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Trump disprezza l’Europa e Bruxelles tace

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«L’Europa cambi o scomparirà». C’era da aspettarselo: Donald Trump nel documento sulla strategia nazionale americana, reso pubblico lo scorso venerdì 5 dicembre, ha lanciato strali carichi di disprezzo contro l’Unione Europea, continuando nei giorni successivi e aggiungendo frasi offensive anche verso l’Ucraina e il suo presidente che considera un “uomo finito, un burattino”.

L’atteggiamento di Trump nei confronti dell’Unione Europea non è più interpretabile come una semplice manifestazione impulsiva del suo carattere politico. Nel corso degli anni, sia durante il suo primo mandato sia nel periodo successivo, il suo linguaggio e le sue scelte hanno mostrato una coerenza notevole: l’UE è percepita come un fastidioso competitore economico e come un vincolo geopolitico che limita la libertà d’azione degli Stati Uniti. In questa prospettiva, le critiche non sono sfoghi, ma parte di una strategia volta a indebolire la coesione europea, favorendo rapporti bilaterali con i singoli Stati in cui Washington può esercitare maggiore pressione. Per esempio con l’Italia della Meloni.

L’aspetto più sorprendente, però, è la reazione europea: timida, frammentata, affidata a portavoce che parlano per delega anziché a leader che assumano una posizione chiara e unitaria. Questa dinamica conferma l’impressione che l’Unione, pur essendo un gigante economico, faccia fatica a comportarsi come un attore politico maturo sulla scena internazionale.

Questa posizione viene messa in risalto da Ferruccio De Bortoli sul suo editoriale nel Corriere della Sera di martedì 9: «Siamo troppo educati – afferma con ironia – È insopportabile l’incapacità europea di rispondere per le rime alle accuse ingiuste e sprezzanti e spesso volgari che le vengono rivolte… Se dovesse prevalere anche in futuro, questo atteggiamento inutilmente ambiguo e attendista, allora avrebbe ragione la Casa Bianca: il declino è inesorabile».

La totale arrendevolezza della UE si era già mostrata in pieno durante l’incontro in Scozia tra Ursula Von der Leyen e Trump nel lussuoso Golf club di proprietà del presidente USA. La commissaria dell’UE accettò l’imposizione dei dazi senza ribattere e fare controproposte. Inoltre fu un errore recarsi in quel luogo privato, cioè in casa dell’ “orco”.  

Le ragioni di questa debolezza sono molteplici. In primo luogo la natura stessa dell’UE, basata sul consenso tra 27 Stati membri, rende arduo reagire con tempestività. In secondo luogo, molti governi europei mantengono rapporti diretti con Washington e preferiscono evitare escalation politiche che potrebbero danneggiare interessi nazionali. Infine, l’Europa non dispone ancora di un apparato di difesa e di sicurezza veramente autonomo, e questo la rende più cauta quando si confronta con un presidente americano ostile. Bisogna aggiungere anche che il “governo” della UE è inadeguato a partire dalla Von der Leyen mentre il Parlamento dà l’impressione di non esistere.

Quindi la mancanza di una risposta politica forte manifesta la debolezza strutturale che nel lungo periodo, incoraggia non solo Trump, ma qualsiasi attore internazionale interessato a dividere e condizionare l’Unione.

Il punto cruciale è che l’Europa deve decidere che tipo di potenza vuole essere: un’area economica molto integrata ma politicamente dipendente dagli equilibri esterni, oppure un soggetto capace di parlare con voce propria anche nei momenti di tensione. Finché la risposta continuerà ad arrivare solo tramite portavoce, difficilmente riuscirà a trasmettere l’immagine di un’Unione coesa, sicura di sé e in grado di rispondere colpo su colpo alle sfide globali.

Questi silenzi offrono grande spazio alla “tecnomonarchia” di cui parla il politologo Alessandro Mulieri nel suo libro appena uscito dal titolo Tecnomonarchi (Donzelli Ed.). Si tratta di una nuova rivoluzione reazionaria concepita negli Stati Uniti che intende trasformare le democrazie rappresentative in regimi autoritari. Verrebbe smantellato l’ordine politico democratico ricostruito a fatica nell’Occidente dopo la seconda guerra mondiale. E l’Europa, che lo esprime, ne è, con la sua storia, il simbolo.

I maggiori rappresentanti di questa reazione sono gli “avventurieri” – come li definisce Mulieri – della Silicon Valley con in testa Musk. E Trump guida la loro politica. Questo smantellamento della democrazia europea già iniziato lentamente da anni, si è manifestato in pieno con gli attacchi ormai espliciti del presidente USA all’Europa.

Un altro segnale di questa svolta era apparso nel vertice di Trump con Putin, avvenuto in Alaska lo scorso 16 agosto. L’ obiettivo di riportare la pace in Ucraina non ha portato risultati sulla fine del conflitto, ma ha favorito il presidente russo che è stato riabilitato senza dare nulla in cambio.

Ma il faccia a faccia tra i due presidenti potrebbe avere avuto un esito favorevole in un altro accordo tenuto segreto: cioè la spartizione delle rispettive influenze politiche. Infatti, dopo quell’incontro Trump ha completamente interrotto il sostegno USA all’Ucraina ed ha portato agli estremi la sua crescente ostilità vero l’Europa e la NATO. Putin si è mostrato soddisfatto soprattutto dopo l’incontro a Mosca col genero del presidente- palazzinaro Jared Kushner e Steve Wolf. «Sembrava giocassero tutti e tre nella stessa squadra», scrive su Repubblica Alan Friedman.

Eppure di fronte a questo cupo panorama, qualcosa sta cambiando: lo strapotere di Trump incomincia a scricchiolare. Alle elezioni per il sindaco di Miami, dove i repubblicani governavano da 30 anni, ha vinto la democratica Eilen Higgins col 59% di voti contro l’avversario Emilio Gonzalez, appoggiato dal Presidente USA. Se poi vi aggiungiamo le precedenti sconfitte dei repubblicani negli Stati del New Jersey, della Virginia e del Comune di New York si può guardare con un po’ di ottimismo verso le elezioni di mezzo termine del prossimo anno.

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