
Può esistere una sobrietà digitale?
Condivido con voi una riflessione e delle domande che spesso mi pongo, alle quali non trovo facilmente delle risposte. Premetto che sono io stessa fruitrice dei social network e mi rendo conto che facilmente ne vengo assorbita, perdendo ogni sguardo critico e lasciandomi assorbire senza controllo, motivo per il quale imposto un timer che mi impedisce di trascorrerci troppo tempo. Anche coloro che non utilizzano in prima persona le piattaforme social, sanno che ormai viviamo in un’epoca in cui la condivisione sembra essere diventata un gesto spontaneo, quasi naturale e scontato, dove una cena, un viaggio, un tramonto, un acquisto, una passeggiata: tutto può trasformarsi in contenuto digitale, pronto ad apparire sugli schermi di chi ci segue e non. Non entrerò volutamente nel tema della condivisione dei minori, della immagini condivise dagli altri senza il consenso o degli spazi privati, perché si aprirebbero altri temi che meritano da soli una profonda riflessione.
Condividere consapevolmente momenti della propria vita sembra ormai essere considerato un gesto spontaneo e socialmente accettato per la maggior parte delle persone: condividere immagini o video della nostra quotidianità forse ci offre la sensazione di raccontarci, di sentirci parte di una rete di relazioni, di conservare e trasmettere ricordi che se non resi pubblici è come se perdessero un poco di importanza.

Ma questa esposizione costante non porta con sé anche alcune domande scomode?
In primis, proviamo a immaginare se fossimo seduti ad una cena eterogenea, circondati da persone con possibilità economiche, esperienze e vissuti diversi, che magari non conosciamo così approfonditamente. In tale contesto, ci sentiremmo altrettanto liberi di ostentare la foto della vacanza da sogno, del ristorante stellato o dello shopping compulsivo? Forse, la maggior parte di noi adotterebbe un atteggiamento più attento, calibrando i racconti in funzione della sensibilità degli altri o della platea di uditori che abbiamo intorno a noi.
Sui social, invece, questo filtro sembra saltare e pubblicare parrebbe diventare un gesto solitario, rivolto a un pubblico invisibile, variegato, di cui spesso (o volutamente?) dimentichiamo le storie, le difficoltà, le differenze d’età, i limiti. Non sempre sappiamo chi ci osserva, eppure parliamo come se ci trovassimo sempre tra pari.
La domanda che mi sorge, allora, è inevitabile: il piacere della condivisione ha un confine? E se sì, dove si colloca? Da un lato c’è il diritto di esprimersi e di mostrare la propria gioia senza sensi di colpa, mentre dall’altro c’è il rispetto per chi guarda, che forse attraversa momenti difficili o non ha accesso agli stessi privilegi. La gioia mostrata può certamente essere un dono per tutti ispirando, contagiando gli altri, aprendo spiragli di bellezza anche a chi osserva. Ma può diventare allo stesso tempo una ferita, perché sappiamo che condividere la propria felicità non è mai un gesto neutro: può generare connessione oppure distanza, invidia o infelicità, a seconda di chi guarda e di come quella felicità viene narrata. La domanda allora non è più se sia giusto o sbagliato condividere, ma che tipo di relazione costruiamo con ciò che pubblichiamo e con quale finalità lo facciamo.

È in questo spazio che nasce, a mio parere, il paradosso della condivisione contemporanea: i social hanno abbattuto i confini tra privato e pubblico e ci hanno reso protagonisti di un palcoscenico costante. Ma siamo davvero consapevoli di quanto mostriamo di noi? Condividiamo spesso per apparire autentici, per voler raccontare al mondo chi siamo, ma nel farlo inevitabilmente selezioniamo scegliendo il momento migliore, la foto più riuscita, la luce più favorevole. È un’autenticità filtrata, che ci illude di essere veri mentre costruiamo un’immagine accuratamente ritoccata, senza parlare dei filtri, delle modifiche e dei ritocchi che molto spesso vengono fatti alle immagini per apparire ancora più strepitose e invidiabili. Uno dei rischi è che ogni contenuto diventi misura per confrontarsi con gli altri: “Perché io non ci riesco? Perché la mia vita non è così?”.
Ma è possibile immaginare un uso diverso, in cui la condivisione diventi fonte di ispirazione e non di confronto? Dipende dal modo in cui mostriamo e dal modo in cui scegliamo di guardare. Sicuramente c’è chi già lo fa, utilizzando i social per offrire uno sguardo critico e informato, come le tante pagine che ormai offrono contenuti specifici di divulgazione, permettendoci di usare questi canali anche in maniera istruttiva o, per lo meno, riflessiva.
A complicare ulteriormente le cose interviene l’algoritmo: i social non ci mostrano una realtà neutra, ma una versione filtrata e personalizzata in base alle nostre interazioni, ai nostri “mi piace”, ai nostri interessi, a dove ci soffermiamo per più tempo (che sia per morbo, curiosità autentica, paura… insomma, qualsiasi tipo di emozione che ci tiene “incollati” e incuriositi ad un contenuto per qualche secondo in più). Non a caso vengono creati volutamente contenuti che facciano arrabbiare chi li osserva, per generare un’ondata di reazioni “di pancia” che aumentano le interazioni intorno a quel contenuto specifico. Questo significa che veniamo costantemente esposti a un riflesso parziale, costruito ad hoc e personalizzato della realtà.

Se siamo attratti da viaggi e stili di vita patinati, verremo sommersi da contenuti simili creando una camera dell’eco che amplifica certe immagini e ne silenzia altre, rinforzando la percezione distorta che quella che vediamo quotidianamente sui social sia la normalità. È una distorsione silenziosa, che produce un doppio effetto: chi guarda rischia di sentirsi inadeguato, pensando che “tutti vivano così”, mentre chi condivide viene incoraggiato a esibire ancora di più, perché i contenuti ostentati generano interazioni e vengono premiati dall’algoritmo. In altre parole, non siamo soltanto autori delle nostre condivisioni: siamo anche plasmati dal sistema che le filtra e ce le restituisce. La domanda allora si complica: quanto c’è di autentico in quello che vediamo e in quello che scegliamo di mostrare?
Ci ritroviamo così intrappolati in una realtà parallela, che amplifica il desiderio di mostrare e il bisogno di confrontarsi, oltre ad amplificare anche alcune patologie, soprattutto in persone più fragili o che stanno attraversando momenti delicati, come ad esempio l’adolescenza o una fragilità psichica. Ma anche questo è un tema che meriterebbe un approfondimento a parte, in cui eviterò di entrarci ora.
Inoltre, l’illusione non si limita all’edulcorazione e alla vita “patinata”. In certi momenti storici, come quello che stiamo vivendo oggi ricco di conflitti e di catastrofi naturali, i social ci espongono costantemente a immagini crude e violente. È un paradosso: veniamo nutriti di contenuti estremi, oscillando tra la spettacolarizzazione della felicità e quella del dolore (oltre che quella della sessualità). Questa iper-esposizione può renderci più consapevoli di ciò che accade nel mondo, invitandoci a prese di posizione spesso necessarie, ma ci rende anche più vulnerabili esponendoci a un flusso continuo di sofferenza che può generare ansia, senso di impotenza e talvolta persino assuefazione. Ciò che prima ci sconvolgeva, col tempo rischia di lasciarci indifferenti. Il limite del pudore e del rispetto altrui viene costantemente valicato, grazie ad un dispositivo che qualcuno tiene in mano filmando ciò che mai avremmo il coraggio di soffermarci ad osservare con morbosa curiosità se accadesse davanti a nostri occhi, nella vita “reale”. La tragedia, la violenza ed il sopruso possono così diventare puro consumo emotivo, materia da scrollare insieme a tutto il resto, quotidianamente.
Forse il confine non è rigido né universale, ma vive dentro ciascuno di noi come esercizio di sensibilità ed empatia. Non significa rinunciare a raccontare ciò che ci rende felici, né di negare la sofferenza, ma imparare a domandarci: perché condivido? Per chi lo faccio? Possiamo scegliere di raccontare non solo per essere visti, ma per incontrare davvero l’altro? Che effetto potrebbe avere sugli altri e su di me ciò che condivido? Possiamo allenarci a una sobrietà digitale che non significa rinunciare, ma saper selezionare, saper tacere, saper lasciare spazio anche al silenzio?
Così come parliamo di sobrietà nei consumi, possiamo immaginare una sobrietà anche nella vita digitale: non come rinuncia, ma come scelta consapevole: non condividere tutto, non mostrare per forza, lasciare spazio anche al silenzio e al non detto. Una condivisione meno compulsiva e più empatica, capace di rispettare la diversità invisibile di chi ci osserva.
Forse la vera libertà digitale sta proprio in questa consapevolezza che, ancora una volta, sembra essere la chiave. Non un invito alla censura, ma un richiamo all’ascolto: di sé, degli altri, delle emozioni proprie ed altrui, del silenzio che resta tra un post e l’altro.
Forse il vero atto rivoluzionario, oggi, non è condividere di più ma imparare a condividere di meno. La sobrietà digitale potrebbe non essere una rinuncia, non come un invito a censurarsi o a vivere nell’ombra, ma una scelta consapevole di misura. Significa domandarsi se ogni momento debba per forza diventare pubblico, se ogni emozione abbia bisogno di un palcoscenico, se ogni ricordo non possa vivere anche solo dentro di noi o nello spazio intimo di una relazione autentica.
In un mondo che ci spinge a mostraci senza sosta, forse la vera libertà è concedersi la possibilità di non farlo. Restituire valore al silenzio, all’invisibilità, all’intimità, alla riservatezza, al gesto sacro di proteggere ciò che è bello e delicato, al vissuto che rimane nostro e basta. Non per escludere gli altri, ma per rispettare noi stessi e chi ci guarda, proteggendo la qualità dello sguardo e la profondità delle relazioni.
La sobrietà digitale non è meno vita, ma è vita scelta, custodita, non sprecata. È la possibilità di abitare i social con più coscienza e meno automatismi, ricordando che ciò che non mostriamo non perde valore. Anzi, spesso ne acquista.


