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Occhio di bue

Tempo di lettura: 3 minuti

“Ciao”
Un silenzio rotto solo dai rumori del traffico, lasciò cadere questo saluto timido in una tazzina di caffè.
È mattina presto, una giornata grigia.
Lei al mattino, non amava parlare… tantomeno occuparsi troppo del mondo che la circondava.
Rispose al saluto con un mezzo sorriso… un sorriso indeciso come quella stagione, che non era così fredda nonostante il calendario lo prevedesse, né così mite da farle abbandonare il cappotto.

Troppo gracile e delicata di salute, preferiva comunque sentirsi protetta e non riusciva ad abbandonare sciarpe e vestiti pesanti… sarebbe stato come svegliarsi prima del tempo da un letargo.
Troppo incautamente rischioso.

Così, d’istinto, si rannicchiò ancora di più nella sua giacca, tanto da fare sparire il collo e lasciare che solo la bocca emergesse dalla lana colorata della sua sciarpa.
Come una tartaruga che cerca riparo nel suo guscio.

“Non voglio disturbarti… ma stamattina ho pensato di salutarti, per sentire il suono della tua voce.
Ti vedo ogni mattina.
Ma è sempre un film muto… ero curioso”.
Lei lo guardò quasi minacciosa… socchiuse la bocca come per rispondere, ma le uscì solo un sospiro.
Voleva scegliere con cura una parola che suonasse bene, che non avesse un colore troppo deciso, che si perdesse nei rumori della città.
Temeva di essere troppo o troppo poco e al contempo, non aveva voglia di temere.

La spiazzava che in quel momento, un occhio di bue la illuminasse, nonostante provasse a confondersi con l’ambiente, mimetizzandosi ogni mattina tra i quotidiani appoggiati sui tavolini e il fumo delle sigarette gustate dopo i caffè.

Mantenne lo sguardo su di lui e lo seguì fino a che non si mise a sedere, pochi tavoli più in là.
E le piacque.
Le piacque che mostrasse rispetto del suo spazio, senza invaderlo con la prepotenza della propria autostima.

Per un attimo si pensò come immersa nell’ atmosfera di un  antico maniero, seduta al capo di un lunghissimo tavolo, mentre il suo nobile interlocutore era all’estremo e lontano opposto.
La distanza le imponeva di immaginare e cercare parole che solo se fossero state abbastanza chiare, semplici e potenti, sarebbero potute arrivare all’ altro capo di quella dimensione.

Una parola troppo debole, si sarebbe schiantata a metà percorso, naufragando in una terra di mezzo fatta di foglie secche spazzate dal vento o magari, un fossato colmo di coccodrilli affamati.

Bevve un altro sorso del suo caffè lungo, per riempire in modo naturale quel silenzio e darsi un contegno.
Emerse lentamente dalla sua sciarpa e studiò con un rapido sguardo le mani di lui.
Erano lisce, ben curate.
Grandi.
Provò ad indovinare per un breve istante che cosa facesse per vivere, come le usasse.
Ma perdere tempo e applicare il suo intuito in questo pensiero, la fecero imbarazzare di sé stessa.
Così, scosse la testa e scacciò questa curiosità dalla sua testa.

Quel caffè, non sarebbe durato in eterno, e ancora, nessuna parola era uscita dalla sua bocca.
Lui non la guardava, ma ogni tanto buttava uno sguardo sulla vetrina di fronte al suo tavolo, dove per un gioco di luce e riflessi, l’immagine di lei si percepiva come una presenza, una sorta di miraggio impalpabile ed effimero.

Il silenzio, fu rotto dal rumore improvviso di uno starnuto di una signora che usciva frettolosa dal bar, mentre annaspava nella ricerca di chissà che nella sua borsa.
E così, per un innato riflesso di educazione acquisito da bambini e a cui tutti siamo abituati, lei, si lasciò andare senza potersi trattenere, in un rumoroso e sguaiato “salute!”.
Così, tutta la suspence era stata risucchiata e distrutta dal raffreddore di un passante.
E le parve talmente goffo e assurdo , da farla ridere.

“Per oggi, basta così”
Disse lui con voce calda e calma.
“Ci vediamo”.
E se ne andò, confondendosi tra i passanti e il sole tenue di quella giornata.

Uno starnuto.
Un sorriso.
Occhio di bue.

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