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Il neofascismo avanza con libere elezioni e l’aiuto di USA e Russia

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L’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha governato ininterrottamente per 16 anni dal 2005 al 2021, è riapparsa in pubblico per commentare i risultati elettorali del Land Sassonia-Anhalt. «Mi lacrima il cuore», ha detto con molta amarezza. Anche lei forse non si aspettava la forte avanzata dell’estrema destra (diciamo pure neonazista) dell’AfD.

Quei risultati dimostrano ancor di più che l’ondata nera dei partiti reazionari sta travolgendo l’Europa allarmando l’opinione pubblica democratica dei Paesi dell’Unione e della Gran Bretagna.
I commenti sui media sono tanti e molti “esperti” tendono a fare paragoni con la nascita del fascismo e del nazismo che imperversarono tra le due guerre mondiali in Italia, in Germania e in Spagna. Quei confronti presentano alcune analogie, ma i rispettivi radicalismi di destra si sono sviluppati in contesti storici e sociali nettamente distanti.

Nei primi decenni del Novecento, gli ultranazionalismi nacquero dalle macerie materiali e psicologiche della Prima guerra mondiale e dalla Grande depressione del 1929. In Italia, il fascismo si affermò sfruttando il “biennio rosso”, la paura della rivoluzione bolscevica, e il mito della “vittoria mutilata”.
Vi contribuirono anche le divisioni e le incertezze tra i socialisti che alle elezioni politiche del 1919, raggiungendo il 33% di voti divennero il primo partito, mentre i fascisti ne presero in tutto il Paese appena 4.900. Eppure tre anni dopo Mussolini andò al potere col favore dei partiti liberale e cattolico, dei finanziamenti da parte di industriali, agrari e l’appoggio delle forze dell’ordine che fornivano loro armi e autocarri per le incursioni contro le organizzazioni di sinistra.

In Germania, il nazismo cavalcò l’umiliazione del Trattato di Versailles e l’iperinflazione provocata dalle riparazioni economiche da pagare ai vincitori (l’enorme cifra di 132 miliardi di marchi oro) che azzerò il ceto medio della debole Repubblica di Weimar. Il tasso di disoccupazione arrivò al 40% della forza lavoro.

Inoltre gran parte della Slesia, ricchissima di minerali, fu ceduta alla Polonia. Nei bacini della Ruhr e della Saar, occupati dai francesi, lo sfruttamento delle miniere passò interamente alla Francia che inoltre si era ripresa l’Alsazia e la Lorena cedute ai tedeschi nel 1870 dopo la sconfitta a Sedan di Napoleone Terzo. I tedeschi videro in Hitler il salvatore della patria, mentre a sinistra socialisti e comunisti (che uniti avrebbero ottenuto la maggioranza elettorale) si combattevano politicamente da nemici.

La severa punizione della Germania fu voluta dal primo ministro francese Georges Clemenceau che volle vendicare la sconfitta di Sedan di mezzo secolo prima. Alcuni componenti del “tavolo della pace” tentarono di dissuaderlo, ma fu irremovibile.
L’economista britannico John Maynard Keynes, che faceva parte della commissione finanziaria di Versailles, si oppose alle pesanti riparazioni imposte alla Germania spiegando che avrebbero portato alla rovina l’economia tedesca e provocato la nascita di movimenti reazionari.

Fu presago sul futuro della Germania e criticando duramente Clemenceau dichiarò: «Questa è la politica di un vecchio, le cui più vivide impressioni e la cui fervida immaginazione sono del passato e non del futuro. Egli vede solo la Francia e la Germania, e non l’umanità e civiltà europea affannarsi verso un nuovo ordine di cose. La guerra ha morso nella sua coscienza diversamente che non nella nostra, ed egli non si attende né spera che ci si trovi sulla soglia di una nuova epoca. […] L’orologio non può essere rimesso indietro. Noi non possiamo rimettere l’Europa centrale nelle condizioni in cui era al 1870 senza provocare tale tensione nella sua struttura e senza aprire la via a tali forme umane e spirituali che, premendo oltre le frontiere e le distinzioni di razza, sopraffarebbero irresistibilmente non solo noi e le nostre garanzie, ma le nostre istituzioni e l’ordine attuale della nostra Società.»

In Spagna, Paese molto arretrato, il franchismo sorse da una drammatica polarizzazione sociale e religiosa culminata nella guerra civile. La debole Repubblica fu abbandonata da Francia e Gran Bretagna mentre l’Italia fascista e la Germania nazista corsero in aiuto di Franco. Anche in questo caso le sinistre al governo non furono compatte, come racconta bene George Orwell nel suo libro Omaggio alla Catalogna.

Elemento comune a queste tre citazioni fu l’uso sistematico della violenza squadrista e militare come strumento legittimo di lotta politica per abbattere istituzioni liberali giudicate deboli. Il neofascismo e l’estremismo di destra contemporanei nascono invece attraverso libere elezioni all’interno di democrazie consolidate, non da guerre globali distruttive, ma dalle crisi della globalizzazione e della post-modernità.
Le radici del consenso odierno affondano nella deindustrializzazione, nelle crisi economiche del XXI secolo, nella precarizzazione del lavoro e nella percezione di una perdita di sovranità nazionale a favore di organismi sovranazionali. Aggiungo anche che un’opinione pubblica ignorante e di scarsa memoria favorisce questo consenso.

A differenza del passato, i movimenti odierni non propongono l’abbattimento violento dello Stato o la dittatura a partito unico, bensì una strategia di erosione interna delle istituzioni liberali (la cosiddetta “democrazia illiberale”). La violenza non è più esercitata da milizie paramilitari di massa alla luce del sole, ma si frammenta in azioni squadriste isolate o si sposta sulla violenza verbale e sulla radicalizzazione digitale.

La propaganda odierna ha sostituito le adunate oceaniche con la intermediazione dei social network, dove la retorica del “popolo tradito dalle élite” sostituisce il culto mistico del Capo assoluto. La xenofobia e il razzismo del primo Novecento si sono convertiti in un “razzismo culturale” contro il fenomeno migratorio, spesso sintetizzato in teorie del complotto come la “Grande sostituzione”. I neofascismi odierni prosperano sulla nostalgia di un passato idealizzato e sulla paura del futuro. Inoltre non ci sono dubbi che una “Quinta colonna” proveniente da Stati Uniti e Russia fornisca loro appoggi consistenti con lo scopo di indebolire l’Europa.

In conclusione, mentre il fascismo storico fu una tragica risposta totalitaria e distruttiva alle fratture della modernità industriale e bellica, i neofascismi odierni rappresentano una patologia interna delle democrazie contemporanee. Essi non cercano più di distruggere lo Stato democratico dall’esterno con le armi, ma tentano di svuotarne i principi di tolleranza, pluralismo e solidarietà dall’interno, sfruttando gli stessi meccanismi della libertà democratica per prosperare.

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