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La speranza sorride come i bambini

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Ascolto spesso la radio. Nei giorni successivi gli incidenti di piazza di Milano, ho sentito Matteo Salvini roboare che il Governo sta mandando a Milano 500 militari con funzioni di polizia, 3.000 in tutta Italia… nonostante l’intervento saggio e dissuasivo del Presidente Mattarella. E sì, dice il Salvini, perché gli arrestati erano tutti giovani stranieri! Vado a verificare e scopro che il numero 500 è anche quello dei poliziotti aggiuntivi e necessari richiesto vanamente ormai da quattro anni dal sindaco della città, inoltre, circa gli arresti, i dati veri sono questi: tra i 271 accompagnati in Questura (220 minori) i fermati sono stati 174, di cui solo 60 erano stranieri e per “stranieri” s’intendono anche i giovani nati in Italia ma in attesa di cittadinanza dato che possono chiederla dopo i 18 anni di età.

Più tardi, ascoltando Un giorno da Pecora ho riso amaramente al montaggio sonoro nel quale si ripeteva la frase del Presidente Mattarella riferita agli stessi fatti «Occorre un’analisi intelligente e approfondita» replicata tra gli interventi verbali di ministri, sottosegretari e leader della maggioranza nei quali brillavano termini come «coglioni», «bisogna far uso di armi a pallettoni di gomma», «usiamo i cani!», «costruiremo nuove carceri», «marciscano in galera, gettiamo la chiave» e via con altre volgarità da bar sport fascio.

Mi sono sentito meglio quando mi ha chiamato al telefono una amica bolognese. Lei, da poco in pensione, lavora come volontaria nell’insegnamento della lingua italiana ai figli degli immigrati. Interessante il racconto dell’esperienza che sta vivendo con bimbi fragili ma forti di meravigliose speranze per il futuro affidate a volontarie come lei. Speranze che includono i loro genitori: lavoratori ormai essenziali in Italia, spesso ripagati con pochi soldi e tanta ostilità.

Con questo spirito mi sono riletto un bel servizio giornalistico di Maria Novella De Luca (La Repubblica) che titolava «Qui bambini da tutto il pianeta, siamo il laboratorio del futuro».
Si tratta di una scuola romana all’Esquilino, un quartiere multietnico dove la scuola Di Donato è testimonianza da anni di come l’inclusione sociale è metodo prezioso per tutti, con risultati così apprezzabili che molte famiglie italiane scelgono la Di Donato proprio per la sua didattica innovativa.

Costruita negli anni Venti la grande scuola Di Donato era considerata il “ghetto dei figli degli immigrati” alla fine degli anni Novanta quando famiglie provenienti da Cina, Sudamerica, Nordafrica iscrivevano i propri figli alle materne e primarie, mentre le famiglie italiane del quartiere si davano alla fuga. Poi, grazie a Bruno Cacco, preside illuminato che pragmaticamente rese la multietnicità una risorsa formativa e sociale, la “Di Donato” si è trasformata in un istituto modello per l’intercultura e per l’inclusione. Attualmente la scuola primaria ha 15 classi, ognuna con circa venti bambini. Un gruppo di genitori volontari ha costituito l’Associazione genitori Scuola Di Donato, questa ha recuperato i grandi sotterranei dell’istituto trasformandoli in luoghi per varie attività pomeridiane per i bambini e per i loro genitori a cominciare dai corsi di lingua e cultura condivisa.

«Grazie alla disponibilità dei nostri volontari riusciamo a tenere aperti i cancelli della scuola fino a tarda sera», spiega Valentina Costa, a lungo presidente dell’Associazione genitori, «in questo modo il grande cortile è diventato una piazza, un punto d’incontro anche per i ragazzi delle secondarie tra sport, attività, feste, corsi di tutti i tipi, aiuto nello studio e nei compiti. Di fatto siamo diventati dei mediatori culturali sul territorio».

E’ sempre più difficile dirlo, ma davvero… “un mondo migliore è possibile!”

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