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A teatro il dramma dell’alzheimer

Tempo di lettura: 4 minuti

Sul palcoscenico un orologio gira vorticosamente al contrario, e poi si ferma, e poi riprende nel senso giusto e poi rallenta, con un ticchettio che ti entra dentro. Segna un tempo che può avere un ordine diverso o non averlo affatto. Tempo che, insieme alle parole, alle cose, alla realtà e all’immaginazione si fondono e confondono in chi è colpito da una malattia neurologica degenerativa.

Un’esperienza personale raccontata la prima volta quasi 20 anni fa. Era il 2008 quando Davide Carnevali, autore e regista, metteva a punto il testo Variazioni sul modello di Kraepelin premiato nel 2009 al Theatertreffen Stückemarkt di Berlino e al Premio Riccione per il Teatro; e nel 2012 alle Journées de Lyon des Auteurs de Théâtre. In questi anni è stato tradotto in una decina di lingue e messo in scena in diversi teatri di tutto il mondo. In Italia è stato pubblicato nel 2018 da Einaudi.

Ora quella storia è arrivata al Piccolo Teatro Grassi di Milano, dove Davide Carnevali ha diretto Fabrizio Bentivoglio, Camilla Semino Favro e Simone Tangolo, portando in scena con Variazioni sul modello di Kraepelin il dramma dell’alzheimer.

Emil Kraepelin era lo psichiatra che diede il nome al morbo di alzheimer all’inizio del secolo scorso. Ma alzheimer è una parola che mai viene pronunciata sul palco. Perché lo spettacolo è molto di più: tratta l’identità europea, la sua memoria storica e il nostro rapporto con il passato.

Chi soffre di un processo di demenza degenerativa chiama le persone con nomi differenti, dimentica la funzione degli oggetti, annulla lo scorrere del tempo. Nella sua mente, dettagli reali ed elementi immaginari si fondono e si confondono, in una libera associazione che sconvolge l’organizzazione logica del mondo attraverso il linguaggio. La storia si scompone in una serie di variazioni, vere e false allo stesso tempo; la parola lascia spazio alla presenza fisica, a scapito del razionale, a vantaggio dell’immaginario.

Il libro, e di conseguenza la rappresentazione teatrale, nascono da quanto vissuto da Davide Carnevali.

«Mio nonno» ha spiegato nell’incontro stampa di presentazione «la persona che in famiglia amavo di più, aveva smesso di riconoscermi. Oppure lo faceva ma in un modo “strano”: talvolta ricordava che ero suo nipote ma era convinto che mia madre non si fosse ancora sposata e che quindi, in realtà, io non fossi mai nato…».

Il nonno aveva vissuto la seconda guerra mondiale. E il tema della guerra – che torna prepotente in questo 2026 – in realtà è un argomento che non è mai stato inattuale. «Quando, per esempio, nel 2007 avevo iniziato a scrivere il testo, a Berlino trovavo ancora i segni della guerra: nel tessuto urbano, nelle omissioni, nelle facciate degli edifici distrutti o di quelli ricostruiti, negli Stolpersteine, le pietre d’inciampo…».

A quasi due decenni di distanza si è posta la questione anagrafica rispetto al personaggio principale. «Nel testo pubblicato da Einaudi, io racconto molti dettagli biografici della vita di mio nonno che ha attraversato la seconda guerra mondiale; l’attore in scena nel 2026 appartiene invece a un’altra generazione e non era plausibile che avesse vissuto in prima persona quel conflitto. Il ricordo di quella tragedia resta, invece, in qualche modo come “memoria familiare”, che va ad aggiungersi alle questioni relative alla memoria storica e a quella individuale».

Lo spettacolo si è sviluppato come una sequenza di quadri, variazioni appunto, che mettono al centro il tema della percezione e della frammentazione dell’identità. Non c’è una narrazione lineare: la drammaturgia procede per accumulo, alternando ripetizioni, scarti e slittamenti che richiamano i meccanismi della mente sotto osservazione.

L’esperienza che si prova non è il dipanarsi della storia ma la sua impossibilità di svilupparsi in modo coerente. «Quando nella vita ci troviamo di fronte a situazioni simili, siamo impreparati, entriamo in crisi. Ce ne accorgiamo in rapporto al dolore, alla malattia, alla guerra, ma lo notiamo anche di fronte all’amore o all’esperienza artistica, alla poesia, al cospetto di quelle pratiche in cui il linguaggio non è sufficiente a spiegare il reale. Siamo così assuefatti alle storie e al linguaggio intesi come “cura” che, nel momento in cui essa non funziona, non sappiamo come agire». Di fronte a una persona che patisce una degenerazione cognitiva, «dobbiamo inventare una forma di comunicazione che non sia linguistica, ma fisica, di pura presenza. Non è semplice, ma forse è proprio ciò di cui il teatro deve occuparsi».

Al centro restano domande aperte: dove si colloca il confine tra normalità e deviazione? Cosa accade quando non sappiamo più raccontare ciò che siamo e ciò che siamo stati? Lo spettacolo non ha offerto risposte, ma costruito un dispositivo scenico che invita a interrogarsi, trasformando il palco in uno spazio di osservazione e dubbio.

Variazioni sul modello di Kraepelin rende con grandissima intensità lo smarrimento di un padre (Fabrizio Bentivoglio) che invecchiando perde memoria di sé e della vita ma anche la fatica e la sofferenza di un figlio (Simone Tangolo) che di quel padre si occupa tra stanchezza, amore, dolore e paura. Camilla Semino Favro interpreta differenti identità, a volte è medico, a volte psicanalista, a volte persona che accudisce, a volte un amore del passato.

La forza dello spettacolo è stata anche il suo raccontare la guerra “che non finisce mai”, che è sempre la stessa, che ci accompagna fino alla fine e che tendiamo a dimenticare. Ha scritto nel programma di sala Alberto Martinelli, professore emerito di Scienza politica e Sociologia dell’Università di Milano: la perdita memoria non è solo malattia neurologica ma comportamento collettivo che riscrive la storia in base a dogmi ideologici. L’amnesia intenzionalmente provocata dalle persone che si rifiutano di ricordare fatti traumatici o dai detentori del potere e dai loro ideologi che vogliono impedire al popolo di ricordare. È pratica dei regimi totalitari riscrivere la storia precedente alla presa di potere. Nei regimi totalitari l’amnesia è regola pervasiva e costante. Nelle liberal democrazie il pluralismo partitico e un’opinione pubblica più libera riducono lo spazio delle mistificazioni, ma non lo eliminano.

Variazioni sul modello di Kraepelin, testo e regia di Davide Carnevali, con Fabrizio Bentivoglio, Camilla Semino Favro, Simone Tangolo, produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Articolo pubblicato anche su: https://www.allonsanfan.it/

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