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Venezia, una grande Disney per turisti ciabattoni

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Dopo i risultati delle ultime elezioni amministrative, Il Corriere della Sera titolava in prima pagina “Venezia premia il centrodestra”. Contrariamente alle previsioni il candidato dell’opposizione, Andrea Martella, è stato battuto con un forte distacco da Simone Venturini: 39,20% contro il 51% del vincitore.

Ma da quali elettori di Venezia è stata premiata la destra? Forse dai residenti della città lagunare col centro storico ridotto a 47.600 abitanti; da quelli delle isole minori e del Lido (26.800) oppure della terraferma (Mestre, Marghera e altre piccole località) che fanno parte del territorio comunale e di abitanti ne hanno 112,000? I calcoli dicono che i voti della destra provengono dalla terraferma, mentre nel centro storico ha prevalso il PD ottenendo il 5% in più rispetto alle precedenti “comunali”.

Pur appartenendo alla stessa amministrazione, le due zone, la lagunare e la terra ferma, si contrappongono l’una con l’altra; sono due mondi diversi.  Lasciando l’eterna e bellissima Venezia si entra in un territorio coperto da capannoni, fabbriche (in funzione o abbandonate) e brutte città come lo sono Mestre e Marghera.

Ma se la sua bellezza rimane, Venezia soffre di un male che si chiama turismo e corrisponde agli undici anni della precedente amministrazione del sindaco Brugnaro. A quei tempi le navi da crociera, mostri galleggianti, attraccavano a pochi metri da San Marco scaricando migliaia di passeggeri. Il divieto arrivò soltanto dopo un incidente.

Giorni fa ho letto su Repubblica una testimonianza di Antonio Scurati che sulla laguna ha vissuto per venti anni: «…ho visto la città mutare – scrive – la popolazione dimezzarsi, chiudere un cinema dopo l’altro, una scuola dopo l’altra, un pescivendolo dopo l’altro; a Carnevale un milione di persone ubriache ballare la samba in piazza San Marco al suono di una musica registrata e diffusa da un impianto sonoro…».

Impossibile dargli torto. Ormai da qualche anno, ogni giorno vi arrivano più di 100 mila turisti, una massa di ciabattoni mal vestiti che tirandosi dietro i trolley arrancano nelle calli, assaltano i vaporetti, riempiono i negozi che vendono cianfrusaglie per comprare stupidaggini, assediano i bacari, le tipiche osterie veneziane che un tempo offrivano le “ombre” di vino e i tipici stuzzichini. Oggi ti danno calici di prosecco e cibi di una ipotetica e pessima gastronomia internazionale.

Anche le gondole hanno problemi di passaggio nei canali (Foto blob di Beppe Grillo)

Di fronte a questo assedio quotidiano, i veneziani fuggono dalla laguna: nel 1975, erano circa 110mila, oggi si sono ridotti quasi di un terzo. Non ne possono più di quel turismo cialtrone e soffocante. Ma soprattutto dell’aumento del costo della vita più alto rispetto alla terraferma. Si aggiunge la mancanza di abitazioni, dovuta alla trasformazione degli appartamenti in B&B; a un mercato immobiliare smisurato in mano agli speculatori e alle grandi società alberghiere.

Si dice che “Il turismo genera ricchezza”, ma “sbilanciato e dissennato”, se gestito male: crea lavori stagionali, precari e poco qualificati, mentre riduce la diversificazione economica. Le città rischiano così di diventare monoculture turistiche, fragili e dipendenti da flussi esterni.

C’è poi un impatto sociale più sottile ma altrettanto rilevante. Quando una città si trasforma in un “parco a tema”, i rapporti tra le persone cambiano. I residenti diventano una minoranza, spesso invisibile, mentre lo spazio pubblico perde la sua funzione originaria di luogo di incontro e di vita quotidiana. A Venezia, ad esempio, la diminuzione della popolazione residente è stata accompagnata dalla chiusura di scuole, uffici pubblici e servizi sociali e sanitari, come sottolinea Scurati.La città è stata trasformatain una forma di consumo che la priva della sua anima. Anche l’ambiente urbano subisce conseguenze significative. L’eccesso di presenze provoca usura delle infrastrutture, aumento dei rifiuti, pressione sui trasporti e sull’acqua. In città delicate come Venezia, questo impatto è ancora più evidente e contribuisce a indebolire un equilibrio già fragile.

Tra gli Anni sessanta e settanta, quando vivevo da poco tempo a Milano, almeno una volta al mese facevo un salto a Venezia, città che amavo moltissimo. Bastava trascorrervi poche ore per disintossicarsi dalla “frenetica” metropoli lombarda che in realtà, rispetto a oggi, era ancora una città piacevole, accogliente e generosa. Ma Venezia con il suo grandioso scenario, significava momenti di tranquillità, di silenzio.

Il sabato alle otto del mattino con mia moglie prendevamo il “rapido” che in 3 ore ci portava alla stazione di Santa Lucia, e poi alle ventuno riprendevamo lo stesso treno che ci riportava a casa. All’uscita dalla stazione, la prima immagine che mi colpiva era il frontale della chiesa di San Simone che la laguna separava dal piazzale. L’unico rumore che sentivo era quello del motore del vaporetto, come un leggero brontolio che sembrava non voler soverchiare il calpestio ritmato dei passi dei veneziani. Sul piazzale i “foresti” (i forestieri) erano pochi e ben abbigliati, seguiti dai facchini ufficiali della stazione con la scritta portabagagli evidenziata sul berretto.  

Noi, privi di bagagli, ci incamminavamo verso San Marco prendendo per Lista di Spagna, Campo San Geremia, Strada Nova e Rialto. Da lì alla grande piazza mancava poco. Potevamo permetterci un caffè da Florian, che era il pretesto per provare il piacere della sosta in un ambientericco di eleganza senza tempo, intriso di una suggestiva ricchezza storica.

A volte andavamo a pranzo alla Giudecca da Nane un’autentica e tipica trattoria veneziana sconosciuta al turismo di allora, che mi aveva indicato l’amico Luigi Nono, genero di Shönberg. Era bello, poi, vagare senza meta per le calli, fermandoci in una delle numerose gallerie d’arte, in qualche piazzetta o chiesa che non conoscevamo. 

Oggi per entrare a Venezia come visitatori, bisogna prenotare, pagare un biglietto (il cui costo varia da 5 o10 Euro, a seconda delle giornate) in periodi che vanno dai primi di aprile alla fine di luglio. Come se si entrasse in un grande museo, per chi apprezza l’arte, oppure in una grande Disney per la massa dei ciabattoni. Ovviamente l’ingresso è libero per i residenti, i pendolari, gli studenti e i minori di 14 anni.

Sembra un episodio del film “Non ci resta che piangere” con Benigni e Troisi che devono pagare una tassa assurda e ridicola. Ma era ambientato nel Medioevo.

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