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Storia kafkiana di un femminicidio ordinario

Tempo di lettura: 3 minuti

Serpenti è un film che affronta in modo paradossale il femminicidio, scritto dai fratelli D’Innocenzo insieme al regista De Paolis Maino, è stato presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia.

Paolo Marra (un bravissimo Leonardo Lidi) ha ucciso la moglie, non sa il perché. È successo da tre giorni, pian piano trova il coraggio di andare a costituirsi.
Entrato in commissariato si rende subito conto di non essere preso sul serio, ciò che conta è la burocrazia, deve compilare un modulo e attendere all’ingresso per ore qualcuno che lo interroghi, mentre il poliziotto presente fa i suoi acquisti online.
Quando, finalmente, incontra un commissario (uno strepitoso Alessandro Borghi), la prima cosa che si sente chiedere è se ha un Brufen, perché il poliziotto soffre di emicrania a grappolo.

Leonardo Lidi, protagonista del film – Frame del film

Paolo, tormentato dal suo senso di colpa, vuole liberarsi, essere preso in custodia, ma i tempi dell’iter burocratico lo lasciano in panchina. Si sente persino dire: «Ma lei che pensava scusi, pensava che veniva qua, me diceva che aveva ammazzato sua moglie e io prendevo un elicottero e la mannavo ad Alcatraz?».

La confessione di Paolo ha bisogno di prove, chiunque può millantare delitti, tocca andare a casa e verificare che la moglie sia morta davvero. Paolo chiede di non accompagnare i poliziotti a casa, non ce la fa, dà loro le chiavi. Ma poiché sono tante, lo mandano da un ferramenta vicino a comprare le plastichette colorate per riconoscerle.

I tempi morti sono infiniti, sembra di aspettare Godot.
A Paolo viene assegnato un avvocato d’ufficio. Per mancanza di spazio, lo incontra in un bar vicino alla stazione di polizia, in una sala biliardo con i resti di una festa di laurea. L’avvocato, che gli era stato presentato come una persona per bene (un bravissimo Pietro Castellitto), si rivela tutt’altro. In una situazione straniante, in cui l’omicida comincia quasi a dubitare della realtà, l’avvocato d’ufficio, è convinto di poter dimostrare l’innocenza del suo assistito: la moglie era depressa, come succede a tante dopo tanti anni di matrimonio… e quindi si è suicidata. Suggerisce questa versione al suo assistito che ancora giovane può rifarsi una vita, tanto quel che è successo è successo.

Pietro Castellitto interpreta l’avvocato d’ufficio del femminicida – Frame del film

Nell’attesa che il commissario ritorni dal luogo del delitto, Paolo in una stanza si imbatte in una cartomante (Valeria Golino), cosa ci faccia non si sa. La donna lo travolge: prima indovina il suo segno zodiacale, poi gli legge le carte, dopodiché, anche se lui è titubante, lo induce a sperimentare una maniera poco condivisibile per farsi prendere sul serio dalle forze di polizia…

Serpenti capovolge la normalità: il colpevole, anziché fuggire e negare la colpa, cerca in tutti i modi di essere punito, arrestato. Invano. La verità confessata da Paolo deve adeguarsi alle procedure e viene minimizzata, ridotta a un reato qualunque.

E, mentre per gli spettatori il suo reato è gravissimo, nel mondo descritto dal film il femminicidio viene ritenuto qualcosa che accade senza fare notizia. Insomma, gli autori scelgono la via del grottesco per denunciare il femminicidio come qualcosa che potrebbe essere rimosso attraverso la minimizzazione, la ricerca di giustificazioni, ragioni che datano in un tempo lontano, il pentimento, ecc.

Dando spazio all’assassino, la vittima rischia di sparire, infatti nel film non si vede mai.
La scelta non era priva di rischi, ci si sente un po’ strani a ridere durante la proiezione pur sapendo che si tratta di risate amare.

«Non ho avuto paura di affrontare un femminicidio», dice il regista e del lavoro con i Fratelli D’Innocenzo, si dice entusiasta poiché, «hanno trovato una lente attraverso cui vedere una storia incredibile, un punto di vista più potente non poteva esserci».

Trailer del film:
https://www.youtube.com/watch?v=SJI6dKxr0Mc

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