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Quando eravamo tutti Charlie

Tempo di lettura: 3 minuti

Il 7 gennaio 2015 Philippe Lançon, critico letterario di Libération e di Charlie Hebdo esce di casa e, dopo una sosta a un Monoprix, decide di passare prima alla redazione di Charlie e successivamente recarsi alla riunione di Libération. Lega la sua biciletta e sale. Incontra i colleghi: Wolinski che disegna, Cabu che mangia una brioche; si parla di Houellebecq, quello stesso giorno esce il suo Sottomissione.

La caricatura dello scrittore è sulla prima pagina di Charlie: appare con la sigaretta in mano, il naso da ubriacone e un cappello di carta come fosse stato a una festa. L’aveva disegnata Luz, che quella mattina era in ritardo.

Mentre si discute, intorno alle 11.30 entrano due uomini armati col volto coperto, vestiti di nero, sono due jihadisti, i fratelli franco algerini Kouachi. Scaricano i loro mitra sui giornalisti e vignettisti presenti. I morti sono 12 e i feriti 11, Philippe Lançon è tra questi ultimi, avrà spappolata la mascella con perdita anche dei denti e una ferita a una mano.

La traversata, un libro che un’amica mi ha prestato, uscito qualche anno fa ma ancora reperibile (anche nelle benemerite biblioteche) comincia da qui. Non è una testimonianza che indaga lo jihadismo e la Francia di allora, non è insomma un libro politico ma l’inizio di un romanzo autobiografico.

La normalità perduta

Parla dell’odissea ospedaliera dell’autore, ma non si limita a una semplice testimonianza, è una vera opera letteraria. Lançon ripercorre il passato, riflette sul presente, una condizione mai immaginata, e un futuro che pare impossibile da delineare quando si pensa che la normalità è perduta.

Come detto tutto comincia con l’attentato, è narrato in poche pagine come se fossimo in un film di Tarantino: in soggettiva sentiamo le voci degli attentatori, che inneggiano al profeta per ogni nemico colpito; vediamo gli amici caduti, il sangue, con l’autore tratteniamo il fiato quando si finge morto per non ricevere il colpo di grazia. E poi siamo sorpresi con lui quando scopre di essere sfigurato, di non poter parlare e dire a una collega di chiamare i suoi cari.

Seguono 17 interventi chirurgici e una lunghissima riabilitazione protetta da due agenti armati davanti alla porta. Ma le pallottole non hanno colpito solo il suo fisico, hanno messo sottosopra anche la psiche. Dal 7 gennaio Philippe si è sdoppiato, i suoi sentimenti, di fronte alla difficile condizione fisica legata alla ricostruzione del volto, sembrano essere sempre contrastanti.

Scopre che la condizione del sopravvissuto è qualcosa di inedito: non è vittima come i morti, ma è comunque una vittima e spesso dimenticata.

Lançon racconta il suo calvario anche con l’ammirazione per i progressi della chirurgia e della medicina: trapianti di ossa (dal perone si ricava la mascella) e innesti di strati di pelle (dalla coscia) per ricostruire la porzione di volto mancante.

Una lunga sofferenza

Tutto questo impone sofferenze, tenute a bada con morfina, disagi notevoli e richiede costanza. A sostenerlo e confortarlo sono le letture di Alla ricerca del tempo perduto di Proust, de La montagna incantata di Mann e le Lettere a Milena di Kafka. Fondamentale è anche l’ascolto nei momenti più difficili di Bach, soprattutto, L’arte della fuga eseguita da Zhu Xiao-Mei e le Variazioni Goldberg suonate da Glenn Gould. A questo proposito scrive: «La musica di Bach, come la morfina, mi dava sollievo e non solo: liquidava ogni tentazione di lamentarmi, ogni sensazione di ingiustizia, ogni estraneità del corpo».

Come fossero mattoni le parole e le note aiutano l’autore a definire la propria nuova identità. Lançon si muove tra passato e presente, tenta di gestire le relazioni affettive (la ex moglie Marylin, l’attuale fidanzata Gabriela che vive a New York e il fratello Arnaud) travolte dal suo stato.

Manca un linguaggio adatto in queste condizioni, Lançon si sente: «responsabile di quelli che, in un modo o nell’altro, mi volevano bene. Le mie ferite erano anche le loro. La prova che dovevo superare era in comunione dei beni».

C’è poi il racconto delle nuove “prime volte”: lasciati l’ospedale e il centro di riabilitazione; la prima camminata da solo, la prima uscita serale, ecc. Insomma, un ritorno alla normalità che non sarà mai totale.

Non mancano gli elogi al personale medico e infermieristico e alla chirurga Chloé, senza di loro e i loro strappi alle regole tutto sarebbe stato molto più difficile. Con Lançon anche noi facciamo la traversata da prima a dopo l’attentato cercando, pur nel dolore, di non venire meno alla tolleranza.

Il libro ha vinto il Prix Fémina e del Prix Renaudot Spécial.

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