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Londra, il Labour va a sinistra ma non troppo

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Che Starmer non godesse di molta popolarità era chiaro già prima delle elezioni di due anni fa. Nessuno, però, si aspettava una caduta così rapida. Allora, il Labour aveva vinto con una maggioranza schiacciante, trainato dall’“uninominale secco” e dall’esaurimento collettivo dopo quattordici anni di governo Tory che avevano lasciato il paese a pezzi. Ma solo un mese dopo l’insediamento, il gradimento del nuovo primo ministro era già ai minimi storici.

Il problema era evidente fin dall’inizio: mancava di visione, di idee, di schiena dritta. Non era carismatico, e in un’epoca di social media e visibilità costante non riusciva a bucare lo schermo, né a costruire un rapporto diretto con chi lo aveva votato.

Era arrivato al potere con una piattaforma social-democratica: promesse di una società più giusta, di redistribuzione delle ricchezze. Quello che ha fatto, invece, è procedere a tentoni.

Le marce indietro si sono accumulate: aveva tolto i sussidi alle famiglie con più di due figli – poi ha fatto retromarcia. Aveva cancellato l’indennità sul riscaldamento per gli anziani – poi l’ha reinserita. Più che le singole scelte impopolari, è stato questo continuo tentennamento ad allontanare lo zoccolo duro dell’elettorato laburista.

E poi c’è la Palestina. In diretta all’LBC (London Broadcasting Company), Starmer aveva dichiarato che Israele aveva il diritto di tagliare acqua e servizi a Gaza. Poi ha equiparato chi manifesta per la Palestina a un’organizzazione terroristica. Per un ex avvocato dei diritti umani, è una posizione difficile da difendere, e i consensi, soprattutto tra i giovani e le comunità musulmane, sono crollati di conseguenza.

Senza dimenticare il discorso sull’immigrazione del maggio 2025 che, per molti commentatori, riecheggiava il famigerato “Fiumi di sangue” di Enoch Powell. Come molti leader di centrosinistra, Starmer aveva ceduto alla tentazione di inseguire il centro, sperando di sottrarre elettori a Nigel Farage e ai partiti populisti. Con scarsi risultati: alle ultime elezioni municipali lo scorso aprile il Labour ha perso 1.500 seggi, mentre Reform UK di Farage è passato da 2 a 1.451. E poi c’è lo scandalo Mandelson, che l’elettorato non gli ha perdonato.

I risultati disastrosi di aprile sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il partito ha rimosso Starmer e scelto all’unanimità Andy Burnham come successore, senza primarie, senza nuove elezioni. Praticamente incoronato.

L’arrivo di Burnham a Londra, il 23 giugno, era stato messo in scena con cura, una vera e propria messa in scena. Era partito in jeans e maglietta – tipico del suo stile smart-casual fortemente influenzato dalla cultura della classe operaia del Nord – per poi cambiarsi in treno e arrivare alla stazione di Euston in giacca e camicia bianca, a significare insieme il suo nuovo status di Primo Ministro in pectore e la continuità con la propria identità di ‘Re del Nord’, comunicatore carismatico, affabile, diretto, non ingessato.

Burnham, 56 anni, ex sindaco di Manchester e politico di professione, è al suo terzo tentativo di conquistare la guida del partito. Nella prima dichiarazione dopo il trionfo alle urne alle suppletive di Makerfield del giugno 2026, ha affermato che questa è “l’ultima chance per un cambiamento” del suo partito prima che sia troppo tardi.

La speranza del partito è dunque che Burnham aiuti a ribaltare i sondaggi, che ad oggi vedono i laburisti indietro rispetto al partito di Farage. Da sindaco di Manchester, per nove anni, aveva portato avanti politiche dal sapore socialista (più spesa in istruzione, trasporti e welfare locale) e il suo programma sembra incentrato sul sostegno alla classe lavoratrice, sulla riduzione del costo della vita, sul rilancio dell’industria britannica e sulla costruzione di un sistema educativo più equo. Ha già promesso di decentralizzare il potere, spostando alcune funzioni governative a Manchester. L’abbandono del Nord è una questione aperta da decenni, con tutto il suo carico di degrado, de-industrializzazione e disoccupazione.

Ma per quanto sembri diverso da Starmer e per quanto Burnham voglia segnalare la sua lontananza da Westminster, i margini per un vero cambio di rotta sono stretti. Il nuovo leader è allineato sulle politiche di immigrazione di Starmer; intende mantenere i tagli alla spesa pubblica a favore delle spese militari, ed è contrario al rientro del Regno Unito nell’UE – a differenza di Wes Streeting, ministro della Salute, che per un po’ era stato visto come suo principale rivale.

E se ce ne fosse ancora bisogno, ora che Burnham si prepara a entrare a Downing Street, pochi giorni fa ha nominato James Purnell capo di gabinetto. Purnell è un ex ministro blairiano, ex presidente dei Labour Friends of Israel, CEO (appena dimessosi) di Flint Global, un’azienda di lobbying. Flint Global ha attivamente lavorato per proteggere le aziende idriche private dalle stesse acquisizioni statali che Burnham aveva promosso.

A dicembre dell’anno scorso, Purnell ha supervisionato la vendita di Flint Global a una società farmaceutica (Private equity Cinven) in un accordo per l’incredibile cifra di 190 milioni di sterline. È la stessa Cinven che è stata multata di £51,9 milioni (circa 60 milioni di euro) dall’autorità antitrust britannica per aver aumentato del 1.100% il prezzo di un farmaco per la tiroide nel Regno Unito, con un aggravio enorme per il Servizio Sanitario Nazionale (NHS).

Al momento, il minimo che si possa sperare è che Burnham riesca almeno a comunicare quello che il governo laburista ha effettivamente fatto, mentre fa i conti con l’eredità disastrosa lasciata dai conservatori.

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