
Caldo, guai, silenzi, confini
Hofff! Un’estate torrida e piena di guai.
Tra il resto, la distruzione della “La valle della salvezza”, al confine tra Nepal e Tibet. Un nome evocativo voluto dai buddhisti perché da lì passò Padmasambhava, il Guru Rinpoche che portò il buddhismo in Tibet (VIII secolo), e in seguito fu per i monaci tibetani via di fuga dalle persecuzioni cinesi.
Il villaggio più colpito si chiama Kurung che significa “Luogo della felicità”. L’abbiamo visto in tanti video scomparire con una massa di fango ciclopica che viaggiava a 50 mt al secondo.
Sopra al “Luogo della felicità” dieci milioni di metri cubi di neve e detriti si sono staccati dalla montagna a 5.100 metri di quota. La bomba ghiacciata larga 60 metri, lunga 400 e spessa 50 metri, ha fatto un volo di 1.400 metri per poi schiantarsi nella valle sottostante provocando anche un terremoto di magnitudo 5.2. Così “La valle della salvezza” non finirà tanto presto di contare i morti e i dispersi.
Negli ultimi dieci anni l’Himalaya ha perso il 40% del suo ghiaccio, e la cosa ci riguarda molto da vicino. Giovanni Crosta, professore di geologia applicata all’università di Milano Bicocca, spiega: «Anche da noi i ghiacciai sono in forte sofferenza per il riscaldamento del clima. Sulle Alpi abbiamo molte situazioni di instabilità. Tutti ricordiamo il crollo della Marmolada nel 2022. L’anno scorso in Svizzera una frana di roccia ha causato il distacco di un ghiacciaio, che è precipitato sul villaggio di Blatten. La situazione era monitorata da tempo e gli abitanti sono stati evacuati in anticipo. Oggi una minaccia simile riguarda il ghiacciaio sospeso del Weisshorn, nel canton Vallese. E da anni in Val d’Aosta si monitora il ghiacciaio instabile di Planpincieux in Val Ferret».
Insomma, un’estate che non ha ancora finito di mostrarci le prove di una cronaca preannunciata dai climatologi da cinquant’anni. In dieci minuti di tempesta a Cremona sono state danneggiate 10.000 auto, 10 chiese monumentali inclusa la cattedrale, decine di palazzi e case scoperchiate, decine i feriti.
Poi l’improvvisa inondazione senza precedenti del Gran Canyon in Arizona. E altro succederà, si teme, con l’arrivo del più fresco autunno.
L’Imperial College of Science, Technology and Medicine – la prestigiosa università britannica fondata nel 1907 – ha comunicato che l’ondata di calore che ha colpito l’Inghilterra e il Galles a giugno ha causato 440 morti al giorno durante il suo picco di tre giorni. I dati economici sono espliciti: il forte aumento dei consumi di energia per l’uso degli impianti di raffreddamento, gli incendi che devastano porzioni enormi di territorio, i fiumi ridotti a tristi letti di fango e pietre, l’agricoltura messa in ginocchio dall’aridità e dalle precipitazioni estreme, tutto questo, secondo uno studio di Triodos Bank (istituto di credito olandese), brucia l’1,1% della crescita europea, vale a dire 180 miliardi euro. In Italia si calcola che l’estate 2026 sarà costata quanto una manovra di bilancio.
Stefano Mancuso ci avverte: «Nei prossimi anni le temperature estreme e la siccità non permetteranno a una buona fetta di pianeta di essere abitabile. Non c’è una maniera più carina per dirlo: secondo la maggior parte dei modelli, una percentuale significativa di pianeta non sarà più abitabile, perché troppo caldo, nei prossimi 30-50 anni. E’ incomprensibile come a fronte di una catastrofe che sta cambiando la storia della nostra specie, la politica rimanga nel più imbarazzante silenzio».
Ma forse il grande neuroscienziato ha torto sul silenzio della politica, almeno quella italiana. Sì è vero la sinistra è così occupata nel pregnante tema primarie sì, primarie no, primarie chi (sic!)… ma in questi giorni la Schlein ha promesso che tra poco il campo largo metterà al primo posto la questione ecologica. Eppoi anche la destra – dopo aver detto il peggio di quella che chiamano “ideologia green” – finalmente sembra approdata a miglior pensiero con Giorgia Meloni che afferma: «Non esiste un ecologista più convinto di un conservatore».

La dichiarazione è presa dalla prefazione firmata dalla nostra, per il libro che qui vediamo: altisonanti titolo, sottotitolo e iniziativa presentata come il manifesto ufficiale dell’ecologia di Fratelli d’Italia.
L’autore è il massimo esperto dell’argomento per conto del Governo e in particolare del partito della premier: Nicola Procaccini, uomo che si autodefinisce «Padre. Patriota. Ecologista». Ex sindaco di Terracina è attualmente responsabile nazionale per l’Ambiente e l’Energia di Fratelli d’Italia. Eletto per la prima volta al Parlamento Europeo nel 2019 e riconfermato successivamente, è co-presidente del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR); è membro della Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (ENVI) dove si distingue contrastando le “insopportabili ideologie del Green Deal”. Per Procaccini anche Copernicus – il programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea – è una fonte inaffidabile e odiosamente ideologica.
Così, dal sacro testo di cui sopra, a pagina 33, apprendiamo che «Attribuire il riscaldamento globale all’attività umana è un’enormità senza fondamento: puro inquinamento culturale». Anzi, «stiamo andando verso una nuova glaciazione» (pagina 38). Chi l’avrebbe mai detto!
Procaccini ci istruisce a pagina 71 sul fatto che in opposizione al giusto ambientalismo ci sono aborto e eutanasia perché sono «contro natura». Poi, ispirati al filosofo conservatore Roger Scruton apprendiamo che gli esseri umani sono unici e creati a immagine e somiglianza di Dio, a differenza degli altri viventi. Per questo la caccia è «emblema dell’ecologia conservatrice» (pagina 164). Papa Francesco viene citato non per la sua Enciclica Laudato sì ma unicamente per il suo «cazziatone» in piazza San Pietro alla donna col suo cagnolino in braccio trattato come un bambino.
Insomma, un libro che fornisce una visione mai argomentata con dati scientifici, sempre ossessionata dalla contrapposizione con il più sensato e provato pensiero ecologista e progressista. Si torna indietro di almeno un secolo con una impostazione del tutto antropocentrica, specista, non-ecologista. Ridicola, anzi tragica.
Le circostanze che stiamo tutti vivendo e sudando, oltre agli incoraggiamenti al «ritorno al sacro della natura» secondo la coppia Meloni/Procaccini, infine osservando i dati incontrovertibili offerti da tutta la comunità scientifica seria e documentata, quella che considera l’estate 2026 come la più fresca del nostro futuro, possiamo addivenire ad una conclusione logica, elementare: il clima è la dimostrazione più concreta che nazionalismo e sovranismo sono, queste sì, ideologie artificiali e del tutto avulse dalla realtà e dalla possibilità di interpretare i problemi, ormai gravissimi, del riscaldamento climatico per provvedere ai rimedi: urgentissimi!
Su questo, Fabio Cavallari – giornalista, autore radiofonico e scrittore da Luino, Lago Maggiore, lo leggiamo online su “Ambientenonsolo” e sull’e-book “L’ambiente siamo noi” – ci offre una riflessione preziosa: «Il sovranismo energetico rischia di essere un concetto antistorico non perché gli Stati abbiano smesso di esistere, ma perché il sistema che dovrebbero governare ha già cominciato a oltrepassarli.
Possiamo decidere dove costruire una centrale eolica. Possiamo stabilire chi autorizza un impianto fotovoltaico. Possiamo discutere per anni sul luogo nel quale far passare un elettrodotto. Ma non possiamo ordinare al vento di soffiare quando aumenta la domanda di energia. Non possiamo chiedere al sole di produrre alle nove di sera. Possiamo però collegare territori nei quali, nello stesso momento, esistono condizioni differenti.
È qui che la parola sovranità cambia significato. Essere sovrani non può più voler dire semplicemente produrre tutto ciò di cui abbiamo bisogno dentro i nostri confini. Potrebbe significare costruire relazioni sufficientemente solide da non dipendere da una sola fonte, da un solo fornitore, da un solo territorio. L’autonomia, paradossalmente, può nascere dall’interdipendenza.
Non significa che i confini siano scomparsi. Significa che non bastano più a descrivere la realtà che devono governare. Abbiamo costruito cavi capaci di attraversarli. Dovremo capire se saremo capaci di costruire anche una politica che sappia farlo senza cancellare le responsabilità nazionali e senza trasformare ogni interdipendenza in una minaccia.
Il sole, il vento e l’acqua possiedono una caratteristica che dovrebbe almeno renderci prudenti quando pronunciamo la parola sovranità. Non conoscono la geografia politica che abbiamo disegnato sulle carte.
Forse la transizione ecologica non ci sta chiedendo soltanto di cambiare le fonti dalle quali produciamo energia. Ci sta costringendo a ripensare una parola molto più antica. Confine».


