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Pittore

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La strada è una delle consolari di Roma fuori dal Raccordo Anulare; l’auto è una vecchia Peugeot guidata da un sacerdote che la chiama amichevolmente “la Peggiore”. Non c’è traffico ma lui guida sempre con estrema tranquillità, sta rientrando alla sua parrocchia in una delle borgate della periferia romana dove opera da un paio d’anni e dove, nonostante un tessuto sociale difficile, si trova a suo agio. I parrocchiani gli vogliono bene perché lui sa farsi volere bene con il suo atteggiamento bonario, qualche volta burbero ma sempre mitigato dalla calata romanesca e dal gusto per la mezza battuta. Il suo futuro, ma ancora non lo sa, lo porterà a trasferirsi dalla borgata al pieno centro della Capitale, dovrà gestire una parrocchia atipica e difficile ma questo è il destino dei parroci. Lui che ha iniziato a frequentare l’oratorio di S. Pietro, dove andava da ragazzino col fratello, e dove si è evidenziato il suo talento di disegnatore; proprio lì ha potuto affinare la sua predisposizione apprendendo le tecniche che il corso di disegno e pittura metteva a disposizione. Poi la crescita, la scelta di proseguire col Seminario, durante la seconda guerra mondiale con tutte le disgrazie a cui ha dovuto assistere anche dietro le mura del Seminario stesso, ed infine il sacerdozio. La vita sacerdotale non gli ha portato via la passione di disegnare e dipingere tanto che il corridoio del Vicariato a Roma, dove sono attaccati alle pareti i quadri dei vari Papi, ha cominciato ad arricchirsi delle sue tele con i ritratti di tre o quattro di loro.

Torniamo alla “Peggiore” che cammina lungo la strada costeggiando pezzi di campagna, piccole case sparse finché non passa accanto ad una specie di discarica a bordo strada, uno di quei posti dove purtroppo vengono abbandonati rifiuti e calcinacci. Il parroco butta distrattamente l’occhio su quello spettacolo decisamente squallido ma qualcosa lo colpisce: ci sono alcuni lembi di tessuto o carta o tela che sono mossi dall’aria spostata dal passaggio delle macchine. C’è anche un pezzo di legno, una bacchetta attaccata ad uno dei lembi che si alza storta dal cumulo dei rifiuti. Una strana sensazione lo coglie, rallenta, accosta e fa qualche metro a retromarcia. Scende e, con le difficoltà portate dalla lunga tonaca che indossa e dalla sua mole non certo trascurabile, si avvicina al cumulo; guarda meglio e la sensazione si rivela corretta: quella era la tela di un quadro che era stato strappato in paio di punti e la cui cornicetta di legno si era spezzata. Però quei pezzi non sembrano affatto croste e, a parte i due grandi tagli, sembra che non manchi nulla. Lo raccoglie e se lo porta a casa dove potrà analizzarlo meglio. L’impegno di parroco non gli lascia molto tempo ma in un paio di giorni riesce a ricostruire la tela e si accorge che non è affatto una crosta ma un pezzo probabilmente del seicento di scuola romana !!! Bel colpo d’occhio.

Qui inizia il lavoro del pittore che dopo aver rimesso insieme i pezzi della tela comincia a curare le ferite del quadro: uno splendido S. Giuseppe con in braccio il Bambino in una configurazione poco frequente per la iconografia religiosa in quanto in genere il Bambino viene tenuto in braccio da Maria. Il restauro è lungo e diventa oggetto di interesse dei giovani nipoti del parroco che sono incantati dalla delicatezza con cui lo zio tratta il quadro, lo pulisce, lo ritocca, ne mette in nuova evidenza tutta una serie di particolari: la soffice barba bianca del Santo, il cuscino su cui si poggia il Bambino, il bastone a cui si appoggia il Santo, il panno aggiunto successivamente sui fianchi del Bambino stesso. Un lavoro lungo e meticoloso con uno dei nipoti che spesso prova: “Zio questo quadro poi lo lasci a me, vero ?” Lo zio risponde che è ancora presto, si vedrà. Tutte le ferite degli strappi vengono curate e mano a mano la tela torna al suo antico splendore; “Lo posso tenere io ?” “Fammelo finire poi vediamo.”

Il tempo passa e le ore di lavoro che può dedicare al dipinto si riducono di molto ora che si è trasferito parroco a Roma ma la tela continua il suo cammino di ritorno allo stato originale; anche il nipote prosegue nell’azione incalzante: “Quanto ti manca ancora, così me lo posso portare?” “Non ti preoccupare ci devo lavorare ancora un po’.” In realtà è molto contento che uno dei nipoti apprezzi così tanto il suo lavoro di pittore e che lo segua con tanta passione, gli altri hanno smesso di dimostrare il loro interesse. “Ma che cornice devo metterci? non ho cornici da chiesa”. “Questa tela sta bene anche così com’è”.

Finalmente il quadro è tornato al suo aspetto originario e il parroco ne è molto soddisfatto, alcuni suoi amici restauratori e professori di storia dell’arte gli hanno fatto i complimenti per il lavoro ma il più soddisfatto è il nipote che ha appeso il quadro in salone.

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