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Un invito gentile a guardare oltre

Tempo di lettura: 4 minuti

C’è un’abitudine così radicata, forse maggiormente nelle generazioni un poco più adulte, da sembrare innocua ed essere attuata sovente senza alcuna consapevolezza o malignità: commentare i corpi degli altri, che siano di persone a noi vicine e conosciute, così come corpi a noi estranei o appartenenti a personaggi pubblici.

A volte lo facciamo con leggerezza, altre addirittura con affetto o con la convinzione di dire qualcosa di positivo, come un complimento o a voler far notare di aver visto l’altro ed il suo eventuale cambiamento: “Sei dimagrita!”, “Che bel bambino paffuto!”, “Stai benissimo così!”.

Eppure, dietro ogni corpo possono nascondersi fragilità, trasformazioni, momenti di vita che molto spesso non conosciamo, ed il commento, anche le parole più semplici, che rivolgiamo all’altro spesso si inseriscono nella vita altrui oltrepassando un confine intimo e delicato.

Credo che ognuno di noi abbia presente almeno un commento ricevuto di cui avrebbe volentieri fatto a meno, che ci ha lasciati senza parole, che ci ha messo a disagio o che abbiamo ricevuto da una persona con la quale non abbiamo alcuna confidenza.

Il corpo è la nostra casa e, come in tutte le case, al suo interno avvengono molte trasformazioni che rispecchiano momenti diversi della vita: certe volte gli avvenimenti ci richiedono di accomodare gli spazi, cambiare i colori alle pareti, invertire le stanze, spostare i mobili, far spazio o stringersi un po’. Allo stesso modo anche il nostro corpo è un luogo che attraversa fasi, stagioni, passaggi: cambia dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta alla vecchiaia. Cambia con gli eventi, con la salute, con le emozioni, con ciò che viviamo. A volte fiorisce, a volte si appesantisce, a volte si alleggerisce.

A volte semplicemente è, così com’è, senza bisogno di essere interpretato.

Pensiamoci. Durante l’ infanzia il corpo di un neonato e di un bambino piccolo è spesso oggetto di commenti “teneri”: “troppo magro”, “troppo tondo”, “troppo grande”, “troppo piccolo”. Oppure ogni volta che viene scrutato assomiglia ad un certo membro della famiglia. Ogni bambino, però, è un essere in divenire, un organismo che si apre alla vita: perché imprigionarlo in parole che gli adulti scelgono senza pensare?

I corpi dei bambini dovrebbero essere lasciati in pace. Crescono, si allungano, si arrotondano, cambiano ritmo ed il tutto avviene nella più grande normalità della crescita. E tuttavia, è spesso proprio nell’infanzia che cominciamo a usare parole che, senza volerlo, plasmano un immaginario. Un immaginario che dovrebbe essere impegnato a giocare, apprendere, sognare futuri possibili e non ad adeguarsi allo sguardo ed alle aspettative altrui.

È molto significativo, inoltre, come i corpi più commentati siano quelli delle bambine, alle quali fin da piccolissime, viene fatto notare come siano carine, belle, delicate, proprio delle principesse. Si commentano i vestitini, i capelli, il corpo che “assomiglia alla mamma” o che “è così grazioso”. E le stesse bimbe, in primis, imparano che per compiacerti devono dirti quanto sei bella e come è bello il vestito che indossi. Quando lo fanno, lasciamoci attraversare dal dubbio se sia veramente un loro interesse o se hanno appreso di doverlo dire per renderti felice.

Il linguaggio che utilizziamo, anche in modo affettuoso e inconsapevole, comunica che l’aspetto è parte fondamentale del loro valore e che forse, tristemente, è anche la più importante.

Ai bambini maschi, invece, i commenti si dirigono altrove, ad esempio potremmo sentire dire: “Come sei forte!”, “Come corri veloce!”, “Che carattere deciso!”, “Che ometto!”. Sono parole che valorizzano capacità, energia, competenze, movimento, trasmettendo spesso lo stereotipo della forza e del vigore già in tenera età.

Immagine Depositphotos

Questa differenza, che può sembrare innocua, produce uno sguardo diverso sull’essere e sull’agire: alle bambine insegna a piacere (e non a piacersi), ai bambini insegna a fare (e non a sentire).

E tutto questo accade quando ancora non sanno neppure leggere.

Per questo è importante interrogarsi: quale mondo vogliamo che imparino a vedere? Con quale sguardo vogliamo che loro osservino il mondo? Uno in cui il corpo è un biglietto da visita, o uno in cui è soltanto un veicolo attraverso cui esplorare la vita?

Successivamente, nell’adolescenza, quell’età in cui ci si guarda allo specchio per la prima volta con serietà, i commenti sul corpo possono diventare vere e proprie ferite: ogni parola può diventare un marchio, un peso, un cruccio su cui rimuginare per giorni, un’aspettativa, un giudizio interiorizzato, un pensiero fisso che può sfociare in difficoltà più o meno croniche, trasformando il corpo in quell’oggetto da scalfire, modificare, affamare, nascondere o esporre a tutti i costi. L’adolescenza è una soglia fragile durante la quale il corpo cambia velocemente, a volte in modo brusco, a volte in modo confuso.

Dire “sei ingrassato”, “sei cresciuta all’improvviso”, “ti stai sviluppando presto/tardi” significa invadere uno spazio già tumultuoso e delicatissimo, durante il quale i ragazzi e le ragazze stanno imparando a guardarsi, stanno sperimentando e scoprendo, e non servono altri sguardi che giudichino o misurino.

Anche nell’età adulta, quante volte il corpo cambia? Con le gravidanze, con i lutti, con i ritmi di lavoro, con la malattia, con l’invecchiamento, con la guarigione, con il semplice scorrere del tempo. Commentarlo significa spesso sovrascrivere una storia che non ci appartiene e che, spesso, non conosciamo.

La buona fede non basta: “L’ho detto per farle un complimento.”, “Era solo una constatazione.”, “Non volevo ferire.”, “Quanto sei permaloso!”, “Non si può dire più nulla, io volevo solo essere gentile.”

Un commento sul corpo, anche se positivo, è sempre uno spostamento dello sguardo dall’essere all’apparire. È un modo, anche se spesso inconsapevole o superficiale, di condizionare come l’altro dovrebbe essere, anzi come noi lo desideriamo o come a noi piacerebbe vederlo.

La domanda che potremmo porci non è “cosa dire al posto di un commento sul corpo?”, ma “dove voglio mettere la mia attenzione quando mi relaziono con l’altro?”.

Possiamo essere curiosi di una persona, del suo mondo interno, delle sue passioni, del suo modo di essere e di stare. Possiamo notare una presenza più luminosa, un sorriso più aperto, un’energia diversa, senza ridurre tutto all’immagine esterna.

Ed è qui che l’arte di vivere consapevolmente, e in particolare una pratica attenta all’ascolto, ci può accompagnare: ricordandoci che ciò che vediamo non è mai l’intero, che il corpo è solo una delle tante manifestazioni dell’essere, e che portare lo sguardo oltre significa lasciare spazio, libertà, dignità e rispetto.

Questo non è un rimprovero, né una regola di comportamento, quanto piuttosto un invito gentile, una riflessione condivisa: smettiamo di commentare i corpi degli altri.

Anche se all’inizio può sembrare faticoso.

Anche se lo facciamo con il pilota automatico.Anche quando ci sembrano belli, cambiati, sorprendenti.
Anche quando lo facciamo con amore.

Scegliamo invece di andare oltre:
verso la presenza,
verso l’ascolto,
verso un modo di incontrarci che non abbia bisogno di pesare, misurare, notare, sottolineare, giudicare, classificare.

Forse, così, potremo davvero vedere l’altro.
E forse, così, potremo sentirci visti anche noi.

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