
Trump: “meglio di Napoleone e Alessandro Magno”
Prima della legge Basaglia, si era soliti definire i malati di mente “quelli che stanno in manicomio e si credono di essere Napoleone”. Oggi Trump, presidente degli Stati Uniti, ha dichiarato di fronte a un gruppo di giornalisti di essere “più grande di Napoleone e Alessandro Magno”. Che dire? Forse è meglio citare un commento della nipote Mary Ellen, psicologa, che riferendosi allo zio ha detto: «Sta perdendo il controllo di sé stesso ed è sempre più ovvio che non sa cosa sta facendo e che sta creando disastri da cui non riesce a uscire».
Il presidente USA tra le tante farneticazioni, dopo il G7 di Evian se l’è presa anche con la Meloni pronunciando la frase per niente diplomatica: «Mi ha implorato di fare una foto con lei; mi ha fatto pena”. Perciò ha scaricato anche la sua “grande amica”, quella che gli augurava il premio Nobel, quella che si illudeva di essere il “ponte tra gli Stati Uniti e l’Europa”. E che poi ha osato criticarlo per le offese al Papa. Eccola servita dall’amico americano!
Di quell’episodio si è occupata subito la Gruber nel suo programma sulla Sette, chiedendo a Massimo Cacciari cosa ne pensasse. Il filosofo, dopo alcuni attimi di silenzio ha prima fatto commenti pieni di indignazione, poi mostrando un sorriso ironico ha dichiarato: «Con tutto quello che sta accadendo nel mondo vi preoccupate della lite Trump-Meloni?».
Ha ragione. Secondo me la lite è paragonabile a una dinamica aziendale: le parole di Trump ricordano lo stile denigratorio di un capufficio arrogante e autoritario che tenta di sminuire pubblicamente una sua fedele collaboratrice che aveva avuto attimi di ribellione.
Tornando alla realtà politica è ormai scontato che Trump interpreta le relazioni internazionali non come un dialogo tra pari, ma come una logica gerarchica, pretendendo dagli alleati minori soltanto una subordinazione. Il presidente, che considerava la Meloni come una sodale ideologica fidata, ha ritenuto le critiche della premier come una “disubbidienza”.
Dopo le offese la premier, che ha ricevuto la solidarietà anche dalle opposizioni, ha guadagnato consensi: secondo il sondaggio Demopolis la fiducia degli italiani è salita dal 38% al 40%, invertendo una fase di calo registrata nelle settimane precedenti.
La solidarietà mi sembra eccessiva. È normale che un capo di governo riceva critiche e insulti dagli avversari anche stranieri. Fanno parte della ars gubernandi. E la Meloni questa arte non la conosce, ha commesso troppi errori.
Michele Serra su Repubblica del 20 giugno 2026, intitolava la sua rubrica con “Non poteva accorgersene prima?”. Era una riflessione critica sulla presa di distanza della Meloni da Donald Trump. Serra si interrogava su come mai la presidente del Consiglio si fosse accorta della spregiudicatezza di Trump solo quando è stata attaccata personalmente, ignorando le sue bugie e le sue condotte sconsiderate verso altri leader e istituzioni negli anni precedenti. Si era adagiata con un eccesso di subalternità verso Washington non solo per una vicinanza di vedute a quelle di Trump, ma cercando di stabilire un asse privilegiato, assecondandone le logiche nazionalistiche e allontanando l’Italia dai tradizionali partner dell’Unione Europea come Francia e Germania.
Si immaginava di ottenere privilegi dall’amico americano, ma i risultati positivi per la sua sudditanza non sono mai arrivati. L’allineamento non ha mai messo l’Italia al riparo dalle politiche protezionistiche statunitensi, in particolare le minacce di dazi commerciali e le problematiche sulle forniture energetiche (come il gas naturale liquefatto) il cui costo rimane elevato. Inoltre a Roma si teme l’arrivo di una vendetta da parte del Supernapoleone di Washinton. O forse è già arrivata con la notizia dei 500 jet USA decollati dalle basi americane in Italia e diretti in Iran. Lo ha dichiarato in un’intervista il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte. È in ottimi rapporti con Trump: lo chiama ancora daddy.

Non mi si venga più a dire che la Meloni ha un’intelligenza superiore alla media. Non possiede neanche la furbizia a volte necessaria nei rapporti politici. Non è una donna di Stato, come lo erano la Thatcher e la Merkel.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti mi domando che fine abbia fatto quell’opinione pubblica che nel 1974 costrinse il presidente repubblicano Nixon a dimettersi per lo scandalo Watergate, da considerarsi un “peccato veniale” rispetto a quanto accade oggi alla Casa Bianca. Oltretutto Nixon aveva dato il via ai rapporti con la Cina incontrando a Pechino il presidente Mao e aveva posto fine alla guerra del Vietnam la cui escalation fu voluta dai democratici Kennedy e Johnson. Anche l’opinione pubblica USA di oggi “ha perso il controllo”?


