
Fernanda Wittgens: una vita per l’arte e la libertà
Per il sindaco di Milano Greppi era una valchiria, per il suo direttore un’allodola, per molti Fernanda Wittgens merita di essere più conosciuta, sebbene le sia stata dedicata una fiction tv, uno spettacolo teatrale e sia in arrivo con l’anno nuovo un film documentario Anatomia di un ritratto presentato a Venezia e su di lei sono stati scritti diversi libri.
L’allodola/valchiria era nata nel 1903 a Milano il padre, professore di lettere al liceo Parini, le aveva insegnato ad apprezzare la cultura e l’arte. Ogni domenica portava lei e i fratelli, erano sette figli, a Brera o in altri musei. Allora è nato il suo amore per l’arte.

Finito il liceo classico con borse di studio, il padre era deceduto quando era una ragazzina, è riuscita a laurearsi a 22 anni in storia dell’arte con il professor Paolo D’Ancona. Inoltre, per aiutare la famiglia, collaborava anche con L’Ambrosiano, un quotidiano pomeridiano, scrivendo di mostre e di iniziative culturali. Fu anche l’insegnante privata di Giulia Maria Crespi e chissà se non abbia avuto qualche influenza sulla fondatrice del Fai.
Dopo un periodo di insegnamento ai licei Parini e Manzoni, riuscì nel 1928 a entrare a Brera.
Accettò il ruolo di operaia avventizia e una paga misera pur di lavorare nel museo.
Il direttore, Ettore Modigliani, si accorse presto delle doti della giovane, e le affidò compiti da ispettrice come quello di verificare lo stato degli affreschi nelle chiese lombarde. La coinvolse, persino, nell’organizzazione di una grande mostra dei capolavori italiani a Londra. Il governo fascista teneva moltissimo all’esposizione, le opere dei maestri servivano a promuovere l’orgoglio nazionale e accrescere il prestigio del regime. Fernanda, invece, considerava le opere uno strumento importantissimo di educazione.
Col tempo Wittgens è salita di gradino in gradino e diventata un riferimento indispensabile per Modigliani, suo mentore.
Nel 1935, Modigliani, non iscritto al Partito fascista, venne allontanato dal suo incarico, Fernanda, incredula, si diede da fare per sollecitare esponenti prestigiosi della borghesia milanese che potessero spendersi per lui. Purtroppo l’iniziativa non ebbe successo e attirò su di lei l’attenzione dei fascisti.
Le cose sono peggiorate ulteriormente nel 1938 con le leggi razziali: Ettore Modigliani era ebreo, così come Paolo D’Ancona, la loro vita era a rischio. Fernanda si diede da fare: organizzò la fuga di D’Ancona in Svizzera. Quanto a Modigliani, nascosto nel Centro Italia, andò a trovarlo per consultarlo anche se farlo era pericoloso.
Nel 1939 riuscì a far comprare al museo La cena in Emmaus del Caravaggio.
Nel 1940 diventò la direttrice della Pinacoteca, era la prima donna in Italia a dirigere un museo.
Con lo scoppio della guerra la sua prima preoccupazione fu come mettere in salvo le opere della Pinacoteca dai bombardamenti e i prevenire le razzie dei nazisti. Nel 1942 i bombardamenti alleati avevano reso irriconoscibili parti della città, i tedeschi rastrellavano case e palazzi alla ricerca di ebrei, oppositori e beni.
Salvare il patrimonio che le era stato affidato fu un’impresa enorme, fu possibile grazie alla sua rete di conoscenze e alla sua capacità di raccogliere fondi. Con mezzi di fortuna e pochi uomini a disposizione, Fernanda mise al sicuro le opere d’arte di Brera, così come della Quadreria dell’Ospedale Maggiore e del Museo Poldi Pezzoli.

Salì sui camion che trasportavano le opere grandi casse verso nascondigli nel centro dell’Italia dall’Umbria al Montefeltro. I trasferimenti, anche sotto i bombardamenti, finirono nel giugno del 1943. Il tempismo fu perfetto, poiché la notte fra il 7 e l’8 agosto la Pinacoteca di Brera venne colpita e devastata dalle bombe alleate e 24 delle 36 sale furono distrutte.
Per Fernanda le opere erano come gli esseri umani, per lei salvare le opere d’arte e salvare le persone era la stessa cosa, l’impegno politico e civile significava salvare chi ne aveva bisogno.
Così a partire dalle leggi razziali, attraverso una rete di donne, aiutò ebrei e oppositori del regime a espatriare e a sottrarsi alla persecuzione nazifascista. Collaborava con Giustizia e Libertà ed era amica di Ferruccio Parri.
Il 14 luglio 1944 venne arrestata, era stata denunciata da un giovane ebreo tedesco a cui aveva organizzato l’espatrio. Con lei vennero arrestate tre amiche: la dottoressa Adele Cappelli Vegni, che faceva transitare i fuggiaschi nella sua villa comasca e Zina e Mariarosa Tresoldi, maestre che li ospitavano nella loro casa.
Giudicata nemica del fascismo, venne condannata a 20 anni di prigione poi ridotti a quattro. Rinchiusa nel carcere di Como, noto per le torture, successivamente, fu trasferita a San Vittore, il carcere di Milano. Affrontò la prigionia con coraggio, in cella finì persino un saggio su Vincenzo Foppa, l’arte per lei era una delle forme più altre dell’umano.
In una lettera alla madre scrive «Sarebbe troppo bello essere intellettuale in tempi pacifici, e diventare codardi, o anche semplicemente neutri, quando c’è un pericolo».
Dopo sette mesi di detenzione, con un falso certificato medico per tisi, i familiari riuscirono a farla trasferire in ospedale. Fu liberata il 24 aprile 1945 in tempo per festeggiare la Liberazione.
Se durante la guerra Fernanda aveva salvato un grande patrimonio artistico e la vita di persone, il dopoguerra fu un momento duro per altri versi. Brera era in gran parte distrutta, del Cenacolo erano rimasti in piedi i muri con il dipinto di Leonardo e quello opposto con La Crocefissione del Montorfano. Anche la Scala e il suo museo erano stati colpiti.
Fernanda riprese il suo posto a Brera dove era tornato anche Ettore Modigliani. È in questo periodo che il sindaco Greppi la chiamò valchiria perché era combattiva e faceva di tutto per ottenere i fondi necessari al completo restauro della Pinacoteca. I fondi disponibili erano insufficienti e non ne erano previsti nel piano Marshall.
Fernanda, come scrisse all’amico Longhi nell’agosto del 1948, aveva letto nella pubblicazione ufficiale dei monumenti danneggiati dalla guerra edita dal ministero della pubblica istruzione, che Brera non era considerata. Appoggiata da Greppi affrontò la burocrazia ministeriale per ottenere i fondi necessari, perché un museo era importante quanto un servizio sociale, era parte della vita della città.

Con Modigliani aveva progettato di costruire la “grande Brera”, collegando la Pinacoteca ad altre istituzioni culturali come l’Accademia di Belle Arti, l’Osservatorio di Astronomia e l’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. Modigliani, molto provato, non riuscì a vedere la ricostruzione della sua Pinacoteca.
Tre anni dopo la scomparsa di Modigliani, nel giugno del 1950, Wittgens ha inaugurato la nuova Brera dedicandola a lui.
La nostra valchiria riuscì persino a convincere Pablo Picasso a riportare Guernica in Europa per esporla nel 1953 a Milano. La grande tela fu significativamente collocata nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale che, ancor oggi, conserva i segni dei bombardamenti.
Gli ultimi anni della vita di Fernanda sono stati pieni di progetti: organizzò una raccolta fondi per comprare la Pietà Rondanini di Michelangelo sottraendola ad altri compratori. Con lei è cominciato il recupero del Cenacolo vinciano che, secondo molti esperti era irrecuperabile, persino per il direttore dell’Istituto Centrale del restauro Cesare Brandi. Il Cenacolo recuperato sarà aperto nel 1954 alla fine delle celebrazioni dei 500 anni dalla nascita di Leonardo. Se possiamo visitarlo è grazie alla sua determinazione.
Inoltre, promosse una serie di attività rivoluzionarie all’interno della Pinacoteca braidense: visite guidate per bambini, lavoratori, disabili, pensionati. Per Fernanda i musei dovevano essere viventi, aperti a tutti e non materia per soli intellettuali. Fu lei a organizzare i primi laboratori didattici per i bambini e a impegnarsi per abbattere le barriere architettoniche. Organizzò anche sfilate di moda e una esposizione di fiori tra i quadri. Tutte le iniziative ebbero un grande successo e ampliarono notevolmente la platea dei visitatori.
Nel 1955 L’Unione delle comunità israelitiche premiò Fernanda Wittgens con una medaglia d’oro per l’aiuto e il soccorso degli ebrei perseguitati.
L’amico Parri le propose di candidarsi alle elezioni amministrative del 1956, ma lei declinò, riteneva di far politica con la sua attività e per questo di dover essere libera.
Fernanda è morta l’11 luglio 1957 a causa di un tumore. I milanesi le diedero l’addio nella sua amata Brera.
Ancora non abbiamo detto perché fu definita allodola da Modigliani. Perché l’allodola pare un uccello comune, come la giovane donna arrivata a Brera come operaia, però quando si solleva in volo è sorprendente perché ha un’apertura alare straordinaria rispetto al corpo. Proprio come era straordinaria la giovane Wittegens.
Milano le ha dedicato una via.
Trailer di “Anatomia di un ritratto”:
https://www.youtube.com/watch?v=qh6CA5vkkBI


