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Arandora, la nave dei deportati italiani

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Il 16 di agosto del 1940 un pastore di Colonsay, un’isola britannica delle Ebridi, trovò sulla spiaggia un corpo restituito dal mare. Venne identificato grazie a uno scontrino metallico agganciato ai suoi abiti: si chiamava Giuseppe Delgrosso, nato nel 1889 a Borgotaro, provincia di Parma. Era uno di quei tanti italiani immigrati in Gran Bretagna molti anni prima e si era stabilito ad Hamilton, in Scozia, insieme alla moglie e ai tre figli. Come tanti emigrati italiani si sentiva ormai cittadino di quella nazione che lo aveva accolto offrendogli lavoro e libertà. Avevano creato famiglie, costruito attività commerciali e in molti casi avevano ottenuto la cittadinanza britannica.

Era una delle 856 vittime (446 italiane) della Arandora Star, un lussuoso transatlantico inglese trasformato, allo scoppio della guerra, in trasporto militare. Nel suo ultimo viaggio la nave, diretta in Canada, venne silurata il 2 luglio al largo delle acque scozzesi dal sommergibile tedesco U47 e affondò in mezz’ora. Era partita da Liverpool e trasportava 1500 civili, italiani, tedeschi, austriaci tutti residenti in Gran Bretagna, che il governo inglese all’inizio del conflitto aveva considerato “nemici” da internare nei campi di concentramento canadesi.

Passano i decenni, cambiano i contesti, cambiano le tecnologie, ma restano immutate le tragedie di guerra che colpiscono vittime innocenti. In questo scenario, guardare al passato non è solo un esercizio di memoria, ma un modo per comprendere quanto certe dinamiche – spesso invisibili – continuino a ripetersi. Tra queste, una delle più dolorose è quella che potremmo definire “burocrazia di guerra”: decisioni che, in nome della sicurezza, finiscono per travolgere vite umane innocenti.

Allo scoppio del conflitto e dopo l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista, il governo britannico guidato da Winston Churchill adottò una linea dura nei confronti dei cosiddetti “enemy aliens”. Erano individui perfettamente integrati, senza alcun legame con il fascismo, che vennero classificati come potenziali nemici. Fu così che centinaia di italiani furono arrestati e internati, spesso senza un reale processo o valutazione individuale.

La tragedia dell’Arandora Star si consumò nelle acque dell’Atlantico settentrionale e ironia crudele della storia la nave venne silurata da un sottomarino della Germania nazista alleata all’Italia fascista che trasportava civili italiani e tedeschi molti dei quali innocenti e ormai lontani da qualsiasi coinvolgimento politico.

Uomini strappati alle loro famiglie, caricati su una nave senza adeguate misure di sicurezza, spesso senza conoscere il proprio destino. Le condizioni a bordo erano già difficili prima dell’attacco: sovraffollamento, carenza di giubbotti di salvataggio, scarsa organizzazione in caso di emergenza. Quando il siluro colpì, il caos prese il sopravvento. La nave, che viaggiava priva di scorta, non portava segnali che la identificassero come trasporto di civili. Anzi a prua aveva un cannone.

Una tragedia che ricorda l’affondamento del lussuoso transatlantico Lusitania colpita sempre da un siluro tedesco il 7 maggio del 1915 – durante la prima guerra mondiale – davanti alla costa irlandese. Morirono 1198 persone ed erano quasi tutti passeggeri paganti dell’alta società britannica e americana. In quel conflitto la Germania non era nazista, ma la crudeltà dei suoi signori della guerra era la stessa.

Sulla Arandora Star, molti degli internati non riuscirono nemmeno a raggiungere il ponte. Altri, una volta in acqua, si trovarono senza mezzi adeguati per sopravvivere nelle gelide acque dell’oceano. Le testimonianze dei sopravvissuti parlano di panico, disperazione e di una tragedia che si consumò in pochi minuti, senza possibilità di appello.

Tra le vittime c’era anche Luigi Conzaga di 16 anni la cui famiglia proveniva da Bedonia un paese a pochi chilometri da Borgotaro. Era nato in Inghilterra ma gli ottusi burocrati inglesi lo considerarono un nemico (a 16 anni?). Di Bardi, un paese vicino a Borgotaro erano originari 48 capifamiglia arrestati nel Galles dove si erano stabiliti molti anni prima, ben integrati nella società britannica. Nessuno si salvò.

Un’altra vittima, Decio Anzaini, nato a Forlì, viveva a Londra dal 1911 con la moglie belga. Era un antifascista iscritto al partito laburista britannico e presidente della Lega italiana dei diritti dell’uomo. Eppure venne considerato un “enemy alien”. Perirono anche ebrei italiani rifugiati in Gran Bretagna in seguito alle leggi razziali fasciste.

Ciò che rende questa vicenda ancora più dolorosa è la consapevolezza che molte di quelle vite potevano essere salvate. Non si trattò solo di una fatalità bellica, ma del risultato di una serie di decisioni amministrative prese in fretta, sotto pressione e senza sufficiente discernimento. La classificazione indiscriminata degli italiani come “nemici” trasformò cittadini e lavoratori onesti in sospetti, poi in prigionieri, e infine – tragicamente – in vittime.

La storia dell’Arandora Star è, quindi, molto più di un episodio della Seconda guerra mondiale: è un monito. Ci ricorda quanto sia pericoloso ridurre le persone a categorie, quanto sia fragile il confine tra sicurezza e ingiustizia, e quanto la burocrazia, in tempo di guerra, possa diventare uno strumento cieco.

Oggi, di fronte ai conflitti contemporanei, è inevitabile tracciare un parallelo. Anche oggi, civili vengono etichettati, spostati, detenuti o respinti sulla base di decisioni prese lontano dalle loro vite quotidiane. Anche oggi, esistono vittime della “carta”, di regolamenti, di procedure che non tengono conto delle storie individuali.

Ricordare i 446 italiani morti nell’affondamento dell’Arandora Star significa restituire loro dignità e voce. Significa riconoscere che non erano numeri, ma persone: padri, figli, lavoratori, cittadini. Significa, soprattutto, imparare dalla storia per evitare che tragedie simili si ripetano.

La memoria, in questo senso, non è solo commemorazione. È responsabilità. Perché ogni volta che una decisione di un governo ignora l’umanità delle persone coinvolte, il rischio è quello di rivivere, sotto altre forme, le stesse ingiustizie. E le stesse tragedie.

Agli internati superstiti non vennero riconosciuti i diritti civili nonostante tutto; molti di loro furono deportati nelle colonie britanniche dell’Oceania. I famigliari delle vittime non hanno mai ricevuto scuse ufficiali, né un risarcimento.

Su quella tragedia è stato scritto un libro, Arandora Star, una tragedia dimenticata, di Maria Serena Balestracci. L’opera venne presentata nel 2003 a Bruxelles in un convegno promosso dalla parlamentare europea Amalia Sartori. L’intento era quello di ricordare gli emigrati italiani vittime di pregiudizi e protagonisti di tragiche vicende.

Articolo pubblicato anche su: https://www.allonsanfan.it/

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