
India: la crisi energetica scuote il gigante
Nel cuore di Pune, nello stato occidentale del Maharashtra, uno dei più grandi crematori dell’India ha dovuto fermarsi. Il tempio Vaikunth Dham, dotato di tre forni a gas per i riti funebri, ha annunciato la sospensione temporanea delle cremazioni alimentate a GPL. La causa: una carenza improvvisa di combustibile.
Un episodio che, per quanto simbolico, racconta molto più di una semplice difficoltà logistica. In India, la crisi energetica scatenata dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sta penetrando nel tessuto più profondo della società, toccando perfino il momento più sacro: l’ultimo saluto ai defunti.
La fragilità della catena di approvvigionamento energetico è evidente anche nel settore della ristorazione. Da Mumbai a Bengaluru, ristoranti e venditori di street food si sono ritrovati all’improvviso senza gas. Le bombole, normalmente consegnate su base giornaliera, non arrivano più con regolarità. Il risultato è immediato: menu ridotti, piatti eliminati, fornelli spenti.
Nel frattempo, il mercato nero esplode. Una bombola che costava circa 950 rupie ha superato le 3.000, rendendo il combustibile inaccessibile per milioni di persone. Il governo ha introdotto misure di razionamento per mantenere bassi i prezzi ufficiali, ma l’accesso alle bombole resta legato alla presenza di un indirizzo fisso. Questo esclude automaticamente milioni di persone: migranti, abitanti degli slum, lavoratori informali. Una parte significativa della popolazione resta quindi tagliata fuori dal sistema.
Si assiste così a un ritorno forzato a combustibili più inquinanti come legna e kerosene, mentre le piastre a induzione sono ormai introvabili. Le tensioni sociali non sono tardate ad emergere: proteste e manifestazioni si sono moltiplicate in diverse città del Paese.
All’origine della crisi c’è il blocco dello Stretto di Hormuz, combinato con gli attacchi ai porti del Golfo e la minaccia di nuove incursioni Houthi nel Mar Rosso. Una combinazione che ha di fatto paralizzato il commercio marittimo e le forniture energetiche globali.
Dallo Stretto di Hormuz passa normalmente circa il 20% del petrolio mondiale. Oggi i flussi sono crollati drasticamente, con esportazioni quasi azzerate. L’impatto è stimato in oltre 17 milioni di barili al giorno in meno, uno shock senza precedenti per il sistema energetico globale.
L’India è tra i Paesi più esposti. Secondo importatore mondiale di gas liquefatto e di petrolio, consuma oltre 33 milioni di tonnellate l’anno. La metà del gas naturale e circa il 90% del petrolio sono importati. Il Golfo fornisce più della metà del greggio, due terzi del gas naturale liquefatto e quasi la totalità del GPL. Tra il 60% e l’80% di queste importazioni transitano proprio attraverso Hormuz.
La guerra ha messo in luce la volatilità del mercato energetico globale e la vulnerabilità strutturale dell’India, oggi evidente più che mai. Il primo ministro Narendra Modi ha cercato di rassicurare la popolazione, definendo la crisi come un fenomeno globale e invitando a non cedere al panico. Il governo sostiene di stare facendo “tutto il possibile” per garantire la sicurezza energetica, sottolineando i progressi compiuti negli ultimi anni. Modi ha dichiarato che il Paese dispone di oltre 5,3 milioni di tonnellate di riserve strategiche di petrolio, sufficienti – secondo l’esecutivo – per circa 85 giorni.
Ma il messaggio politico si scontra con una realtà più complessa: la crisi attuale non è solo energetica, è profondamente geopolitica. Negli ultimi mesi, Nuova Delhi ha dovuto piegarsi a pressioni esterne sempre più forti. Ha ridotto gli acquisti di petrolio russo per evitare sanzioni americane. Ha rallentato il progetto di Chabahar – un nodo strategico fondamentale che consentiva a Nuova Delhi di collegarsi direttamente all’Asia centrale, all’Afghanistan e all’Europa aggirando il Pakistan e contrastando l’influenza cinese, uno dei pochi strumenti che le permettevano di costruire una propria autonomia strategica nella regione.
Una recente deroga temporanea concessa da Washington agli acquisti di petrolio russo e alle operazioni a Chabahar ha offerto a Delhi un margine limitato senza però risolvere il problema strutturale. L’India si trova stretta tra le proprie ambizioni globali e i vincoli geopolitici.
La crisi in Medio Oriente ha avuto un impatto diretto anche sul commercio. Le principali rotte attraverso il Canale di Suez e il Mar Rosso sono state compromesse, costringendo le navi a circumnavigare l’Africa. I tempi di trasporto si sono allungati, i costi sono aumentati e interi settori produttivi sono entrati in difficoltà. Il comparto agricolo è tra i più colpiti. I fertilizzanti, spesso legati al gas del Golfo, scarseggiano, mentre alcuni impianti hanno già sospeso la produzione.
Allo stesso tempo, gli agricoltori indiani perdono uno dei loro principali mercati di sbocco: in condizioni normali, circa il 70% del riso basmati esportato dall’India è destinato al Medio Oriente. Senza parlare poi delle rimesse inviate dai lavoratori indiani nei Paesi del Golfo Persico che rappresentano una risorsa economica fondamentale per l’India, costituendo circa il 38% del totale delle rimesse che il Paese riceve. La guerra in Iran rappresenta una minaccia per la continuità di tali flussi, con potenziali gravi ripercussioni economiche per l’India. Per un Paese che ambisce a diventare la terza potenza economica mondiale, si tratta di un colpo significativo.
Ma al di là degli aspetti economici e logistici, questa crisi potrebbe ridefinire il ruolo dell’India nel sistema internazionale.
Da un lato, la crisi sta però anche accelerando la riconfigurazione delle rotte commerciali. In questo contesto, l’India sta rafforzando il proprio impegno nel corridoio economico internazionale IMEC, promosso insieme a Paesi del Golfo, Israele, Unione Europea e Stati Uniti. Il progetto, che combina trasporto marittimo e ferroviario, si propone come alternativa strategica alle rotte tradizionali attraverso Suez e il Golfo.
Ma dall’altro, l’immagine del Paese come “Vishwaguru”, guida globale emergente, appare oggi più fragile. Il fatto che il Pakistan si sia proposto come mediatore nel conflitto con l’Iran rappresenta un segnale politico significativo e, per molti osservatori, uno smacco per il governo di Narendra Modi.


