
Danzare la resilienza
In questi giorni di giusta celebrazione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, offro due storie femminili che hanno in comune la danza, in epoche e contesti molto differenti.
Mi piace con questo, aggiungere un piccolo tributo alla valorizzazione del femminile come componente salvifico della nostra comunità umana, così intossicata dalla sua parte maschile che si esprime con le guerre sparse nel mondo, tutte apparentemente senza via d’uscita, tutte con vinti senza vincitori.
Quando aveva 16 anni amava danzare, anzi, la danza era la sua prima ragione di vita.
Viveva in Ungheria, il suo nome era ed è ancora oggi che ha 98 anni e vive in America, Edith Eva Eger: molto conosciuta come specialista nel trattamento del disturbo da stress post-traumatico.
La sua famiglia di origini ebraiche, in Ungheria viveva serenamente. Il padre faceva il sarto, le due giovani sorelle erano musiciste, la più grande con il violino, la più piccola con il pianoforte. Edith studiava danza classica, inoltre era membro della squadra di ginnastica olimpica ungherese dalla quale fu espulsa nel 1942 in applicazione delle nuove leggi antiebraiche.
Nel maggio del 1944 fu deportata con tutta la sua famiglia ad Auschwitz. Insieme alla madre fu presto selezionata per la camera gas ma all’ultimo momento fu salvata dalla scoperta che lei era eccellente danzatrice. Così Mengele le chiese di danzare per lui salvandogli la vita e compensandola con del pane che Edith condivise con le sue compagne di prigionia. Josef Mengele nel campo di Auschwitz Birkenau era noto a tutti per il suo inquietante nome di “Angelo della morte” e per i suoi crudeli esperimenti medici e di eugenetica sui corpi dei deportati usati come cavie umane, con predilezione per i bambini e una ossessione particolare per i gemelli.
Successivamente, con l’avvicinarsi degli americani e dei russi Edith Eva Eger fu inviata per una “marcia della morte” con sua sorella Magda al campo di concentramento di Gunskirchen a circa 55 chilometri di distanza. Quando non poté più camminare per la stanchezza, una delle ragazze con cui aveva condiviso il pane di Mengele la riconobbe e la portò avanti insieme a Magda. Edith, salvata per la seconda volta dalla morte da quel pane guadagnato con la danza, pesava meno di 30 chilogrammi.
Dopo la guerra, facendo tesoro della propria esperienza nei campi di sterminio Edith Eva Eger, poi laureatasi in psicologia negli Stati Uniti, come terapista e autrice di numerosi testi, ha aiutato moltissime persone a cambiare i pensieri che impediscono di vivere la propria libertà e imprigionano in comportamenti distruttivi, sostenendo che «Quello che ci succede nella vita non è la cosa più importante. Piuttosto, la cosa più importante è ciò che facciamo della nostra vita».

Carmen Diodato, invece, è una ballerina classica ben conosciuta nell’attuale panorama artistico internazionale danzando per la Fondazione Arena di Verona e la Fondazione Teatro Massimo di Palermo.
Carmen usa parole toccanti «La danza non è solo arte: è una forma di educazione interiore, un modo di restare saldi anche quando tutto intorno si muove». Una danzatrice e una persona speciale, Carmen Diodato è sorda dalla nascita e così si esprime: «Le vibrazioni hanno sempre fatto parte di me. Le ho percepite prima ancora di capire cosa fossero, prima di imparare a parlare, prima di camminare. Erano già lì, dentro di me come un modo naturale di ascoltare il mondo, il mio primo contatto col mondo. Non sono solo un modo per percepire la musica, ma un linguaggio, una connessione profonda con tutto ciò che mi circonda. Quando danzo non faccio altro che seguirle, lasciarmi guidare. È come se le vibrazioni fossero il mio orecchio interiore: mi aiutano a “sentire” con il corpo, quello che gli altri sentono con le orecchie. E credo che in fondo, nella danza come nella vita, non servano sempre le parole o i suoni per capire davvero ciò che è vivo».
In una recente bellissima intervista di Orietta Cicchinelli per La Repubblica, Carmen Diodato davvero ci illumina di immenso: «La danza può e deve essere uno strumento di inclusione, perché è un linguaggio che appartiene a tutti. Non servono parole né suoni: serve solo la voglia di comunicare con il corpo, con l’anima. Attraverso la danza, una persona con disabilità può riscoprire la propria forza, la propria bellezza, la propria unicità. È uno spazio dove non conta ciò che manca, ma ciò che si esprime. La danza ti restituisce dignità, ti fa sentire parte di qualcosa, ti mette sullo stesso piano degli altri perché sul palcoscenico siamo tutti uguali, uniti dallo stesso respiro. E questo, secondo me, il significato più profondo dell’inclusione: dare a ciascuno la possibilità di esistere pienamente, attraverso la propria forma di arte e di verità».
Due storie femminili di danza e resilienza.
Resilienza: sostantivo femminile.



