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Nonno

Tempo di lettura: 4 minuti

Non siamo stati tutti fortunati ad avere qualche nonno in vita per il periodo della nostra adolescenza; pochi di noi si sono potuti abbandonare alle loro dolci “viziature”, altri li hanno avuti vivi ma con grossi problemi di salute o con poca voglia di tornare bambini con i loro nipoti. Per chi li ha avuti è un ricordo che definirei morbido, che fluttua tra immagini, profumi, rumori svolazzanti nella memoria mentre per quelli di noi che non li hanno avuti è una mancanza che ha il suo peso.

Essere nonno è, a detta di tutti, uno stato a sé nei riguardi dei propri nipoti, completamente diverso da quello di genitore: coinvolge, sfiora, impegna, appaga, talvolta stanca ma lascia sempre un sorriso nel profondo dell’animo. Ci sono comunque dei nonni particolari che diventano “personaggi”, che creano aloni di storia familiare, che fanno parlare i nipoti magari in modo non convenzionale: uno di questi è nonno Vittorio, romano, nato nella seconda metà dell’ottocento, fisico importante, robusto, senza capelli se non la solita corona ai lati e sul retro della testa pelata, ma protetta dal cappello: sempre, spesso anche in casa; noi non portiamo il cappello in casa ma lui non aveva il riscaldamento!

Aveva lavorato abbastanza duramente nelle saline di Roma caricando sacchi da 90 kg presi senza sforzo con le dita delle mani, guidando i carretti della distribuzione nelle buie mattine della città che ancora dormiva. Casa sua era un porto di mare; sette figli, 5 maschi e due femmine, la moglie dolcissima e devotissima che si rivolgeva a lui dandogli del voi, un po’ di nuore, due generi e vari nipoti che crescevano e che poi portavano a casa sua anche i fidanzati.

Ma perché si andava da nonno Vittorio? Perché lui era sempre di buon umore: al mattino si alzava, non doveva togliersi il pigiama perché non lo aveva mai portato, si lavava e si radeva ogni giorno, mai un filo di barba; si asciugava ma solo dopo aver sbattuto con grande cura l’asciugamano davanti alla finestra aperta (estate e inverno) per scuotere ogni possibile granello indesiderato. In mattinata scendeva al bar e si sedeva a chiacchierare, dare una scorsa al giornale, bere un caffè sempre con l’attenzione che il suo interlocutore, parente o estraneo, non potesse inquinare il suo bicchiere e per questo con noncuranza ci metteva sopra la mano per evitare che vi potesse entrare qualsiasi spruzzo. Quando non era al bar, lo trovavi dal barbiere dove passava molto più tempo di quello necessario a rimettere in ordine quei pochi capelli che gli erano rimasti ma il barbiere era un ottimo punto di conversazione tanto che lui lasciava la mancia non tanto per il taglio di capelli che era praticamente quasi una formalità, quanto per un servizio in più: gli veniva riservato un telo pulito di bucato solo per lui.

Il bar di nonno Vittorio era anche il punto di passaggio dei nipoti che gli abitavano vicino e che, usciti da scuola, passavano volentieri da lui a fare due parole e farsi offrire il cappuccino. Si andava da lui anche perché a casa sua si giocava tutto l’anno, si non era come in tutte le altre case in cui si gioca a Natale, carnevale o qualche specifica occasione: tutto l’anno. Si giocava a scopa, bestia, soprattutto a tombola, di rado a poker… con nonno Vittorio seduto a capo tavola, col cappello in testa, e con gli altri che ruotavano ai posti di gioco ma solo lui instancabile era sempre lì. Il gioco era un modo di stare insieme che gli piaceva ma siccome bisognava dare un po’ di sapore al gioco si giocava a soldi e lui non si tirava mai indietro.

Il meglio Vittorio lo dava nelle feste di Natale con i cenoni o i pranzi quando la sfilza dei nipoti metteva la famosa letterina sotto il suo piatto a capo tavola; in realtà era una scodella sollevata in un precario equilibrio ma lui passava i primi cinque dieci minuti dopo essersi seduto fingendo di non accorgersene, beveva, parlava con tutti, versava il vino e gli occhi della sfilza dei nipoti correva in apprensione dal suo sguardo allo spessore sotto la scodella nella attesa che finalmente scoprisse il frutto del loro lavoro.

Finalmente la sceneggiata della sorpresa, i gridolini di stupore, la lettura, i baci, le poesie dette a memoria e la mancetta data ad ognuno facendo finta che fosse solo lui. E dopo il pranzo o la cena si dava inizio al gioco. Gli unici che gli davano del tu erano i nipoti che gli ronzavano intorno mentre giocava imperterrito ma tenendo sempre d’occhio il suo bicchiere che appena vedeva la possibilità di un pericolo, copriva con la mano. E questa tradizione Vittorio l’ha seguita anche dopo la morte della moglie con costanza e dedizione ottenendo così un risultato raro ma importante: la famiglia allargata dei figli e nipoti è rimasta molto più unita di quanto non accada comunemente.

Un uomo dell’ottocento che ha avuto la fortuna di stare bene per tutta la sua vita e che, diceva di curarsi esclusivamente due volte l’anno in occasione del cambio di stagione prendendo il sale inglese (la purga di allora). Oggi a circa 50 anni dalla sua morte i nipotini di allora diventati a loro volta genitori e anche nonni, ne parlano, lo ricordano e raccontano ai loro figli e nipoti, le storie di un nonno particolare e sulle loro labbra si apre un dolce sorriso.

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