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La memoria corta dei cileni e il ritorno della destra

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Al ballottaggio di domenica scorsa per le elezioni presidenziali in Cile, una gran parte degli elettori sembra aver perduto la memoria: ha scelto Josè Antonio Kast, leader dell’estrema destra che ha sempre reso pubblica la sua venerazione per il golpista e dittatore Pinochet. Ha ottenuto il 58% di voti provenienti dal suo partito e dai moderati. Il neopresidente è di origine tedesca: il padre, Michael, membro del partito nazista, fuggì in Cile immediatamente dopo la resa della Germania agli alleati.

La sua avversaria di sinistra, Jannette Jara, ha ottenuto il 42% di voti. Non è parente di Viktor Jara, il “cantante del popolo” che durante il golpe del settembre del 1973 venne torturato e ucciso dopo che gli aguzzini gli avevano tagliato la lingua. Gli Inti Illimani del famoso quintetto, scamparono alla cattura perché erano in tournée in Europa. L’assassino di Jara alla fine della dittatura fuggì negli Stati Uniti. Adesso, se ancora vivo, potrà rientrare in patria perché Kast ha promesso l’amnistia per i golpisti in esilio e per i 140 ancora in carcere per delitti contro l’umanità. La Meloni è stata tra i primi a complimentarsi con lui.

Kast, nella sua campagna elettorale aveva promesso la solita linea dura tipica delle destre estreme: l’espulsione di tutti gli immigrati presenti nel Paese tra i quali 300mila sono venezuelani: la costruzione di muri di confine; abbattere la criminalità (in forte aumento e trascurata dalla sinistra) impiegando anche i militari; massicci tagli alla spesa pubblica, riduzioni sul welfare, privatizzazione della sanità, dei fondi pensione pubblici e altro.

La sua vittoria conferma il ritorno delle destre in America Latina aggiungendosi a quelle recenti di Daniel Oboa in Ecuador, Nayb Bukele nel Salvador, Javier Milei in Argentina e Rodrigo Paz in Bolivia, dove i socialisti avevano governato per 10 anni. Trump farà salti di gioia: il “giardino di casa” si è allargato.

Questo ribaltamento delle preferenze politiche dei cileni è sconcertante. Sembrava impossibile che il Paese potesse diventare un nuovo componente dell’autoritarismo mondiale. Nel referendum del 1988 (imposto dagli Stati Unititi alla dittatura) quel popolo con grande coraggio riuscì a sconfiggere Pinochet sfidando le rappresaglie del regime. A quei tempi il dittatore non era più appoggiato da coloro che si erano resi complici del colpo di stato contro il presidente Allende.

Ricordo quel giorno di settembre del 1973, quando le televisioni trasmisero l’attacco al palazzo presidenziale della Moneda; gli aerei che lo bombardavano; le immagini di Allende che attorniato da pochi fedeli rifiutò di arrendersi. Poco dopo fu trovato morto nel suo ufficio. I golpisti dissero che si era “suicidato”.

Ricordo anche le immagini di Kissinger (premio Nobel) che una settimana dopo il golpe stringeva la mano al dittatore. Il segretario di stato USA appariva soddisfatto: il suo piano di abbattere il governo democratico di sinistra del Cile era riuscito in pieno. La CIA, aveva lavorato bene.

Le vittime della repressione, dichiarate ufficialmente, furono 30 mila e molti furono i desaparecidos. Lo scenario di morte si ripeté tre anni dopo in Argentina e la strage degli oppositori fu più cruenta. Anche in questo Paese Kissinger e CIA avevano lavorato bene.

Non è facile spiegare perché in Cile il governo di sinistra sia stato battuto. Il presidente uscente Gabriel Boric, venne eletto quattro anni fa dal Frente amplio dei partiti progressisti. Aveva appena 35 anni e proveniva dal movimento studentesco di cui era stato presidente. La sua è stata una presidenza difficile, osteggiata dalla cosiddetta maggioranza silenziosa, composta da una borghesia arretrata e dai nostalgici di Pinochet, compreso Kast.

Boric, appena eletto aveva lanciato un programma economico nel quale il 37% del budget veniva destinato  all’assistenza sociale per le famiglie; più di un quarto al sostegno delle piccole e medie imprese e il resto alla creazione di posti di lavoro. Aveva anche provveduto al congelamento dei prezzi dei trasporti pubblici per un anno e a un aumento del 15% della borsa di studio per l’istruzione superiore, di cui beneficiavano 620.000 studenti.

Nel corso del quadriennio aveva dato il via al sistema pensionistico pubblico, alla sanità pubblica gratuita, aveva aumentato il salario minimo del 20%. Ma le riforme non erano piaciute alla maggioranza dei cileni che lo dimostrò con il 60% per cento di NO al referendum sulla nuova costituzione che cancellava quella precedente imposta da Pinochet poco prima di uscire dalla scena politica del Paese.

A proposito dei nazisti fuggiti in Cile. Ne arrivarono migliaia attraverso l’organizzazione clandestina Odessa. Simon Wiesenthal – il cacciatore di nazisti – raccontava con prove alla mano che quel “comitato di soccorso” organizzava la fuga dei criminali nazisti con l’appoggio anche di alcuni prelati della chiesa cattolica con in testa il cardinale austriaco Alois Hudal, da sempre sostenitore del partito nazista.

I fuggiaschi, muniti di falsi documenti venivano aiutati dai francescani e nascosti da un monastero all’altro in Svizzera e poi in Alto Adige, per poi raggiungere Genova e salire sulle navi dirette in America Latina. Il Vaticano di Pio XII sapeva tutto ma taceva. Era segretario di Stato Paolo Montini, divenuto Papa dopo Giovanni XXIII.

In Cile, con il consenso di quel governo, alcune centinaia di nazisti con le loro famiglie fondarono la Colonia Dignidad le cui attività erano legate all’ agricoltura. Estesa su 140 chilometri quadrati, ospitava una scuola, un ospedale, due piste di atterraggio, una centrale energetica. Inoltre il villaggio era circondato da una barriera elettrificata con torri di guardia. Era anche difeso da armi pesanti tra cui un carro armato.

Durante la dittatura di Pinochet divenne un centro di internamento e di tortura di dissidenti politici. Al “lavoro” degli aguzzini cileni parteciparono anche molti residenti tedeschi. La morale è che il nazifascismo non muore mai. Oggi si maschera nel tecnofascismo.

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