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Sopravvivere alla violenta perdita dell’innocenza

Tempo di lettura: 3 minuti

Agnes docente al Fairpoint College New England riceve la visita di Lydie, sua amica e coinquilina negli anni di studio al college e del dottorato. Così inizia Sorry Baby, esordio cinematografico di Eva Victor che è anche sceneggiatrice e interprete del film. La sua è una prima opera convincente, affronta il difficile tema dello stupro, non lo spettacolarizza ma mostra le sue conseguenze nella vita di ogni giorno.

Lydie, trasferita a New York, è sposata e incinta. Al contrario dell’amica, la vita di Agnes è rimasta identica a quella da studentessa: niente relazioni, nessun trasferimento, stessa casa. Tutto questo perché le «è successa una cosa brutta», una cosa che non riesce a dimenticare, che l’ha congelata e la tiene in uno stato sospeso. Ciò nonostante, in pubblico, Agnes lavora e finge che nulla sia accaduto, fa leggere addirittura Lolita di Nabokov ai suoi studenti, ma, spesso, le cose cambiano quando torna a casa.

Una cena con vecchi compagni di dottorato la manda in crisi, fa riemergere la cosa brutta, ovvero la violenza sessuale subita dal relatore della sua tesi.

Per fortuna c’è Lydie, l’unica che sa tutto, con lei si era confidata subito. Certo, supportata dall’amica, nei giorni successivi alla violenza, aveva provato a parlarne con un medico e con due dirigenti del college, ma invano. Sembrava impossibile fare qualcosa, avere una qualche forma di giustizia.

Così mentre tutti gli amici cambiano la loro vita privata, Agnes continua a stare sola col gatto incontrato per strada subito dopo la brutta cosa e, ironia della sorte, occupa la stessa cattedra del professore violentatore, l’uomo che era immediatamente scappato dando le dimissioni.

Un passo dietro l’altro, conducendo la sua vita banale e tentando di avere conforto affettivo da un giovane vicino che non la giudica, Agnes tenta di sopravvivere al suo gelo interno e promette a Lydie in partenza di non suicidarsi.

Alternando dramma e commedia (ci sono anche battute umoristiche) con una scrittura attenta, Eva Victor divide la storia in brevi capitoli che seguono il flusso della memoria, non la linea del tempo. «Quello che mi interessava era fare un film su come si guarisce. Su come si cerchi semplicemente di rimettere insieme i pezzi della propria vita», ha spiegato Victor in un’intervista, «Mi affascinano le cose più comuni che ti permettono di andare avanti: una migliore amica, un panino con l’olio piccante, un gatto».

Con un linguaggio sottotono, Sorry baby, evita rappresentazioni morbose, gridate, l’atto violento ad esempio viene solo raccontato. Quel che c’è è la traccia quotidiana della “cosa brutta” in ogni azione, anche se gli altri non se ne accorgono. «Ci penso anche se non si vede», dice Agnes. «E quando non ci penso, mi sento colpevole per non farlo».

La narrazione è potente proprio perché la sceneggiatura lavora di sottrazione, s’affida, oltre alla bravura degli attori, alla parola. Non siamo di fronte a un film cupo semmai intenso, pieno anche di tenerezza, che riconosce nelle persone anche l’esistenza di uomini non tossici come il giovane vicino e l’uomo che la vede in crisi, le offre un panino e chiacchiera con lei. Agnes rifiuta la via del rancore senza però minimizzare la violenza o assolvere il colpevole. Quello che fa è un po’ alla volta scongelare il proprio sé, scoprire l’esistenza di un futuro come dirà alla neonata bimba di Lydie.

Il film ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura al Sundance Film Festival.

Trailer del film:
https://www.youtube.com/watch?v=RHU8TBio-L0

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