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Dopo il ponte la guerra

Tempo di lettura: 4 minuti

Eccomi a Istanbul, quella enorme e strana città metà a occidente e metà a oriente divisa dal mare invece che da un fiume. Solito turista europeo che ha girato il mondo e che pensa che ce ne voglia per vedere qualcosa di veramente bello ed importante; che conosce tutte le piccole trappole in cui si cade all’estero: cambio della valuta, casuali suggeritori di strada, e infatti mi faccio abbindolare da Hosan che mi porta da “suo fratello” al Bazar Egiziano a comprare le spezie e mi dice che mi attenderà per portarmi al suo negozio di tappeti!!! Lasciamo stare. Mi godo la città: la Moschea Blu, il palazzo del sultano Topkapi, S. Sofia e la incredibile Cisterna sotterranea (in cui hanno girato anche un film di Bond).

Una parte bella della città è quella delle due coste del tratto di mare che la divide: via vai di battelli carichi di turisti, chiatte cariche di materiale, addirittura qualche petroliera di passaggio, motoscafi della polizia che, secondo me, approfittando della confusione se la godono e sfrecciano in mezzo alle altre imbarcazioni. Ormai è sera, il buio è sceso sui quartieri delle due coste e le luci riflesse nell’acqua creano i soliti giochi cromatici da foto. Siamo arrivati sotto all’ultimo ponte che unisce Europa e Asia dopo di che si apre il mar Nero, la Crimea, il Don Bass. Devo ammettere che mi fa un certo effetto sentire che ci troviamo a pochissima distanza da un mare attorno a cui da oltre 4 anni si combatte una guerra vera. Nonostante la mia età non sia più tenera, non ho mai fatto la guerra, per fortuna, ma credo che mi sia capitato di sfiorarla e quel ponte mi ha riportato alla memoria un paio di episodi accaduti quando ero in Libano.

Arrivato in aeroporto, era la fine di settembre 1982, con un taxi mi avvio al centro di Beirut per lavoro; le strade sono in condizioni pietose ed in giro c’è grande confusione. Giunti in prossimità di uno slargo il tassista, in un approssimativo inglese, mi avverte che passeremo davanti alla zona di Sabra e Shatila: quella del massacro in cui avevano ucciso oltre tre mila civili. Con raccapriccio faccio in tempo a vedere che la strada è ancora rossa, sì, rossa di sangue, che quasi tutti i pini sono privi di rami devastati da colpi, quando un posto di blocco ci ferma e due paramilitari vengono avanti. Uno comincia a parlare con l’autista e l’altro infila il suo mitra nel mio finestrino aperto all’altezza della testa. Ho avuto paura.

In centro c’era il mio ufficio e da lì, a pranzo, mi hanno portato a mangiare in un locale abbastanza vicino da poter andare a piedi; sulla via del ritorno mi suggeriscono di camminare in mezzo alla strada per evitare che pezzi di cornicioni e tetti possano cadermi addosso: mi sorprende ma eseguo senza discutere; il rumore di spari e cannonate ci obbliga però ad abbassarci dietro le auto ferme. I colleghi mi fanno avanzare lentamente sempre coperti dalle auto finché gli scoppi si attenuano e smettono; siamo arrivati alla strada dell’ufficio e girato l’angolo vediamo la parete accanto alla porta dell’ufficio completamente abbattuta da un colpo: dietro quella parete c’era la stanza riunioni in cui avevamo lavorato la mattina. Ho avuto paura.

La sera finalmente in albergo in centro provo a rilassarmi; la strada dell’albergo sembra una strada di quelle commerciali delle capitali europee: luci, vetrine, grandi firme anche un certo passeggio di persone all’apparenza tranquille. Decido di scendere e fare due passi. Alla prima traversa alla mia sinistra le luci mancano del tutto, non c’è nessuno che passeggi, nessun negozio, silenzio. Guardo meglio e intravedo nel piccolo spazio davanti alla serranda di un negozio chiaramente abbandonato, una donna anziana con un po’ di cianfrusaglie intorno che prova a vendere. Nessuno può passare in quella viuzza che è ricoperta di spazzatura irrancidita e accumulata da tempo. Proseguo e poco più avanti si apre una strada, stavolta alla mia destra; giro e mi blocco. Avevo davanti alla testa un cannone. Il cannone del blindato mi ha guardato a lungo in faccia prima che io ritrovassi la lucidità per girarmi e tornarmene in albergo. Ho avuto paura.

Non so se ho sfiorato la guerra ma quel ponte mi trasmetteva lo stesso disagio. Era un normale ponte su cui transitavano decine di auto e moto dirette verso chissà dove, con a bordo persone che di certo non guardavano dalla parte del Mar Nero con preoccupazione, o almeno volevo crederlo. Ho continuato a passeggiare mentre scendeva la sera in quel quartierino sulla costa occidentale con i suoi ristoranti e negozietti ma non riuscivo a togliermi dalla testa la parola “guerra”; camminando, alla fine sono tornato sotto al pilone del ponte ed era illuminato di rosso, rosso come davanti a Sabra e Shatila. Ho avuto paura.

Foto dell’autore – Il principale e più famoso ponte di Istanbul che attraversa il Bosforo si chiama Ponte dei Martiri del 15 luglio (15 Temmuz Şehitler Köprüsü), storicamente noto come il Ponte sul Bosforo
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