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Follow the oil!

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Nell’ultimo numero di questo giornale il conflitto in Iran è stato giustamente definito da Ettore Vittorini come uno scontro tra bande geopolitiche che si fanno guerra con una ferocia che non conosce limiti. Ma è altrettanto evidente che lo scontro in atto si svolge in un territorio provvisto di una risorsa ben precisa: il petrolio.

Da molti anni il petrolio accompagna le guerre e i conflitti come una traccia maleodorante che immancabilmente ci riporta sempre sul luogo del delitto: dalla crisi di Suez del 1956, alla guerra del Kippur che nel 1973 scatenò la prima crisi energetica, alla guerra contro l’Iraq del 2003 fino alla recente invasione del Venezuela da parte degli Usa per accaparrarsi le più grandi riserve di gas naturale del mondo.

Follow the money! ovvero segui i soldi si dice per venire a capo di scandali ed eventi per qualche motivo apparentemente insolubili. Ma forse, viste le recenti vicende geopolitiche, potremmo aggiungere tranquillamente follow the oil!

Anche l’Italia, nonostante sia povera di idrocarburi, non è rimasta indietro nel dare al petrolio il ruolo di co-protagonista delle proprie peggiori disavventure. Basti pensare alla fine drammatica del Presidente dell’ENI Mattei nel 1962, fine rimasta ancora oggi avvolta nel mistero ma sicuramente strettamente legata al petrolio che come è noto era ed è insieme al gas il principale oggetto di attività dell’Ente da Mattei presieduto.

Quello che invece è ignorato dal grande pubblico è che gli idrocarburi fanno la loro comparsa come causa scatenante nelle tragedie del nostro paese ben prima della vicenda di Mattei, perché proprio al petrolio è legato quello che forse è il delitto più drammatico e -purtroppo – più celebre della nostra storia del ventesimo secolo: il delitto Matteotti.

Giacomo Matteotti fu ucciso da un commando di fascisti agli ordini di Mussolini il 10 giugno 1924, dopo aver pronunciato il 30 maggio alla Camera il famoso discorso in cui denunciava le sopraffazioni e i delitti compiuti dai fascisti per vincere le elezioni. L’accusa , fatta da Matteotti con la piena coscienza che così facendo metteva in pericolo la sua vita, fu sicuramente una delle cause della sua uccisione. Ma il vero motivo della sua morte, probabilmente, non fu il discorso fatto il 30 maggio ma quello che avrebbe dovuto fare alla Camera l’11 giugno e che non fece perché il giorno precedente, 10 giugno, fu ucciso.

Ma che cosa avrebbe detto Matteotti di così terribile da provocare la sua fine?

Come ha ricostruito lo storico Mauro Canali, con ogni probabilità Matteotti aveva l’intenzione di denunciare  un enorme caso di corruzione e di tangenti pagate dalla società petrolifera americana Sinclair Oil e riconducibili al fratello di Mussolini Arnaldo, e quindi allo stesso Mussolini. Il denaro sarebbe servito per finanziare il partito fascista nonché una campagna di stampa favorevole alla concessione esclusiva per la ricerca del petrolio su tutto il territorio nazionale a favore della società americana, che aveva capito fin da allora l’importanza di questa risorsa.

La pista affaristica fino alla ricerca di Canali è stata praticamente ignorata dalle ricostruzioni del delitto e purtroppo non fu posta in rilievo neanche dai compagni di Matteotti, che probabilmente ne erano a conoscenza, perché (a torto!) si riteneva che il malaffare fosse meno importante delle motivazioni politiche ed ideologiche su cui era incentrata la lotta politica. In realtà la pista affaristica era straordinariamente importante perché rivelava tutta la corruzione della nuova classe politica. Lo stesso capo del commando che rapì e uccise Matteotti, il pluriomicida Dumini, confermò nel suo memoriale che la minaccia che veniva da Matteotti con la sua rivelazione era intollerabile perché avrebbe svelato all’opinione pubblica la vera faccia del fascismo che aveva la pretesa di presentarsi come rinnovatore della politica italiana.

I documenti raccolti da Matteotti per provare quella che oggi definiremmo una vera e propria maxitangente sono state esposti nella bella mostra – curata dallo stesso Mauro Canali – organizzata a Roma a Palazzo Braschi nel 2024 in occasione del centenario del delitto. Peccato che neanche dopo cento anni il mancato discorso di Matteotti abbia ricevuto l’attenzione che meritava. Sia le autorità di governo che quelle regionali – non a caso di destra – si sono ben guardate dal dare all’evento un risalto adeguato. E così questo dettaglio tanto importante della nostra storia ancora una volta non ha raggiunto il grande pubblico, benché a Palazzo Braschi ci fosse, si, un pubblico grande ma solo per visitare la dirimpettaia e più rassicurante mostra sulla pittura giapponese.

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