
Corruzione in Italia e cultura dell’impunità
L’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Palermo su casi di corruzione legati ai fondi del PNRR riporta al centro del dibattito pubblico un tema antico e doloroso: il rapporto malato tra potere, denaro e responsabilità pubblica. Secondo le ipotesi investigative, alcuni professori universitari e di scuole superiori avrebbero ricevuto in dono beni di valore – televisori, computer, smartphone e altri dispositivi – da alcune ditte fornitrici di università e scuole. Il sistema funzionava così: i docenti facevano vincere ai fornitori le gare di appalto e poi gonfiavano le fatture per “pagare” con i fondi europei i doni ricevuti.
Il Corriere della Sera ha pubblicato alcuni risultati delle intercettazioni telefoniche tra docenti e dirigenti delle aziende “amiche”: uno chiedeva un computer per i figli; un altro, il professor Luigi Cembalo – ordinario di scienze agrarie all’università Federico II di Napoli: «Possiamo prendere anche qualche elettrodomestico?». «Ma certo», rispondeva l’interlocutore, dirigente di una società informatica, sicuro che avrebbe piazzato all’ateneo materiale per migliaia di Euro. Era insomma un sistema corruttivo che accomunava tutti.
Tra le intercettazioni c’è anche la telefonata di Cembalo alla moglie: «Ho chiesto di portarci i telefoni in settimana ma sono di un solo colore» e la moglie rispondeva seccata: «Prendilo tu. Io lo voglio blu…».
In tutti i dialoghi registrati non c’era un’ombra di vergogna, neppure simulata. Veniva calpestata la dignità di un ruolo prestigioso che alcuni dei 16 indagati ricoprivano.
Il fatto che molti dei docenti coinvolti appartengano all’Università degli Studi di Napoli Federico II, una delle più antiche e prestigiose d’Europa, rende la vicenda ancora più grave sul piano simbolico. Fondata nel 1224, la Federico II rappresenta un pilastro storico dell’istruzione pubblica italiana.
Quando il sospetto di irregolarità tocca istituzioni di questo livello, la ferita non è solo giudiziaria, ma morale e culturale. Ogni euro sottratto o utilizzato impropriamente non è solo un reato, ma un tradimento verso le nuove generazioni. Nel mondo universitario, poi, il danno è duplice. L’università dovrebbe essere il luogo della formazione etica oltre che scientifica. I docenti non sono solo ricercatori: sono modelli di riferimento. Se chi educa alle regole le tradisce, il messaggio che passa agli studenti è devastante.
È fondamentale ricordare che siamo nella fase delle indagini e che vale il principio di presunzione di innocenza. Tuttavia, il solo emergere di accuse di questo tipo alimenta un sentimento diffuso di sfiducia. I fondi del PNRR, finanziati anche attraverso il programma europeo Next Generation EU, rappresentano un’occasione storica per modernizzare il Paese: digitalizzazione, ricerca, infrastrutture, transizione ecologica.
L’inchiesta della magistratura fa seguito a uno scandalo scoppiato a Palermo nel 2023, quando la preside della scuola Giovanni Falcone, posta nel quartiere degradato dello Zen di Palermo, venne arrestata per aver ricevuto “in regalo” decine di cellulari e altri apparecchi elettronici in cambio dell’esclusiva di forniture milionarie. La preside era nota per il suo impegno contro la mafia e per questo nel 2020 venne nominata Cavaliere al merito della Repubblica italiana.
Se poi aggiungiamo altre cronache di questi giorni che vedono un poliziotto accusato di aver assassinato uno spacciatore a Milano e di aver taglieggiato altri pusher; la vicenda di 21 tra agenti e carabinieri che nel supermercato della stazione di Roma “prelevavano” a poco prezzo vari oggetti di maggior valore con la complicità di una cassiera, vuol dire che la vergogna sociale ha superato ogni limite.
È possibile che in Italia accada tutto questo, che la corruzione arrivi a livelli così ignobili? Il problema certamente non nasce oggi: secondo gli indici internazionali sulla percezione della corruzione, l’Italia continua ad essere tra le più colpite rispetto ad altre democrazie europee. La corruzione non è soltanto una questione di “mele marce”: spesso è il prodotto di sistemi opachi, controlli deboli, conflitti di interesse non gestiti e una cultura dell’impunità che fatica a essere scardinata.
È ancora più grave che L’Università e le scuole italiane, composte anche da professori e ricercatori che lavorano con serietà, spesso in condizioni di sottofinanziamento e precarietà, vengano colpite da questi scandali.
Dire che l’Italia è “gravemente malata” di corruzione esprime una frustrazione comprensibile. Ma ogni malattia si cura con diagnosi precise e terapie coerenti: legalità, controlli efficaci, sanzioni certe e un cambiamento culturale profondo. Le cure attuate sino ad oggi, sono risultate soltanto dei palliativi.


