
Una storia familiare che racconta l’Iran
La casa della moschea è un romanzo che intreccia magistralmente la storia di una famiglia e quella di un intero Paese, l’Iran, in uno dei momenti più terribili e decisivi della sua esistenza: il passaggio dallo sfarzo autocratico dello Scià Mohammad Reza Pahlavi – con i suoi vaghi tentativi di occidentalizzare il Paese – alla rivoluzione islamica di Khomeini e alle sue conseguenze tiranniche.
Pubblicato in Italia nel 2008, e riedito nel 2025 (Iperborea) il libro di Kader Abdolah – scrittore iraniano esule nei Paesi Bassi – ha una forza narrativa limpida e universale, capace di rendere più comprensibile ciò che la storia ufficiale spesso riduce a cronaca o ideologia. «Ho scritto questo libro per l’Europa, ho scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere moderato, domestico, non quello radicale», ha spiegato l’autore.
Perseguitato dal regime dello Scià e poi da quello di Khomeini, Abdolah vive dal 1988 nei Paesi Bassi dove ha deciso di scrivere in olandese, nella «lingua della libertà», divenendo uno degli scrittori più importanti e apprezzati del Paese.
Il romanzo si apre nella cittadina di Senjan, all’interno dell’Iran, dove sorge la casa della moschea, un luogo simbolico e reale insieme: lì vivono Aga Jan e la sua ampia famiglia, depositari di una tradizione secolare e custodi del luogo di culto.
È una dimora che rappresenta l’anima spirituale e sociale dell’Iran tradizionale: uno spazio aperto, vitale, dove la religione è parte della quotidianità, non ancora strumento di potere ma forma di equilibrio e identità. Attorno a questa casa ruotano le esistenze dei familiari, ciascuno portatore di un diverso modo di affrontare il cambiamento: chi sogna la modernità, chi si rifugia nella fede, chi si perde nella violenza del fanatismo o nella disillusione.
Con la rivoluzione del 1979 e l’arrivo di Khomeini tutto cambia. L’entusiasmo iniziale si trasforma in oppressione, e la fede, anziché portare la libertà diviene una terribile tirannia carica di oscurantismo. Abdolah descrive questa metamorfosi con grande intensità emotiva: la casa, che prima era un luogo di luce, si oscura progressivamente, come l’intero Paese che si macchia di processi sommari contro gli oppositori, del sangue di migliaia di vittime innocenti. Non ci sono eroi, ma uomini e donne travolti dagli eventi; non c’è giudizio ideologico, ma uno sguardo umano e dolente sulla perdita della libertà e della dignità.
La scrittura di Abdolah, limpida ma poetica, si nutre di simboli e richiami alla tradizione persiana: il tappeto, la calligrafia, il canto del muezzin, i profumi e i silenzi della casa. È un linguaggio che unisce il tono della fiaba al realismo della storia, rendendo il romanzo accessibile anche a chi non conosce in profondità l’Iran. E al centro resta sempre il filo della memoria, inteso come resistenza: raccontare per non dimenticare, per dare voce a chi rimane in silenzio.
Opera di denuncia ma anche di amore verso la propria terra, La casa della moschea è un grande affresco del Novecento iraniano, e si legge come una riflessione sulle derive di ogni rivoluzione che promette giustizia e finisce in tirannia. È un libro attuale, che parla del potere della religione, della censura, dell’esilio, ma anche della capacità dell’uomo di sperare e ricostruire.
Nel tempo in cui gli iraniani di oggi continuano a cercare la propria libertà, questo romanzo risuona come una voce profetica e necessaria: ci ricorda che dietro ogni regime, ogni rivoluzione, ogni ideologia, ci sono sempre uomini, famiglie, case che simboleggiano luoghi minacciati dalla storia ma custodi dell’umanità.
Il libro ha ottenuto il Premio Grinzane Cavour nel 2009.



