
Quando il voto fu una grande conquista
In occasione dei suoi 150 anni, il Corriere della Sera ha ristampato, tra le prime pagine del passato anche quella con i risultati del referendum istituzionale tra repubblica e monarchia con il titolo a tutta prima pagina che diceva: «È nata la Repubblica italiana».
Il referendum del 2-3 giugno 1946 registrò un’affluenza straordinaria dell’89,08% (circa 25 milioni di votanti), segnando la nascita della Repubblica con 12.722.633 voti contro i 10.718.502 della Monarchia. Fu una scelta storica ad altissima partecipazione, che coinvolse per la prima volta a livello nazionale anche le donne, segnando la svolta democratica del Paese.
Il giornale riportava anche i risultati regione per regione: i favorevoli alla Repubblica prevalevano nel nord e nel centro Italia, mentre quelli contrari ottenevano la maggioranza nel Mezzogiorno, a partire dall’Abruzzo-Molise, comprese le due grandi isole. Nel Lazio erano quasi alla pari.
La Campania ottenne il record dei voti monarchici con 1.427.038 contro i 436.844 dei repubblicani. Sembra un paradosso se pensiamo che Napoli fu la prima città italiana ad insorgere contro l’occupazione nazista – nei quattro giorni tra il 27 e il 30 settembre del 1943 – costringendo i tedeschi a fuggire. Eppure quei risultati del referendum confermarono la spaccatura sociale e politica tra Nord e Sud. E Napoli per anni ebbe un sindaco monarchico, Achille Lauro, che “cementificò” la città. I napoletani erano molto “sensibili” al voto di scambio, come accadeva in gran parte del Sud.
A Milano il direttore del Corriere, nominato subito dopo il 25 aprile del ’45 dal CLN e dal comando britannico, era Mario Borsa, un grande giornalista antifascista, condannato per due volte al confino durante il regime.
Nell’editoriale sulla vittoria repubblicana scrisse tra l’altro: «Ora bisogna farla questa Repubblica e soprattutto questi repubblicani. Qui sorgerà la nostra casa, ma bisogna costruirla questa casa e saperla costruire». Sono passati ottant’anni da allora, ma la costruzione della casa non è ancora terminata, anzi c’è chi vuole demolirla.
Borsa rimase alla guida del Corriere sino al 6 agosto del 1946: i Crespi, ricchissimi imprenditori tessili lombardi, cui apparteneva il giornale, non gradirono la linea di “sinistra” del direttore e lo sostituirono con Guglielmo Emanuel che riportò il quotidiano alla tradizione liberal-moderata del periodo prefascista.
Fu uno dei tanti segnali che indicarono le esitazioni del Paese nel cammino verso una vera democrazia. Il capitalismo milanese era ancora quello che aveva finanziato Mussolini per far tacere i movimenti operai del 1920-21 e “fermare il bolscevismo”. Poi, scoppiata la guerra fredda, appoggiò il centrismo conservatore della Democrazia cristiana, sempre per “allontanare il pericolo rosso”.
Tuttavia alla fine della guerra, in pochi anni il Paese seppe ricostruirsi rapidamente, grazie anche agli aiuti internazionali e alla capacità imprenditoriale diffusa. Il cosiddetto “miracolo economico” trasformò l’Italia da nazione prevalentemente agricola a una delle principali potenze industriali europee.
Ma a questa modernizzazione non corrispose immediatamente un analogo progresso sul piano sociale e culturale. La società italiana, anche con l’appoggio della Chiesa, rimase a lungo legata a strutture tradizionali, gerarchiche e conservative. L’epurazione dei funzionari e dei sostenitori del regime fascista fu limitata: molti apparati dello Stato rimasero sostanzialmente invariati, e numerose leggi risalenti al ventennio continuarono a essere applicate per anni.
Questo ritardo del rinnovamento sociale emerse chiaramente nel dibattito pubblico e politico dei decenni successivi. Fu solo negli anni Settanta che l’Italia conobbe una stagione di grandi riforme civili: l’introduzione del divorzio, la legalizzazione dell’aborto e la riforma del diritto di famiglia, segnarono un profondo cambiamento nei rapporti tra individui, nella concezione della famiglia e nei diritti delle donne.
Un elemento particolarmente significativo di quel periodo fu l’ampia partecipazione popolare ai referendum – divorzio e aborto – quando milioni di cittadini si recarono alle urne per esprimersi su questioni cruciali, dimostrando un forte senso civico e un attaccamento concreto alla vita democratica. Il confronto era acceso, ma anche vissuto come un momento di crescita collettiva.
Se confrontiamo quella fase con la situazione attuale, emerge una differenza evidente. Oggi si registra una forte diminuzione della partecipazione elettorale, un crescente disinteresse verso la politica e una certa sfiducia nelle istituzioni. Questo fenomeno solleva interrogativi importanti: si tratta di un segno di immaturità, di disillusione o di un vero e proprio arretramento democratico?
Da un lato, è innegabile che la società contemporanea sia più complessa e frammentata. I cittadini hanno più strumenti di informazione, ma anche più motivi di disorientamento. Dall’altro, la minore partecipazione rischia di indebolire la qualità della democrazia, che si fonda proprio sul coinvolgimento attivo dei cittadini.
Non si può dire in modo semplice che l’Italia democratica stia arretrando, ma è chiaro che attraversa una fase di trasformazione e di difficoltà. La democrazia non è un traguardo definitivo, bensì un processo continuo che richiede impegno, consapevolezza e partecipazione.
Recuperare il senso civico e la fiducia nelle istituzioni rappresenta oggi una delle sfide più importanti. Guardare al passato, in particolare agli anni in cui la partecipazione era più forte, può offrire spunti utili per comprendere il presente e costruire un futuro democratico più solido e inclusivo.
Purtroppo una buona parte dell’opinione pubblica rimane restia a reagire contro le violazioni dei diritti costituzionali. Forse le ultime generazioni hanno rinunciato a “pensare”?
Una risposta, valida anche oggi, la dette lo scrittore Vitaliano Brancati che nel 1945 pubblicò il romanzo Il vecchio con gli stivali, un’opera che analizzava con ironia il rapporto col fascismo della piccola borghesia italiana. Il protagonista era un impiegato comunale, cinico e opportunista, che indossava camicia nera e stivali per ubbidire a un regime che non approvava. Era una metafora dell’ indistruttibile conformismo all’italiana, traducibile anche nell’antico detto popolare: «O Francia o Spagna, purché se magna».


