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L’uovo del serpente

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Il 6 maggio 1945 a Gardolo piccolo centro alla periferia di Trento, 10 giorni dopo l’insurrezione di Milano del 25 aprile nonché 4 giorni dopo la loro resa, le truppe tedesche in ritirata sparavano ancora e uccisero forse l’ultima vittima di quella che gli storici hanno giustamente chiamato la guerra ai civili. Perché dopo quel 25 aprile in cui Pertini da Milano aveva lanciato il famoso proclama in cui invitava i nazifascisti ad arrendersi o perire, questi avevano continuato a sparare ed uccidere. Così avviene in Piemonte, a Grugliasco e Collegno dove, mentre la popolazione è in festa per la liberazione, i tedeschi in ritirata si accaniscono sui civili uccidendone 67; così in diversi centri del Veneto e del Trentino Alto Adige, dove fino all’ultimo le truppe tedesche sulla via del ritorno in Germania continuano a uccidere. Ci sono voluti anni perché gli storici riuscissero ad elaborare quella che finalmente è diventata una vera e propria categoria storiografica e che ha cambiato la prospettiva con cui si guarda alla guerra combattuta in Italia tra il 1943 e il 1945. Le guerre in realtà furono tre: vale a dire la guerra contro gli angloamericani, quella contro i partigiani e, infine, quella contro la popolazione civile ritenuta non solo fiancheggiatrice ma corresponsabile delle ostilità belliche contro i tedeschi e quindi nemico da eliminare.

Gli autori dell’Atlante delle stragi, consultabile in Internet all’indirizzo www.straginazifasciste.it, hanno ricomposto un quadro fondamentale precedentemente frammentato e hanno messo insieme una serie di dati e informazioni che ci hanno consentito di prendere coscienza di un fenomeno, quello delle stragi di civili, che non erano fenomeni scollegati ed episodici bensì manifestazione della stessa volontà omicida e distruttiva, riconducibile ai famosi ordini del feldmaresciallo Kesserling in cui prometteva impunità alle truppe per eventuali eccessi nella repressione contro la popolazione. Per questi ordini il feldmaresciallo fu condannato a morte nel processo svoltosi a Venezia, anche se la condanna non fu eseguita e alla fine venne trasformata in una detenzione di pochi anni.

Questo e molto altro è stata la guerra: un  virus, che crea dipendenze e trasforma gli uomini in assassini, come abbiamo imparato sulla nostra pelle da quella guerra la cui fine celebriamo ogni anno il 25 aprile. Un virus di cui, per molto tempo, abbiamo creduto di esserci liberati grazie al vaccino di quella che è diventata la Festa della Liberazione.

In realtà sembra che le cose stiano andando diversamente. I sinistri squilli di tromba della guerra hanno ricominciato a suonare grazie all’impegno di presunti uomini di stato come Trump, Putin e Netanyahu, i cui comportamenti, per giudizio unanime, ondeggiano tra criminalità e disturbo mentale. Ma non sono soltanto le aggressioni belliche insensate che abbiamo visto all’opera in Medio Oriente e in Ucraina a ricordarci che non possiamo dormire sonni tranquilli e che non basta commemorare la libertà e la democrazia, in Italia restituite dal 25 aprile, come se fossero un bene di consumo senza scadenza. La democrazia è un congegno delicato e rischia di incepparsi facilmente senza manutenzione e vigilanza. Per chiedere aiuto ancora una volta al cinema, un grande regista come Ingmar Bergman, in uno dei suoi ultimi film oggi quasi dimenticato, L’uovo del serpente, racconta da par suo la lunga genesi del nazismo e ci racconta che, come il serpente del titolo, i risultati più mostruosi hanno lunghi tempi di gestazione e origini lontane.

E’ quello che sembra volerci ricordare anche Stefano Feltri in una delle sue quotidiane newsletter, trasmesse sui Radiorai3 alle 19.45, dove ci mette in guardia contro la progressiva invadenza delle Big Tech, le aziende che dominano il mercato digitale globale. La società Palantir, operante nel campo dell’intelligenza artificiale al servizio di governi, grandi imprese e agenzie di intelligence, ha pubblicato un manifesto che è in sintesi il manifesto della Silicon Valley nell’età di Trump. La sostanza della posizione di Palantir è che niente si deve opporre allo sviluppo dell’intelligenza artificiale nonché alla sua regolamentazione. E lo stato e le pubbliche amministrazioni non devono creare vincoli e ostacoli a questa corsa, che deve essere vinta a tutti i costi, anche per impedire che arrivino prima i concorrenti, a cominciare dai cinesi.

Palantir usa l’intelligenza artificiale per collegare le informazioni nelle disponibilità dei governi e le trasforma in istruzioni atte a rendere più efficaci le politiche da attuare. E questo vale per uccidere presunti terroristi o per aiutare le milizie dell’ICE a cercare i migranti da deportare. Il tutto senza il controllo dei burocrati della Pubblica Amministrazione, capaci solo di rallentare i processi. A questo punto è chiaro perché i troppo lenti meccanismi della democrazia, per queste imprese che sembrano destinate a dominare il nostro futuro, possono costituire un intralcio e quindi da eliminare in quanto superflui, anzi dannosi al progresso.

Le Big Tech fanno un lavoro pulito e usano i computer ma guardano lontano. Anche il soldato tedesco che a Gardolo uccise l’ultimo innocente civile più di ottanta anni fa, ubbidiva a regole e ordini che le cui basi erano state gettate tanti anni prima.

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