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Man Ray: la fotografia immaginata

Tempo di lettura: 4 minuti

Forme di luce è una mostra di circa trecento opere tra fotografie, disegni, oggetti, film e documenti di Man Ray. Provengono da diverse collezioni pubbliche e private e forniscono al visitatore l’immagine di un artista che ha messo la sperimentazione al centro della sua attività, che ha infranto le regole e reinventato il linguaggio fotografico e visivo, influenzato generazioni di artisti e creativi.

Man Ray, ovvero l’uomo raggio di sole, così si è ribattezzato Emmanuel Radnitsky, nato nel 1890 a Philadelphia in una famiglia ebrea di origini russe. Fotografo, pittore, regista, ma soprattutto sperimentatore perché farlo è sentirsi liberi, come ha detto in una intervista: «Cerco di essere semplicemente il più libero possibile nel mio modo di lavorare. Nessuno mi può imporre regole o guidarmi. Mi possono criticare dopo, ma è troppo tardi. Il lavoro è fatto, ho assaporato la libertà».

Nel 1921 si trasferisce a Parigi, gli interessano le avanguardie artistiche europee e in particolare i surrealisti di André Breton e i dadaisti.

A Montparnasse incontra Kiki, che per lui sarà modella e compagna d’arte e di vita.

C’è uno scatto che conosciamo tutti Le Violon d’Ingres in cui sulla schiena nuda di Kiki, dopo la stampa, l’artista ha tracciato i due fori di risonanza di un violino. Così il corpo della modella musa diventa uno strumento musicale. L’opera è ispirata a due quadri del pittore Ingres: Bagno Turco e La bagnante di Valpinçon nei quali è presente un nudo femminile ritratto di schiena.

Man Ray è sempre alla ricerca del nuovo e negli anni ’30 collabora con Elsa Schiapparelli e Coco Chanel, le fotografie di moda mai convenzionali gli aprono le porte delle riviste internazionali
Nel 1933 con Meret Oppenheim, musa prima e compagna poi, realizza la serie Érotique-voilée, dove erotismo, ironia e pensiero concettuale si mescolano.

Con la Seconda guerra mondiale torna negli Stati Uniti e sposa con Juliet Browner, solo nel 1951 rientra a Parigi, dove resta fino al 1976, l’anno della morte.

Tornando all’esposizione, già le opere rivelano che Man Ray si è divertito a cercare nuove tecniche e a trasformare le sue fotografie alla ricerca di nuovi equilibri tra concetto e intuizione, tecnica e gioco. Ciò che fotografava non era la realtà, ma la realtà come se la immaginava.

Una grande influenza su di lui l’ebbe Alfred Stieglitz, il primo a considerare la fotografia un mezzo creativo e artistico e non solo documentaristico. È a New York alla Galleria 291 di Stieglitz che Man Ray incontra l’arte di Picasso, Matisse, Braque, Cézanne, Picabia, Brancusi, Duchamp, insomma le avanguardie europee. Da quell’incontro per Ray non esisteva più alcuna distinzione tra arti maggiori e minori: pittura, scultura, fotografia e il cinema erano allo stesso modo produzioni artistiche.

Il percorso della mostra accompagna il visitatore a scoprire i temi che hanno ispirato la produzione dell’artista: gli autoritratti, in cui l’artista gioca con la propria identità per dar vita a personaggi camaleontici; i ritratti di amici, spesso intellettuali americani e europei; i nudi, sono anch’essi oggetto di sperimentazione e assumono forme astratte, giocano con la luce; le note rayografie ovvero, come scritto nel Dizionario del Surrealismo del 1938, fotografie ottenute «per semplice interposizione dell’oggetto fra la carta sensibile e la fonte luminosa» e le solarizzazioni, cioè sovraesposizioni, della pellicola in fase di sviluppo con fotoritocchi, alla ricerca di nuove tecniche di lavorazione e di nuovi effetti estetici. Pare che la solarizzazione l’abbia sviluppata con Lee Miller, allora sua musa, compagna e fotografa.

La moda, con fotografie che testimoniano l’uso delle tecniche d’ avanguardia e una certa raffinatezza si veda anche il celebre ritratto di Peggy Guggenheim; i multipli e i ready-made, ovvero dipinti, oggetti e sculture usati per sovvertire i significati convenzionali come l’amico Duchamp e per giocare con le associazioni mentali.

Infine Man Ray si misura con il cinema, sono suoi i film Le Retour à la raison (1923), Emak Bakia (1926), L’Étoile de mer (1928) e Les Mystères du Château de Dé (1929).

La mostra è visitabile fino all’11 gennaio a Palazzo reale di Milano.

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