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Economia bene comune o baratro dell’umanità?

Tempo di lettura: 4 minuti

Della orribile vicenda di Renee Nicole Good, 37 anni, poetessa e madre di tre figli e di Jonathan Ross, agente della ICE che le ha sparato tre colpi di pistola in faccia uccidendola all’istante, sembra rimasto poco sui giornali e nei notiziari. Solo gli aggiornamenti di due raccolte fondi parallele dove spiccano, tra le altre, la donazione di Bruce Springsteen (500.000 dollari) per la famiglia di Nicole, e quella di Bill Ackman, miliardario e supporter MAGA (10.000 dollari), per la campagna a sostegno di Jonathan Ross che pure godrà di tutte le impunità promesse da Trump. Come se tutto si fosse dissolto nel colore verde dei dollari. Il resto, incluse le lacrime di tre bimbi, incluso l’orrore per un assassinio in purezza, non ha nessun valore.

Voltiamo la pagina dell’attualità. L’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, è ossessionato dalla procreazione. Per lui è importante contrastare la de-natalità a fronte della sostituzione etnica, oltre che di trasmettere il suo patrimonio genetico in virtù del suo patrimonio economico. Ufficialmente ha 13 figli da quattro donne diverse, tuttavia un’inchiesta del Wall Street Journal sostiene che siano molti di più, con madri pagate e silenti per contratto retribuito. Ma Musk non è l’unico, né il più brillante.
C’è un altro miliardario ossessionato dall’idea di riprodursi moltiplicandosi. Si chiama Pavel Durov, russo, 41 anni, fondatore dell’app di messaggistica crittografata Telegram (la preferita per chi ha qualcosa da nascondere). Nato a San Pietroburgo, risiede nel porto franco di Dubai; è vegano, solitario e sempre di nero vestito; ha un patrimonio di 15 miliardi di dollari ma nessuna proprietà intestata e, come Musk, sostiene che «quello che possiedi poi ti possiede» e intende contrastare il declino occidentale con il suo prezioso sperma. Dichiara di avere più di 100 figli e invita tutte le donne «giovani e in forma» a recarsi in una clinica di Mosca per l’inseminazione col suo sacro spermatozoo con la promessa di ricevere, dopo la sua morte, una parte del suo crescente patrimonio.

Insomma, nella settimana in cui l’America lascia ufficialmente l’OMS, l’Organizzazione mondiale per la sanità, per volontà e decreto del presidente miliardario mentre, contestualmente, vara a Davos una schifezza che si chiama “Board for peace” (praticamente un missile lanciato verso il Palazzo di vetro dell’ONU) con un invito all’adesione al modico prezzo di un miliardo di dollari in cambio di una promessa di turbosviluppo affaristico sulle macerie delle guerre, beh, risuonano nell’aria le parole di Papa Leone XIV pronunciate con sofferenza nella notte di Natale, al cospetto di 6000 fedeli nella basilica di San Pietro e circa 5000 all’esterno, sotto la pioggia:
«Mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù. Ci basterà questo amore per cambiare la nostra storia?»
Un interrogativo che inquieta, al quale Prevost aggiunge la stigmatizzazione delle diseguaglianze presenti nel mondo e la concentrazione finanziaria nelle mani di pochi.

Il Papa non risponde all’interrogativo ma certo rafforza le ragioni di chi si batte contro le disuguaglianze, come Oxfam che, sempre questa settimana, ha pubblicato il suo rapporto annuale che titola così, inequivocabilmente:
Nel baratro della disuguaglianza – Come uscire e prendersi cura della democrazia”.

Oxfam è una organizzazione internazionale, nata in Italia, formata da 22 confederate. Da 80 anni  lavora a fianco delle comunità in Italia e in 77 paesi nel mondo con quasi 3.000 partner. La mission dichiarata è questa: «Siamo un movimento di milioni di persone, lottiamo contro le disuguaglianze per porre fine alla povertà e all’ingiustizia, oggi e in futuro».
Organizzazione no-profit, leader a livello globale nella lotta alla povertà e alle disuguaglianze, Oxfam ogni anno redige e pubblica un approfondito rapporto sullo stato del pianeta proprio sulla distribuzione della ricchezza, offrendo con molto pragmatismo i propri studi e le proposte di soluzione ai grandi mali che affliggono l’umanità.
Invitando i lettori a leggere il rapporto pubblicato il 19 u.s. utilizzando il link a fine testo, qui ne appunto alcuni spunti molto interessanti e chiari come il sole.

«Nel 2025, la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, a un ritmo tre volte superiore alla media degli ultimi cinque anni. Complessivamente, i patrimoni miliardari hanno toccato il livello record di 18.300 miliardi di dollari, segnando un aumento dell’81% rispetto al 2020. Si tratta di un ammontare esorbitante, equivalente a 8 volte il Pil dell’Italia e a 26 volte le risorse necessarie per riportare alla soglia di 3 dollari al giorno chiunque viva sotto tale soglia di povertà estrema».

«Alla crescita portentosa della concentrazione di ricchezza fa da contraltare un tasso di riduzione della povertà globale sostanzialmente invariato negli ultimi 6 anni. La povertà estrema è nuovamente in aumento in Africa, quasi la metà della popolazione mondiale vive in povertà e 1 abitante su 4 del pianeta soffre di insicurezza alimentare».

«Nel 2025 i miliardari italiani hanno aumentato il loro patrimonio di 54,6 miliardi di euro (al ritmo di 150 milioni al giorno), raggiungendo 307,5 miliardi detenuti da 79 individui (erano 71 nel 2024).
Il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera, contro poco più di 6 volte nel 2010. Dal 2010 al 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2.000 miliardi, ma il 91% di questo incremento è andato al 5% più ricco, mentre la metà più povera ha ottenuto appena il 2,7%.
Oggi il top 5% detiene il 49,4% della ricchezza nazionale, quasi il 17% in più di quanto possiede il 90% più povero».

Dobbiamo scegliere. Possiamo avere la democrazia oppure possiamo avere la ricchezza concentrata in poche mani. Ma non possiamo avere queste due cose assieme. «Questa frase, pronunciata quasi un secolo fa dal giurista, costituzionalista e giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Brandeis, è di estrema attualità oggi per discutere l’aumento delle disuguaglianze economiche e i loro effetti sullo stato di salute delle democrazie. Elevate disuguaglianze rappresentano di fatto il fallimento della democrazia: corrodono il tessuto morale della società e lacerano il patto civico, il senso di appartenenza, la capacità di riconoscersi parte di un destino comune».

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