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Il sogno di un’Italia che non esiste

Tempo di lettura: 3 minuti

Ho fatto un sogno strano, semplice e intenso. Ho sognato che maggioranza e opposizione, per una volta, si fossero guardate negli occhi e avessero fatto insieme una risata. Non una risata sarcastica, non una smorfia televisiva studiata per i talk show, ma una risata vera, umana, quasi liberatoria. Ridevano insieme delle polemiche che incendiano i social, delle tempeste in un bicchiere d’acqua, delle infinite discussioni sul nulla.

Ridevano del “caso Pucci” a Sanremo, trasformato per giorni in emergenza nazionale. Ridevano degli errori di Petrecca alla Rai, analizzati come se fossero questioni di sicurezza globale. Ridevano di quei titoli urlati, delle indignazioni a comando, delle dichiarazioni fatte solo per occupare un microfono.

Nel mio sogno qualcuno diceva: «Ma davvero stiamo litigando per questo?» E invece di partire con un comunicato stampa, partiva una risata collettiva. Una risata che non negava i problemi veri, ma li separava dalle sciocchezze. Una risata che portava saggezza.

Per un attimo nessuno cercava di strumentalizzare, nessuno costruiva un nemico, nessuno provava a guadagnare un punto nei sondaggi. C’era solo la consapevolezza che non tutto merita una guerra; che non ogni errore è uno scandalo; che non ogni battuta è un affronto istituzionale.

Sempre nel sogno, dopo aver riso, si tornava a parlare di cose serie: lavoro, scuola, sanità, giovani che se ne vanno, imprese che arrancano. E il clima era diverso, più serio, perché chi sa ridere insieme dimostra di saper distinguere l’essenziale dal superfluo.

Era un sogno quasi ingenuo, lo so. Ma dentro quella risata c’era qualcosa di rivoluzionario: l’idea che la politica possa, ogni tanto, smettere di prendersi troppo sul serio senza smettere di essere seria.

Poi, il risveglio e la scontata delusione. Ma per un attimo ho pensato che, forse, quello che avevo sognato non sarebbe stato impossibile da realizzarsi. Sarebbe bastato poco: un pizzico di ironia, un po’ di misura, e il coraggio di ammettere che non tutte le polemiche meritano di diventare battaglie.

Ma l’ascolto dei primi notiziari radio e la lettura dei titoli dei giornali hanno subito cancellato quegli attimi di visione fiduciosa, mostrando invece una realtà fatta di notizie poco edificanti e altre prefabbricate dagli esponenti dei partiti governativi: molto spazio alla storia del comico Pucci che chiamato tra i conduttori a Sanremo annunciava sui social “Sanremo sto arrivando”, postando una sua foto con le chiappe al vento e attirando migliaia di proteste “via internet”. Poi la sua rinuncia col successivo intervento inopportuno in suo favore di La Russa, presidente del Senato e seconda carica della Stato.

Sulla vicenda è anche intervenuta la impegnatissima presidente del Consiglio con una delle sue sparate dicendo: «Spaventosa deriva illiberale della sinistra». È seguito il coro di tutta la banda. Che cosa c’entra la sinistra che in realtà ha ignorato Pucci? Gli interventi della Meloni e compagnia erano reali, non frutto di un altro sogno, di un incubo. A palazzo Chigi, la parola ironia è stata cancellata per dar posto a termini bellicosi sempre contro gli avversari.

Tutte queste uscite con toni da mercato rionale mi ricordano quei film comici in cui Ave Ninchi recitava nella parte della moglie di Totò o Aldo Fabrizi, “vittime” della sua irruenza romanesca. Facevano ridere ma erano tutti attori bravissimi che recitavano. Invece i politici, che fanno sul serio, non si rendono conto di essere ridicoli. Forse la vera maturità democratica comincia anche da qui: dalla capacità di ridere insieme delle stupidaggini, per avere più tempo e più energia da dedicare a ciò che conta davvero. Aveva ragione Charlie Chaplin quando affermava che «chi non ride mai non è una persona seria».

Non sono dipese dalla sinistra nemmeno le gaffe di Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport che si è assunto l’”onore” di fare la telecronaca sull’ apertura dei giochi olimpici. Eccone l’elenco: «Buonasera dallo stadio Olimpico», ha esordito, dimenticando che si trovava a Milano (a San Siro) non a Roma; poi ha scambiato la presidente del Cio, Kirsty Coventry, per la figlia di Mattarella; durante l’accensione della fiaccola olimpica non ha riconosciuto i campioni delle nazionali di volley. Il tutto accompagnato da luoghi comuni come «i brasiliani che hanno la musica nel sangue»; «gli spagnoli dal sangue caliente». Più grave non aver citato il cantante Ghali che ha recitato il Promemoria di Gianni Rodari senza esser stato ripreso dalle telecamere.

Insomma, mettendosi davanti al microfono, ha voluto essere protagonista del grande evento sportivo assumendo un compito che spettava a giornalisti di grande esperienza. Di fronte a questa performance, i giornalisti Rai sono insorti, tanto più che nei precedenti incarichi Petrecca si era già fatto conoscere. Eppure, nonostante questi risultati, non si parla di allontanamento o dimissioni. Fratelli d’Italia protegge sempre i suoi fedeli.

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