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Elezioni 1953: non scattò la “legge truffa della DC”

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«Sarà, questa, maggiore democrazia. Ma per esserlo davvero, a ogni incremento di demo-potere dovrebbe corrispondere un incremento di demo-sapere. Altrimenti la democrazia diventa un sistema di governo nel quale sono i più incompetenti a decidere. Il che vuol dire un sistema di governo suicida.»

Queste parole oggi molto attuali, sono di Giovanni Sartori (Firenze 1924, Roma 2017) uno dei maggiori politologi italiani che ha introdotto in Italia la scienza politica come disciplina universitaria. Ascoltai quelle parole ai primi degli Anni sessanta mentre le pronunciava all’Università di Firenze. Studiavo Scienze politiche a quella di Pisa ma per alcune volte andai nella “capitale” toscana per seguire come “clandestino” le sue lezioni molto importanti e spesso cariche di ironia quando si riferivano al potere.

Tornando al demo-potere ho ritrovato un editoriale scritto di Sartori, scritto sul Corriere della Sera in cui si riferiva alle leggi elettorali attuate e proposte tra gli Anni novanta e il nuovo secolo. Scrisse che la politica aveva inventato le formule più ermetiche e complicate che inquinavano la lingua italiana con un falso latino. Le definì il “latinorum costituzionale” citando democratellum, porcellum, mattarellum, rosatellum, italicum, verdinellum e altre ancora.

E oggi, nella maggioranza, i “più incompetenti a decidere” hanno varato la legge elettorale antidemocratica che ha preso i nomi di melonellum e stabilicum. Ricorda moltissimo la “legge Acerbo” maggioritaria del novembre 1923, voluta da Benito Mussolini e redatta dal sottosegretario Giacomo Acerbo, che dette inizio ufficialmente alla dittatura fascista. Una lista avrebbe ottenuto alla Camera la maggioranza del 75% dei seggi, purché avesse superato il 25% del totale dei voti validi. Votarono in favore tutti i liberali di destra e una parte dei popolari. Alle elezioni del ’24 vinse il partito fascista grazie anche ai brogli, alle prepotenze e aggressioni delle squadracce davanti ai seggi elettorali, appoggiate dalle forze dell’ordine.

I giornalisti che scrivono sul melonellum o ne parlano ai talk show non ricordano la legge fascista e nemmeno quella maggioritaria presentata dal governo De Gasperi – definita “legge truffa” dalle opposizioni – e promulgata nel 31 marzo del 1953 ad appena cinque anni dalla nascita della Costituzione. 

Le opposizioni di sinistra e di destra temevano che la coalizione centrista guidata dalla Democrazia Cristiana volesse blindare il potere per sempre, riducendo il Parlamento a un organo di ratifica delle decisioni del governo, proprio come era accaduto trent’anni prima con il fascismo e potrebbe accadere oggi.

La cosiddetta legge truffa, dall’appellativo usato durante la campagna elettorale di quell’anno, fu una legge che introdusse un premio di maggioranza assegnando il 64,4% dei seggi ai deputati (380 su un totale di 590) della lista con i gruppi apparentati, che avesse superato il 50% dei voti validi.

Il Parlamento la approvò con i soli voti della maggioranza (democristiani e gli alleati liberali, repubblicani, socialdemocratici, Südtiroler Volkspartei, Partito sardo d’azione) dopo lunghe discussioni e con voto di fiducia nonostante i forti dissensi manifestati dalle formazioni politiche di opposizione di sinistra e di destra e anche da personalità appartenenti all’area della maggioranza. Vi furono grandi proteste contro la legge, sia per la procedura di approvazione sia nel merito.

Un manifesto contro la legge truffa

Dopo un dibattito in Parlamento, prolungato per giorni dall’ostruzionismo delle opposizioni, il 21 gennaio del 1953 la legge fu approvata alla Camera dopo che De Gasperi pose la questione di fiducia perché entrasse in vigore prima del 7 giugno, data delle elezioni politiche.

Al Senato il presidente Luigi Paratore, proveniente dai liberali prefascisti e deputato della Costituente si dimise per protesta contro le irregolarità costituzionali attuate dalla DC per forzare la mano; lo stesso fece per gli stessi motivi, appena eletto suo successore Luigi Gasparotto, ex ministro dal 1945 al ’47. Il nuovo presidente Meuccio Ruini, senatore a vita, per accelerare i tempi approfittò quando le Camere erano state chiuse nel giorno della domenica delle Palme, per riaprirle e far votare la legge. Alla protesta delle opposizioni si unirono anche i funzionari amministrativi del Senato con in testa il segretario generale Domenico Galante, che uscirono dall’aula.

Il giorno dopo il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi sciolse le Camere adducendo un “motivo tecnico-costituzionale” concordato con il presidente del Consiglio De Gasperi: «garantire l’omogeneità politica del Parlamento ed evitare un immediato stallo istituzionale». È da sottolineare che la Corte costituzionale non esisteva ancora perché la DC ne rinviava sempre l’attuazione e che Einaudi non fu neutrale.

Ma alle elezioni politiche del 7 giugno la maggioranza ottenne il 49,8%; il meccanismo non scattò per appena 54.000 voti. Rispetto alle elezioni del 1948 la DC perse l’8% dei voti; i repubblicani ne persero 200.000 e qualcosa di più i socialdemocratici e i liberali. Avanzarono invece comunisti e socialisti che guadagnarono alla Camera 35 seggi; a destra avanzarono anche i monarchici e i missini che avevano votato contro la legge, passando rispettivamente da 14 a 40 deputati e da 6 a 29.

I risultatati furono che De Gasperi, oggi considerato un grande politico, si dimise e si ritirò a vita privata e che contro la legge truffa si batterono anche dei galantuomini appartenenti alla maggioranza. Già allora il sistema del premio era considerato da buona parte della dottrina politica un meccanismo assai rudimentale per conseguire le esigenze di governabilità delle democrazie moderne. E oggi ci risiamo, ma i galantuomini dove sono?

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