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Dedicato a chi non vuole le ali

Tempo di lettura: 4 minuti

Clare aveva allora 25 anni, ne avrebbe compiuti 26 alla fine di quell’anno appena iniziato. Era sera, fredda e piovosa a Londra: il 21 gennaio 1973. Rientrata a casa stanca, si stava preparando qualcosa per cenare quando suonò il telefono. Era Alan dall’altra parte del filo che le proponeva di raggiungerlo per un turno di lavoro in sala di registrazione.

Clare faceva la corista e di solito veniva ingaggiata per un ‘turno’ come si dice in quegli ambienti professionali, per prestare la sua voce e il suo talento musicale.
Di origini borghesi, Clare ha studiato alla Battle Abbey School nel Sussex orientale, una scuola privata che offre anche un’assistenza pastorale. La giovanetta si distinse subito per le sue qualità canore, ma anche per i suoi atteggiamenti poco consoni alle tradizioni conservatrici e rigorose dell’istituto. Finita la scuola – con grande sollievo dei suoi insegnanti – alla fine degli anni sessanta intraprese la carriera di vocalist prima alla EMI e poi alla più piccola Valley Music, mettendosi in luce per alcune sue interpretazioni di successo. Clare ha cantato in spot pubblicitari per le sardine Glenrick, per la British Caledonian Airlines e come corista in album dello stesso Alan Parsons, Olivia Newton-John, Procol Harum, Culture Club, Tangerine Dream.

Perché racconto la storia di Clare? Perché racchiude un grande mistero che a sua volta contiene una domanda: qual è il segreto del successo? Tutti abbiamo avuto un compagno di scuola mediocre, forse anche senza talenti, che poi, appunto per ragioni misteriose, nella vita adulta è diventato una celebrità: forse per l’aspetto fisico, chissà, forse per la sua capacità di vendere bene la sua mercanzia? La fortuna? Le coincidenze? Ho un amico romano che è stato compagno di scuola di un attuale segretario di partito di maggioranza. Una volta l’abbiamo incrociato insieme in una strada di Roma e lui, il mio amico, l’ha salutato con un’aria un po’ schifata. Alla mia domanda sulla ragione del suo atteggiamento, strano per una persona cordiale come lui, mi ha risposto che il tipo era il più scemo della classe… e forse lo era ancora.

Tornando a Clare che di cognome fa Torry, quella fredda sera d’inverno non aveva nessuna voglia di uscire di casa per un inatteso turno aggiuntivo ad una giornata già pesante. Tuttavia, era difficile dire di no ad una proposta di Alan – che di cognome faceva Parson – allora ingegnere del suono di uno studio di registrazione di nome Abbey Road Studios, reso celebre dai giovani Beatles. Certo la motivazione non era proprio invitante: si trattava di fare un turno vocale per un gruppo che lei aveva appena sentito nominare: I Pink Floyd.

Arrivata in studio, Alan Parson le presentò questi ragazzi un po’ strani che parevano con le idee piuttosto confuse. Richard (Wright) aveva già scritto un testo super minimale di 46 parole, e composto un ipnotico pezzo strumentale che faceva l’apertura con il pianoforte. Il resto della band aveva aggiunto vari strati musicali, diciamo pure molto evocativi. Avevano già deciso il titolo: “The great gig in the sky” (Il grande spettacolo nel cielo), ma ascoltando quanto già esistente, il titolo risultava sopra le righe… mancava qualcosa, anzi molto!

Clare domandò cosa dovesse fare. I ragazzi della pillola rosa le spiegarono che non lo sapevano ancora. La canzone trattava della morte, della paura di morire, dell’arrendersi alla morte… le proposero di ascoltare l’incipit della canzone chiudendo gli occhi e poi improvvisare un canto sulla musica, le dissero «Canta la morte, ma senza parole».

Così, al minuto 1,07, Clare ad occhi chiusi cantò improvvisando forse il pezzo più leggendario della storia della musica rock, certamente della storia dei Pink Floyd: il diamante dell’album “The dark side of the moon”.

L’immagine di copertina di “The dark side of the moon” – Pink Floyd

Clare Torry concluse il suo canto in lacrime, tremante, disperata. Appena si riprese si scusò e chiese di ripetere per fare qualcosa di più decente. Ma, stranamente tutti in quello studio avevano una strana espressione, tra l’allibito e l’appagato. Nessuno volle ripetere nulla. Il pezzo era chiuso, buona la prima! Clare aveva realizzato un assolo denso di emozione purissima, potente, al limite tra estasi, disperazione, trascendenza.

Il suo lavoro era già finito e per questo venne pagata per il suo turno alla Abbey Road Studios: 30 sterline.
Convinta che nulla sarebbe andato a buon fine per la pubblicazione, scoprì solo dopo l’uscita del disco The dark side of the moon, che il pezzo The great gig in the sky conteneva la sua voce ma non i suoi crediti. E così fu per 32 anni. Evidentemente per i grandi Pink Floyd quelle 30 sterline erano il compenso adeguato anche per un contributo che ha reso immortale quel pezzo conosciuto in tutto il mondo.

Clare continuò la sua vita con il suo conto corrente sempre in bilico ma ripagata dal suo grande amore per quello che faceva con la voce e la musica, fino a che decise, appunto 32 anni dopo, nel 2004, di fare causa alla casa discografica EMI e ai Pink Floyd per ottenere non tanto il risarcimento economico quanto quello autorale. Il suo nome doveva comparire come co autrice di The great gig in the sky. La Corte inglese le diede ampia ragione e nel 2005 tutte le parti trovarono un accordo del quale non si conoscono i dettagli economici, ma, da allora, il nome di Clare Torry compare sempre nei crediti del Grande spettacolo nel cielo, come giusto e dovuto.

Morale? Ce la offre Alda Merini:
«E se diventi farfalla
nessuno pensa più
a ciò che è stato
quando strisciavi per terra
e non volevi le ali».

Versi tratti dalla poesia “Se avess’io”

Ascolta “The great gig in the sky” con la toccante performance di Clare Torry:
https://www.youtube.com/watch?v=2PMnJ_Luk_o&list=RD2PMnJ_Luk_o&start_radio=1

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