che commentava i risultati di un bombardamento. Dietro di lui si vedevano macerie e a pochi metri di distanza bambini terrorizzati che piangevano.
Quella tragica scena non risale ai nostri giorni, ma al 1932. La città era Shanghai bombardata dai Giapponesi che avevano invaso la Cina e il giornalista parlava davanti a una cinepresa. Allora la TV non esisteva ancora.
Vedere le immagini “senza tempo” delle macerie, dei bambini e della gente in fuga provocano un senso inquietante di ripetizione storica. Al di là della tecnologia o dello stile dei reportage, la sofferenza umana nei conflitti resta tragicamente simile e lo resta anche il confronto tra la feroce aggressività del Giappone di allora a quella di oggi di Israele.
Il parallelismo tra la guerra del 1932 e le guerre contemporanee (come quelle che coinvolgono Gaza e Beirut bombardate da Israele) provoca forti analogie emotive, ma i contesti storici, politici e militari sono molto diversi: nel 1932 si trattava di un’espansione imperiale giapponese in Cina, con logiche coloniali tipiche dell’epoca. I conflitti mediorientali odierni hanno radici diverse (nazionali, religiose, geopolitiche, economiche) e dinamiche interne molto più frammentate. Ma rimangono uguali le violazioni dei diritti internazionali compiute dagli aggressori e il loro cinismo criminale verso la vita dei civili. Inoltre la Società delle Nazioni allora fallì come oggi ha fatto l’ONU.
Il 2 settembre 1945, a bordo della corazzata USS Missouri ancorata nella baia di Tokio, il generale Douglas MacArthur dopo la firma della delegazione giapponese sulla resa incondizionata, celebrò la fine della Seconda Guerra Mondiale con un discorso incentrato sulla pace, la giustizia e la speranza di un futuro senza guerre; auspicò un ritorno alla pace perpetua, invocando la protezione divina per questo nuovo inizio. Sono trascorsi 81 anni da allora, la pace perpetua non c’è stata ma almeno sino alla fine del secolo Ventesimo rimaneva la volontà di evitare i conflitti e di accordarsi su quelli scoppiati. Col Duemila il mondo è cambiato in peggio: alcune democrazie come USA e Israele, si sono aggiunte all’elenco degli “Stati canaglia”, Russia compresa.
Quello che è davvero costante — e su cui vale la pena soffermarsi — è il ruolo dei media: già negli Anni ’30 i giornalisti raccontavano la guerra in modo diretto e sconvolgente, proprio come oggi. Cambiano i mezzi di trasmissione, ma l’impatto delle immagini e delle testimonianze resta potentissimo.
La RAI trasmise tra gli anni ’60 e ’70, quando venivano recuperati materiali d’archivio internazionali (cinegiornali, registrazioni radio, servizi americani) molti documentari per raccontare i grandi eventi del Novecento. Tra questi, le immagini di Shanghai del 1932 e degli anni seguenti erano particolarmente impressionanti e circolarono molto in tanti Paesi.

In quel contesto, la figura del giornalista americano che descrive in diretta il bombardamento è quasi certamente legata al lavoro pionieristico di Edgar Ansel Mowrer – Premio Pulitzer 1933 – o di altri corrispondenti occidentali presenti a Shanghai, anche se uno dei racconti più celebri, spesso riutilizzato nei documentari, è quello trasmesso via radio da H.V. Kaltenborn, che contribuì a far conoscere al pubblico americano la brutalità dei bombardamenti aerei sui civili.
La Shanghai del 1932 era una città cosmopolita, divisa in concessioni straniere, dove convivevano interessi occidentali, cinesi e giapponesi. Quando le forze dell’Impero giapponese attaccarono, i combattimenti si concentrarono soprattutto nei quartieri popolari e nelle zone industriali. Le immagini – e le parole dei reporter – raccontavano di incendi, fughe disperate, tanti bambini uccisi, interi isolati distrutti. Era una delle prime volte in cui un conflitto urbano veniva “trasmesso” quasi in tempo reale a un pubblico lontano.
I successivi documentari di RAI Storia tendevano a costruire una narrazione molto evocativa: voce narrante grave, colonne sonore drammatiche, alternanza tra immagini d’epoca e testimonianze. Spesso non si limitavano a spiegare i fatti, ma suggerivano anche una riflessione più ampia sulla guerra moderna, vista come fenomeno ciclico e distruttivo.
È proprio qui che nasce quella sensazione di continuità emotiva tra passato e presente. Non perché i conflitti siano identici, ma perché certe esperienze – il bombardamento di una città, la paura dei civili, la voce di un cronista che cerca di rendere comprensibile l’orrore – sembrano ripetersi con variazioni minime.
Negli anni ’60 questa impressione era ancora più forte, perché il pubblico viveva contemporaneamente la memoria della Seconda guerra mondiale e le immagini dei nuovi conflitti (come il Vietnam). I documentari storici diventavano così uno specchio: non solo racconto del passato, ma anche commento implicito sul presente.
In definitiva, oltre all’esattezza del singolo parallelo storico, colpisce la forza del linguaggio documentario: già allora riusciva a creare un ponte emotivo tra epoche diverse, mostrando come la guerra, al di là delle sue cause specifiche, produca effetti umani che restano drammaticamente riconoscibili nel tempo.
Sempre riguardo ai giornalisti, in passato godevano – tranne eccezioni – di una forma d’immunità rispettata da entrambe le parti belligeranti. È da ricordare l’episodio dello scrittore Jack London che inviato per un giornale americano durante la guerra russo-giapponese del 1905, venne catturato dai militari del Sol Levante. Ma appena seppero chi era, lo liberarono subito e lo ospitarono con mille scuse in un albergo di Tokio.
Il rispetto per la stampa si è ridotto anno dopo anno. Ricordo l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Non fu un incidente, ma un omicidio mirato: erano al corrente di qualcosa che non dovevano sapere.
E oggi, secondo l’ONU, i giornalisti morti sino al 2026 tra Gaza e Libano sono circa 300. Sono stati uccisi deliberatamente dai militari israeliani i quali sparano volentieri anche contro i contingenti dell’ONU. Gli ordini li emana Netanyahu, premier israeliano oppure un capobanda, visto che il Tribunale Internazionale lo ha condannato per crimini di guerra e contro l’umanità?


