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Né Stalin né Mickey Mouse

Tempo di lettura: 3 minuti

Fatherland di Pawlikowski è un elegante affresco storico e intimo. Girato in bianco e nero, ci porta con ricostruzioni perfette nella Germania del 1949.

Thomas Mann (Hans Zickler) è arrivato dalla California per ricevere due premi Goethe, uno nella Germania ovest, a Francoforte (dove Goethe è nato) e uno in quella dell’est, a Weimar (dove è morto). Ciascuna parte vuole accaparrarsi le simpatie del Premio Nobel per la letteratura. Ma per lui la Germania è una e lui non sceglie secondo una battuta del film tra Stalin e Mickey Mouse.
Considerato un monumento vivente, Mann, può diventare il simbolo della rinascita della cultura tedesca post-nazista e quale occasione migliore per farlo se non i 200 anni dalla nascita dello scrittore-padre della patria?

Ad accompagnarlo è la figlia Erika (Sandra Hüller). Scrittrice, giornalista, ex attrice e pilota di rally, Erika è un tuttofare per il padre (è segretaria, è autista e consigliera). Dovrebbe raggiungerli anche il secondogenito, Klaus anche lui scrittore (Mephisto). Erika lo ha quasi obbligato, perché da tempo non vede il padre, i due hanno un rapporto difficile e questo potrebbe essere l’ultimo viaggio del grande autore.
Klaus, tossicomane e depresso, non arriverà mai nella sua ex patria, morirà suicida a Cannes mentre il padre viene festeggiato a Francoforte.

Frame da un momento del film

Mann manca dalla Germania dal 1933, l’anno del suo esilio volontario prima in Svizzera e poi negli Usa. Il ritorno è trionfale, lo scrittore viene premiato e applaudito nelle sue conferenze. C’è però anche chi lo accusa di essere un vigliacco per non essere rimasto a combattere in nazismo in patria, lo dimostrano alcune lettere giunte all’hotel di Francoforte in cui soggiorna.

Thomas e Erika si muovono con una Buick nera. Le città sono ancora piene di macerie dei bombardamenti, hanno un che di spettrale che contrasta con la ricchezza di teatri e hotel.
Anche dopo la notizia della morte di Klaus il viaggio continua, per volontà di Thomas, e la Buick guidata da Erika si muove da un ovest in cui si respira la ricostruzione imminente, grazie anche al flusso di denaro delle potenze occidentali, a un est povero e agricolo. Il confronto tra gli hotel in cui soggiornano i Mann rivela due realtà profondamente diverse.

Se a Francoforte padre e figlia incontrano nel ricevimento anche persone, come l’ex marito di Erika, che si vogliono ripulire dai cascami del nazismo, a est incontrano soprattutto persone convinte di stare costruendo un paese nuovo basato sui principi del socialismo. Durante un pranzo padre e figlia ascoltano, da un coro di bambini, quello che potrebbe essere il nuovo inno nazionale della Germania socialista.
Anche ad est, però, si nasconde parte della realtà: un uomo entra nella stanza di Mann per rivelargli che a Buchenwald ora ci sono i dissidenti dall’ideologia sovietica.

Il viaggio diventa anche l’occasione per un confronto intimo tra padre e figlia, soprattutto dal momento della morte di Klaus. Inoltre, le macerie che vedono li scuotono e riflettono quelle dentro di loro. Erika non capisce come il padre possa proseguire nel suo programma e non crede che la cultura possa scalfire le politiche delle due Germanie, gli chiede, allora, di tornare a casa, Thomas risponde «e dov’è casa?». Non è la Germania divisa e non è la California.

Il film si chiude fra le macerie di una chiesa dove è rimasto intatto un organo e qualcuno suona Bach. Quella musica eterna è forse un segno di speranza.

Nei titoli di coda il regista cita tra le sue fonti il libroIl mago di Colm Tóibin (Einaudi), biografia romanzata di Mann, che abbiamo recensito il 14 ottobre 2023.

Trailer ufficiale del film:
https://www.youtube.com/watch?v=FrC1Z_i1nGs

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