
Quel Venticinque aprile tradito
Il 25 aprile arriva accompagnato da un’atmosfera molto inquietante, segnata da un senso di allarme che attraversa l’Europa e il mondo. È una ricorrenza che, ogni anno, dovrebbe unire nella memoria e nei valori, ma che oggi si intreccia con un presente difficile, fatto di guerre, tensioni e incertezze.
Sono passati 81 anni dalla Liberazione, da quel momento storico in cui l’Italia ritrovò la propria dignità dopo la guerra e la dittatura. Una data che rappresenta non solo la fine di un conflitto, ma anche l’inizio di un percorso democratico fondato su libertà, diritti e partecipazione.

Eppure, guardandoci intorno, ci rendiamo conto che le lezioni della storia non sono servite. Le guerre non sono scomparse: continuano a colpire popoli e territori, a generare sofferenza, a mettere in discussione equilibri che sembravano consolidati. Le loro conseguenze ci riguardano da vicino, alimentando paure e divisioni. «Il mondo è devastato da una manciata di tiranni», ha detto il Papa, l’unico ad aver chiamato direttamente in causa i ben noti signori della guerra.
In questo contesto, il 25 aprile dovrebbe essere un momento ancora più forte di riflessione collettiva. Non solo una celebrazione formale, ma un’occasione per interrogarci su cosa significhi davvero, oggi, essere una democrazia. Su quanto siamo disposti a difendere i valori su cui essa si fonda.
C’è anche una crescente preoccupazione per il clima politico nel nostro Paese governato da personaggi incapaci che si tengono a distanza dai principi della Costituzione o cercano di abbatterli. La sensazione è che si perda di vista lo spirito con cui quella Carta è stata scritta: un patto condiviso, nato proprio dalle macerie della guerra e dalla volontà di non ripetere gli errori del passato.
Ma la visione politica di chi oggi ci governa appartiene proprio a quel passato che il 25 aprile avrebbe dovuto cancellare. Invece i fascisti sono rimasti, mai rimossi dall’apparato burocratico; hanno cambiato nome ed hanno compiuto per decenni gravi danni all’Italia democratica con la complicità di alcuni vertici dello Stato. Per anni i governi democristiani della Repubblica – tranne eccezioni – hanno ridotto il 25 aprile a una semplice ricorrenza storica.
Invece ricordare la Resistenza significa ricordare donne e uomini che, spesso senza mezzi e con grande coraggio, scelsero di opporsi all’oppressione. Significa riconoscere che la libertà non è mai garantita una volta per tutte, ma va difesa ogni giorno, anche nelle piccole scelte quotidiane.
Sono tante le immagini di quei primi giorni della Liberazione: una delle più famose è quella del grande corteo del 6 maggio 1945 dove sfilarono per le vie di Milano i protagonisti della Resistenza. In una foto si riconoscono in testa al corteo i membri del CLN Mario Argenton, Gian Battista Stucchi, Ferruccio Parri, Raffaele Cadorna, Luigi Longo, Enrico Mattei, Fermo Solari. E poi la foto di Mussolini scattata il 25, mentre si prepara a lasciare la Prefettura per fuggire verso la Svizzera. Venne catturato travestito da militare tedesco il 27 e giustiziato dai partigiani.
Una foto agghiacciante lo vede appeso alla struttura di un distributore di piazzale Loreto insieme ai cadaveri della Petacci, Pavolini, Barracu e Starace. Non furono i partigiani ad appenderli, ma la folla che prese il sopravvento. E chissà quanti tra quel popolo inferocito affollavano qualche anno prima piazza del Duomo per ascoltare i discorsi del duce e applaudirlo.

I tedeschi rimasero a Milano sino al 30 di aprile asserragliati nell’Hotel Regina – sede della Gestapo – trasformato in una fortezza, rifiutandosi di firmare la resa ai partigiani. Lo fecero con gli americani arrivati cinque giorni dopo.
Prima dell’insurrezione di Milano ci fu quella di Genova del 23 di aprile, quando gli alleati erano ancora alla Spezia. Terminò con la resa dei nazisti firmata dal generale Meinhold e controfirmata da Remo Scappini, capo del CNL ligure, che guidò la rivolta della città. La notizia della resa fu annunciata attraverso una Radio clandestina dal giovane Paolo Emilio Taviani che disse: «Per la prima volta nella storia di questa guerra un corpo d’esercito agguerrito e ancora ben armato si è arreso dinanzi a un popolo».
Più tardi Taviani e Scappini divennero rispettivamente parlamentari della Democrazia Cristiana e del Partito comunista.
A Genova ci fu un’altra insurrezione, ma nel luglio del 1960, quando i fascisti del Movimento sociale – che appoggiavano il governo democristiano di Tambroni – avevano deciso di organizzare il loro congresso proprio in quella città. Fu una provocazione. I cittadini si opposero e le loro manifestazioni vennero duramente soffocate dalla polizia. La protesta si estese anche in altre città: a Reggio Emilia la polizia sparò contro i manifestanti uccidendone quattro. Era ormai quella l’Italia nata dalla Resistenza e guidata da governi democristiani?
Il periodo dei governi unitari era durato per breve tempo. Già ai primi del 1947 la Democrazia cristiana di De Gasperi, in piena guerra fredda incominciò a sganciarsi dall’alleanza con comunisti e socialisti scegliendo una stretta alleanza con gli Stati Uniti. I risultati si videro subito: il prefetto di Milano Ettore Troilo, membro del Cln ed ex comandante della brigata partigiana Maiella venne rimosso e sostituito da un funzionario del ministero degli Interni assunto ai tempi del fascio; i partigiani entrati nella polizia dopo il 25 aprile, vennero licenziati mentre rimasero tutti i membri della milizia fascista, compresi quelli della forestale.
Durante il tentativo del “golpe Borghese” un manipolo dei forestali venne bloccato mentre stava per occupare la RAI. L’attuazione del colpo di stato ebbe inizio nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970 quando un gruppo di militanti di Avanguardia nazionale guidati da Stefano Delle Chiaie (coinvolto nell’attentato di piazza Fontana) irruppero nel ministero dell’Interno, con la complicità di alcuni funzionari, e sottrassero armi e munizioni dall’armeria.
Junio Valerio Borghese, durante la repubblica di Salò aveva comandato la Decima mas, una unità speciale della marina militare, che era diventata una banda di torturatori e assassini. Tanto per la cronaca Vannacci li ha definiti eroi.
Altri congiurati erano radunati in una palestra di Roma comandati dal generale Ugo Ricci e il tenente dei paracadutisti Sandro Saccucci. C’erano anche ufficiali dei carabinieri oltre al generale dell’aeronautica Giuseppe Casero e il colonnello Giuseppe Lo Vecchio. Un gruppo di loro avrebbe dovuto arrestare uomini politici mentre il generale Vito Miceli aveva il compito di “prendere in consegna” il presidente della Repubblica Saragat. Dietro le quinte manovrava già Licio Gelli con la P2. Poi all’improvviso venne l’ordine di annullamento del golpe e non si è mai conosciuto l’autore di quell’ordine.
Questa ricostruzione di fatti fu resa pubblica dalla commissione parlamentare sulla loggia massonica, attuata 10 anni dopo e diretta con grande decisione e autorevolezza da Tina Amselmi, ex partigiana e deputata della DC. Durante quell’intervallo c’erano stati vari processi sul tentativo di golpe che alla fine assolsero quasi tutti gli imputati. Borghese era fuggito nella Spagna del generale Franco dove morì nel ’74. Bisogna ricordare che a quei tempi il palazzo di Giustizia di Roma veniva chiamato “il porto delle nebbie” e che una buona parte dei magistrati proveniva ancora dal periodo fascista.
A questo punto mi chiedo perché la sinistra che ha governato nella seconda metà degli anni Novanta – dopo Prodi è stato premier il comunista D’Alema – non abbia fatto piena luce sul golpe. Eppure il ministro degli interni era Napolitano il quale non aprì il cosiddetto “armadio della vergogna”.
Questa è la storia del dopo 25 aprile ridotto ogni anno a una vuota celebrazione. Oggi più che mai, quella memoria ci chiede di non restare indifferenti. Di non dare per scontati i diritti conquistati. Di vigilare, con spirito critico ma anche con senso civico, su ciò che accade intorno a noi.


